1 GIUGNO 1996. Una trentina di ordinanze di custodia cautelare in carcere con l'accusa di associazione per delinquere, traffico di armi e di materiale radioattivo, oro e titoli di credito sono state eseguite nei confronti di cittadini italiani e stranieri nell'ambito dell'inchiesta "Cheque to cheque", condotta dalla Procura di Torre Annunziata sulle organizzazioni internazionali dedite al riciclaggio di danaro. Nel corso dell'operazione dei carabinieri sono state eseguite oltre duecento perquisizioni in tutta Italia ed invitate una ventina di informazioni di garanzia. Tra i destinatari vi sarebbero il leader dei nazionalisti russi Vladimir Zhirinovski, l'arcivescovo di Barcellona Ricard Maria Charles, il notaio di Basilea Hans Keung, Licio Gelli ed il figlio Maurizio, nonché il presunto trafficante di armi Saud Omar Mugne, imprenditore di origine somala residente in Italia. Quest'ultimo sarebbe ritenuto collegato con vicende che hanno portato all'omicidio della giornalista della Rai Ilaria Alpi ed alla strage di Loockerbie. Gli ordini di custodia cautelare emessi dal gip Tommaso Mirando sono complessivamente 32, di cui 13 riguardano cittadini stranieri residenti in Germania, Slovenia, Canada, Francia, Austria, Olanda e Svizzera. Sono stati inoltre notificati 31 avvisi di garanzia per reati che vanno dal riciclaggio di denaro, al traffico di armi e materiale radioattivo, all'intermediazione valutaria abusiva, al contrabbando di titoli di credito. Tra i destinatari delle informazioni di garanzia figura il professore di diritto economico dell'Università di Barcellona, Ignazio Sala. Le perquisizioni eseguite, circa 150, sono state compiute tra l'altro nelle abitazioni di Gelli e nelle sedi della società "Scifco", e della impresa "Edilter" di Bologna, collegate a Said Omar Mugne (è ritenuto dagli inquirenti "vicino" all'ex segretario del Psi Bettino Craxi e titolare di società che operano nel settore della Cooperazione. L'imprenditore Mugne, residente a Bologna, è accusato di traffico internazionale di armi. Secondo quanto emerso dalle indagini sarebbe collegato alla compravendita di armi tra Paesi dell'Est europeo, l'Italia e l'Africa sulla quale stava indagando la giornalista Ilaria Alpi. Sulla stessa vicenda, a quanto si è appreso, avrebbero lavorato alcuni agenti dei servizi segreti di diversi paesi, uccisi in circostanze non ancora chiarite negli anni scorsi. Da alcuni elementi emergerebbe "l'interesse" di Mugne per il traffico di armi tra gli Stati Uniti e l'Iran, al quale, secondo i pm sarebbe collegata la strage di Loockerbie, nonché il suo coinvolgimento nell'acquisto da parte dei Contras del Nicaragua di materiale bellico.) Il leader dei nazionalisti russi Zirinowski è accusato di traffico di materiale radioattivo (mercurio rosso, osmio e plutonio), fornitigli da alcuni trafficanti della Bielorussia. L'arcivescovo di Barcellona è accusato di intermediazione valutaria abusiva, per la vendita di 100 milioni di dollari attraverso lo Ior, la banca vaticana, realizzata con l'intermediazione del professore Sala e del notaio Keung. Tra i destinatari delle ordinanze di custodia figura Rodolfo Meroni, socio dello studio Meroni-Muller-Lanter di Zurigo, legato all'agente della Cia Roger D'Onofrio, arrestato nei mesi scorsi nell'ambito della stessa inchiesta. Gli sviluppi dell'inchiesta "cheque to cheque" sono basati, in particolare, sulle rivelazioni di Francesco Elmo, un "faccendiere" arrestato nell'ottobre 1995, legato al Sismi e al colonnello Mario Ferraro. Collaborazione è stata offerta anche dal maggiore dell'Esercito Pierangelo Quinti, coinvolto nell'inchiesta, da Enrico Urso e da Riccardo Marocco. Questi sarebbero intermediari che il "ramo italiano" dell'organizzazione utilizzava per il riciclaggio e la vendita di oro e valuta. L'inchiesta ha messo in luce una "rete" di rapporti finanziari internazionali realizzati attraverso un meccanismo denominato "Roll Program" (secondo quanto accertato da un consulente tecnico nominato dai pm per esaminare la documentazione bancaria sequestrata nel corso delle indagini, si tratterebbe di un particolare contratto bancario internazionale che consente ad un "venditore" che ha a sua disposizione un'elevata liquidità, di cambiare la somma in valuta di un diverso Paese, con uno sconto compreso tra il 10 e il 15 per cento. "Questo sta a significare - scrive il gip Miranda nell'ordinanza di custodia - che il venditore offre, ad esempio, 115 milioni di lire in cambio del corrispettivo di 100 milioni di lire in dollari". Per realizzare l'affare, tra chi vende e chi compra vengono inseriti "soggetti dall'estrazione sociale più disparata che, a fronte di provvigioni, mettono in contatto di punti terminali della catena" (ANSA).
LA RELAZIONE DEL PERITO : "Tra le operazioni in oro cui fanno riferimento i documenti presi in esami, ce n'è una di ammontare notevolissimo, in cui si parla di venti tonnellate, ma dagli atti emerge una disponibilità di molto superiore". Questo uno dei passaggi della relazione preliminare depositata nei giorni scorsi da perito nominato dai pm della procura di Torre Annunziata, Paolo Fortuna e Giancarlo Novelli, nell'ambito dell'inchiesta "cheque to cheque". "Tale operazione - prosegue il perito, un commercialista professore di diritto bancario - per come è documentata sembra vera". "Esiste un personaggio molto importante - è scritto nella relazione definito "super Vip" che attraverso una catena di intermediari prevalentemente orientali vende oro disponibile presso banche europee". "Non si conoscono i nomi del venditore e dell'acquirente - prosegue il consulente - ma il fatto che per la vendita si parli di un "super vip", fa ritenere credibile il nome che figura sui certificati di deposito di oro". Il nome cui si riferisce il perito è quello di Mr. Soekarno, presumibilmente figlio dell'ex presidente indonesiano. Mr. Soekarno è salito alla ribalta delle cronache come finanziere impegnato in grosse operazioni, come l'acquisto della casa automobilistica inglese Lotus e il tentativo di acquistare la società italiana Bugatti". Sulla vicenda i pm hanno avviato accertamenti per verificare eventuali irregolarità nella transazione. Non è escluso che gli atti riguardanti l'operazione possano essere trasmessi per conoscenza alla magistratura britannica. Nel corso della relazione, il perito ricostruisce anche le fasi dell'"operazione Indonesia", cui sono interessati "un gruppo di intermediari nordamericani". La transazione prevedeva "la consegna dei titoli rappresentativi dell'oro contro pagamento". Tale consegna, a quanto risulta dagli atti, sarebbe stata fatta "presso la Royal Bank of Canada di Singapore, istituto di credito scelto sia dal venditore che dall'acquirente". Complessivamente il tecnico nominato dai pm ha esaminato oltre cento documenti sequestrati nel corso delle indagini. Si tratta in particolare di contratti bancari e di "preliminari di accordo" tra società e singoli personaggi. Alcuni atti sono "in codice", ed è stato necessario decodificarli (ANSA -2 giugno 1996)
10 GIUGNO 1996. Trenta grammi di osmio (metallo raro utilizzato anche per costruire testatenucleari); documenti ritenuti «interessanti»; conti correnti per circa tre miliardi di lire. E' quanto hanno sequestrato i carabinieri nell'agenzia 2 della Banca di Roma di Mestre, nell'ambito dell'inchiesta «Cheque to cheque» sul traffico internazionale di armi e riciclaggio. Il sequestro era stato disposto dai pm del tribunale di Torre Annunziata Paolo Fortuna e Giancarlo Novelli. Sia i conti correnti sia le cassette con l'osmio sarebbero intestate al latitante Lorenzo Mazzega e al trafficante internazionale di armi Nicolas Oman, l'uomo che secondo gli inquirenti avrebbe avuto contatti con il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovsky. Gli sviluppi dell'operazione sono collegati alle rivelazioni del faccendiere Francesco Elmo, che da mesi sta collaborando con i magistrati della procura di Torre. Sarebbe stato Elmo a fare riferimento all'osmio, materiale che avrebbe notato durante la permamenza nel castello di Bland, in Slovenia, dove si trovavano Oman e il leader nazionalista russo. Tra il materiale sequestrato vi sono anche 14 carte di credito e documenti relativi alla donazione di un gruppo elettrogeno alla Croazia attraverso un centro della Caritas. Un decreto di sequestro di tutti gli eventuali depositi bancari in Italia che potrebbero riferirsi a Oman e a Mazzega è stato trasmesso dai pm all'Abi, l'agenzia interbancaria italiana.
24 GIUGNO 1996 Dodici ordini di cattura internazionali sono stati emessi dai magistrati della Procura di Torre Annunziata nell'ambito dell'inchiesta "Cheque to cheque" sul traffico di armi, valuta e materiale radioattivo. Si tratta di provvedimenti di "arresto provvisorio" nei confronti di persone gia' coinvolte nelle indagini che, in attesa di estradizione, saranno eseguiti attraverso le autorita' di diversi Paesi. Tra i destinatari figurano l'avvocato svizzero Rodolfo Meroni, il notaio viennese Franz Helm, lo sloveno Nicholas Oman ed il canadese Dennis Moorby.
Da L'Unità del 26/05/1995
venerdì 19 febbraio 2010
Agenzia Onu: Libia produceva plutonio, importava uranio
Agenzia Onu: Libia produceva plutonio, importava uranio
Carlo Gubitosa
Fri, 20 Feb 2004 15:36:55 -0800
http://www.reuters.com/locales/newsArticle.jsp?type=topNews&locale=it_IT&storyID=4405532
20 Feb 2004 19:29
Agenzia Onu: Libia produceva plutonio, importava uranio
VIENNA (Reuters) - La Libia ha prodotto in segreto piccole quantità di plutonio, importato uranio arricchito ed ha condotto un certo numero di attività mirate alla produzione di armi nucleari. Lo riferisce oggi un rapporto dell'agenzia Onu per il nucleare.
L' International Atomic Energy Agency (Iaea) ha detto che questo significa che la Libia ha violato gli obblighi previsti dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) e un diplomatico occidentale ha riferito che il verdetto potrebbe indurre il board dell'Agenzia a fare rapporto sulla Libia al Consiglio di Sicurezza Onu.
Comunque è probabile che la Iaea non chieda al Consiglio di considerare l'ipotesi di sanzioni perché ha lodato Tripoli per essersi liberata del suo passato nucleare, ha aggiunto il diplomatico.
A dicembre, la Libia aveva detto che avrebbe interrotto i suoi programmi di produzione di armi nucleari, biologiche e chimiche ed aveva invitato gli esperti di Usa, Gran Bretagna e di altri paesi ad aiutarla nel disarmo.
Il rapporto, firmato dal capo della Iaea Mohamed ElBaradei, sostiene che la Libia non ha dichiarato una serie di esperimenti cruciali legati alla produzione di armi, inclusa la "separazione di un piccolo quantitativo di plutonio", anche se "in quantità molto piccole".
Plutonio e uranio arricchito sono due sostanze che possono essere utilizzate per creare il nucleo di una bomba atomica.
Carlo Gubitosa
Fri, 20 Feb 2004 15:36:55 -0800
http://www.reuters.com/locales/newsArticle.jsp?type=topNews&locale=it_IT&storyID=4405532
20 Feb 2004 19:29
Agenzia Onu: Libia produceva plutonio, importava uranio
VIENNA (Reuters) - La Libia ha prodotto in segreto piccole quantità di plutonio, importato uranio arricchito ed ha condotto un certo numero di attività mirate alla produzione di armi nucleari. Lo riferisce oggi un rapporto dell'agenzia Onu per il nucleare.
L' International Atomic Energy Agency (Iaea) ha detto che questo significa che la Libia ha violato gli obblighi previsti dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) e un diplomatico occidentale ha riferito che il verdetto potrebbe indurre il board dell'Agenzia a fare rapporto sulla Libia al Consiglio di Sicurezza Onu.
Comunque è probabile che la Iaea non chieda al Consiglio di considerare l'ipotesi di sanzioni perché ha lodato Tripoli per essersi liberata del suo passato nucleare, ha aggiunto il diplomatico.
A dicembre, la Libia aveva detto che avrebbe interrotto i suoi programmi di produzione di armi nucleari, biologiche e chimiche ed aveva invitato gli esperti di Usa, Gran Bretagna e di altri paesi ad aiutarla nel disarmo.
Il rapporto, firmato dal capo della Iaea Mohamed ElBaradei, sostiene che la Libia non ha dichiarato una serie di esperimenti cruciali legati alla produzione di armi, inclusa la "separazione di un piccolo quantitativo di plutonio", anche se "in quantità molto piccole".
Plutonio e uranio arricchito sono due sostanze che possono essere utilizzate per creare il nucleo di una bomba atomica.
giovedì 11 febbraio 2010
SCANDALO: Udine 26 gennaio, LA LEGA, LA BANCAROTTA, LA EX IUGOSLAVIA E GHEDDAFI di Luigi Grimaldi
La Lega coinvolta a Udine nella bancarotta di una specie di villaggio turistico in Croazia. Una sentenza ad Udine porta a rileggere le carte della “dimenticata" inchiesta "Cheque to Cheque". Una storia di dinari libici e rubli che porta alla Lega e ai nazionalisti sloveni.
Lo strano triangolo che unisce la ex Iugoslavia alla Padania passando da Mosca e Tripoli.
di Luigi Grimaldi
Una serie di condanne per Bancarotta Fraudolenta comminate dal tribunale di Udine. Sembrerebbe una notizia come tante, il frutto della crisi, niente di nuovo insomma. Non è così, perché nel processo chiusosi ieri a Udine ci sono risultanze istruttorie, fatti veri, che riaprono casi mai risolti e ripropongono interrogativi mai chiariti sui finanziamenti e le finanze internazionali della Lega Nord. Il caso udinese è quello della realizzazione d’un villaggio vacanze sul golfo di Umago, in Croazia, un’iniziativa diretta della Lega Nord, rivelatosi un’impresa fallimentare. Dopo il processo a Padova per il crac della società Ceit, la procura di Udine ha portato a condanna l’ingegnere udinese Sebastiano Cacciaguerra e tre leghisti, ipotizzando reati seguiti al fallimento d’una società che finanziava proprio la Ceit. Dall’inchiesta è stata stralciata la posizione dell’ex sottosegretario agli Interni (nel precedente governo Berlusconi) Maurizio Balocchi, poi tesoriere della Lega Nord, per motivi di salute. Coinvolti nelle indagini che hanno portato alla condanna di Cacciaguerra amche l’architetto veneziano Enrico Cavaliere, già presidente del Consiglio regionale del Veneto, sempre per il Carroccio, e per l’onorevole Stefano Stefani, industriale orafo vicentino. La società udinese in questione è l’Euroservice srl che formalmente si occupava di “tutela, attività, iniziative e servizi in edilizia e urbanistica”. Il fatto è che le indagini patrimoniali hanno identificato i leghisti come soci occulti della società friulana fallita in favore della padovana Ceit, che era appunto stata fondata per il villaggio-vacanze leghista in Croazia. Partendo da un finanziamento d’un miliardo di vecchie lire ottenuto da una banca con le garanzie personali, ha sostenuto il pubblico ministero, ma guarda un po’, anche di Umberto Bossi. Insomma la società udinese fallita nel marzo 2004 si è comportata da finanziatore della Ceit ed è stata utilizzata come strumento per acquisire disponibilità finanziarie ad eseguire pagamenti relativi appunto all’iniziativa immobiliare leghista in Croazia. Dove porta questa storia di denari tra Udine, la Lega e la Croazia? A rispolverare vecchie inchieste molto lontano: in Russia, in Slovenia, in Libia e, appunto in Croazia.
Secondo importanti risultanze istruttorie dell'inchiesta "Cheque to Cheque", della Procura di Torre Annunziata, risalente alla fine degli anni '90, è esistito infatti un percorso da brivido che, passando dalla Libia alla Russia, e dalla Russia alla Slovenia, finiva proprio dalle parti di casa nostra, a Udine appunto, in modo funzionale alla creazione di premesse che oggi sembrano alla base di fenomeni politici devastanti.
Ecco come. Il percorso è un po’ lungo , ma vale la pena di farlo tutto. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri di Torre Annunziata il sostenitore di un progetto mirante alla frantumazione del vecchio continente in miriadi di piccoli staterelli locali, nati da spinte nazionaliste o da spinte autonomistiche, sarebbe stato tra gli altri il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovskji.
Perché ricordiamo oggi questo passaggio dell’inchiesta Campana che non ha avuto seguiti penali diretti, essendo stata frantumata in una miriade di procedimenti separati da diverse competenze territoriali? Perché da questa inchiesta era emerso che numerosi testimoni provenienti dalla ex Iugoslavia hanno rilasciato testimonianze che garantiscono «in maniera indiscutibile l'autenticità del giro d'affari tra un certo Nicholas Oman (nazionalista sloveno nda ) e Zhirinovskji».
«Si aggiunga a ciò che Zhirinovskji aveva avuto cura di farsi seguire, negli incontri con Nicholas Oman, da una delegazione del suo partito ed in particolare da un rappresentante della Duma membro di quella commissione geopolitica - scrivono ancora i carabinieri - i cui documenti riservati hanno confermato l'esistenza, nei programmi di Zhirinovskji, di un progetto». Quale? Quello di «favorire ovunque movimenti nazionalisti e autonomisti, indipendentemente dal loro orientamento ufficiale filo o anti-russo, in modo da accelerare processi disgregativi che,in qualche modo, avrebbero favorito poi nuove forme di aggregazione».
Il nazionalista sloveno e la P2.
Ora il fatto è che l'indipendentista sloveno Oman, legato a Zhirinovskji, in Italia non è uno sconosciuto: secondo la questura di Arezzo, in relazione ad accertamenti svolti dalla Digos di quella
città alle «ore 10,24 del 13 settembre 1989 Oman Nicolas accompagnato da Ciocca Giovan Battista faceva visita a Gelli Licio in Villa Vanda. Alle ore 18,30 del 18 settembre 1989 le stesse persone entrano in Villa Wanda e alle ore 12,00 del 14 maggio 1990 le stesse persone entrano in Villa Wanda». Insomma Oman è stato un frequentatore della villa del capo della Loggia P2 Licio Gelli a Castiglion Fibocchi.
Oggi nessuno lo ricorda più ma nel 1991 proprio Gelli, assieme ad altri massoni, alla cupola di Cosa nostra ed a un gruppetto di neofascisti provenienti da Ordine Nuovo, come Stefano Delle Chiaie,
avevano sponsorizzato e dato vita al movimento politico delle Leghe meridionali, un dato emerso nell'inchiesta "Sistemi Criminali " di Palermo. E' curioso, ma in quello stesso periodo quegli "ex"
neofascisti si sono equamente distribuiti tanto nella Lega Nord e Liga Veneta quanto nelle leghe del Sud, in qualche caso partecipando a entrambe. Anzi è certo che moltissime di queste “nuove leghe meridionali” furono fondate e insediate presso lo studio dell’avvocato Stefano Menicacci, socio di Delle Chiaie, indicato dalla DIA diPalermo come anello di congiunzione tra Liga Veneta, Lega Nord e leghe del Sud. E’ lo stesso Menicacci che nel 1992 è il legale della Lega Nord nella causa intentata dal Carroccio per la ridefinizione del finanziamento pubblico al partito di Bossi in relazione alle elezioni del 1991.
Il Colonnello e la Lega Nord
E Gheddafi? «Il Colonnello Gheddafi risulta, a sua volta, essere stato tra i principali sponsorizzatori e promotori delle campagne e dell'ascesa politica dello stesso Vladimir Zhirinovskji» hanno scritto
i carabinieri di "Cheque to Cheque".
Insomma, all'indomani della grande svolta italiana del 1994 i carabinieri e la Procura di Torre Annunziata avevano messo nero su bianco il sospetto che un enorme transito di valuta libica trafficata illegalmente per sostenere attività destabilizzanti su larga scala in Europa fosse
stato reso possibile, come del resto è indicato da molti elementi emersi nel corso delle indagini, solo con il consenso dello stesso governo libico. Un transito reso sospetto dal fatto che «alcuna contropartita in tali transizioni si sia determinata a favore dello stesso Governo libico». In altre parole, il Colonnello Gheddafi avrebbe concesso, di fatto gratuitamente, sostegno gli investigatori, a «gruppi a carattere secessionista e indipendentista che operano nel nostro Paese». Si tratta di notizie davvero curiose che consentono di svolgere una interessante analogia politica: sia il denaro libico la cui presenza è stata riscontrata in seguito all'inchiesta palermitana denominata "Fax money" (una indagine condotta nel 1997 dalla compagnia "San Lorenzo" dei carabinieri di Palermo che ha consentito l'individuazione di un importante centro di riciclaggio all'interno del più importante centro affari della capitale siciliana, il così detto centro Gamma), sia le forti somme erogate dal Colonnello Gheddafi per «favorire l'ascesa di Vladimir Zhirinovskji, hanno avuto chiaramente una finalità destabilizzatrice, almeno a quanto è stato sinora riscontrato dall'attività investigativa di queste e altre autorità di Polizia Giudiziaria».
Il fatto che oggi rende interessanti queste notizie è che secondo i carabinieri «Zhirinovskji ha acquisito enormi somme grazie all'intermediazione di Nicholas Oman (il nazionalista sloveno) e
quest'ultimo gli ha consentito di commercializzare i suoi beni anche in Croazia e in Serbia e cioè in gran parte dei paesi della ex Iugoslavia (all’epoca) in guerra tra loro; di quell'arsenale Russo che
Zhirinovskji, come molti altri leader politico-criminali, sta svendendo nel resto del mondo l'organizzazione di Oman ha consentito la diffusione capillare».
Lega e nazionalisti sloveni.
Ora il fatto interessante è che dalle indagini di "Cheque to Cheque" sono emersi, scrivono gli investigatori, «numerosi riscontri che legavano alcune parti del movimento di Bossi proprio ai nazionalisti sloveni. Questi ultimi erano, del resto, come si è visto attraverso la figura di Oman, strettamente legati a Vladimir Zhirinovskji e ai nazionalisti russi», un circuito finanziato con i "dinari" di Gheddafi.
Secondo i Carabinieri di Torre Annunziata l’uomo cerniera tra Lega Nord, Zirinowsky, Oman e Gheddafi sarebbe l’ex colonnello del KGB Alexander Kuzin approdato a logge massoniche coperte internazionali.
Alexander e Vladimir KUZIN – secondo le indagini dei carabinieri - sono due fratelli e uno dei due fratelli ,Vladimir , «ebbe in passato rapporti di collaborazione dopo la fine della ex Unione Sovietica con un'importante ditta di armi Americana ,la SUKHOI e collaborò per un certo tempo con i suoi dirigenti; in seguito si reintrodusse rapidamente nella grande organizzazione commerciale creata dal fratello ALEXANDER, la KUZIN INTERNATIONAL GROUP; quest'ultima opera in tutto il mondo con oltre 400 filiali di varie entità :fino a un centinaio sono presenti in Europa ». Ora il fatto interessante è che la filiale italiana della organizzazione di Kuzin (La Kuzin Italia S.r.l.) all’inizio degli anni novanta aveva sede proprio a Udine.
Scrivono ancora a chiare lettere gli investigatori: « I due fratelli KUZIN hanno costituito una sorta di testa di ponte dell'Organizazjia russa nel nostro paese, incentrando le loro aeree di smaltimento del traffico di armamenti soprattutto nel nord - est, circostanza non causale perché non vanno dimenticate le correlazioni più generali tra questi soggetti indagati .I KUZIN,infatti, hanno rapporti privilegiati sia con ZHIRINOVSKJI sia con il nazionalista sloveno OMAN, ma i nazionalisti sloveni sono stati anche tra i principali sostenitori dei movimenti indipendentisti del nord - est italiano creando rapporti privilegiati con molti esponenti politici confluiti poi nella LEGA NORD di BOSSI . BOSSI , a sua volta,è diventato per un breve periodo, almeno secondo le dichiarazioni di FRANCESCO ELMO, un interlocutore plausibile per lo stesso leader nazionalista russo e molti elementi sembrano indicare che finanziamenti sono pervenuti dalla Slovenia e perfino dalla Croazia attraverso varie forme e varie tipologie ai movimenti più irriducibili del nord - est ;ulteriori elementi sembrano in corso di acquisizione in questo periodo da parte dell'AG. (il riferimento è alla famosa inchiesta Phoney Money di David Monti ad Aosta n.d.r.) e non è causale quindi che in questa area di confine e di grande tensione politica KUZIN abbia posto le centrali italiane delle sue attività; »
Fino a ieri era roba vecchia, polverosa e dimenticata. Ma oggi con la sentenza di Udine che coinvolge in pieno la Lega Nord, e arriva sfiorare il leader del Carroccio, per affari non chiari proprio con la Croazia, acquistano ben altro interesse.
Pubblicato da Gigi a 01.41 0 commenti
sabato 23 gennaio 2010
Lo strano triangolo che unisce la ex Iugoslavia alla Padania passando da Mosca e Tripoli.
di Luigi Grimaldi
Una serie di condanne per Bancarotta Fraudolenta comminate dal tribunale di Udine. Sembrerebbe una notizia come tante, il frutto della crisi, niente di nuovo insomma. Non è così, perché nel processo chiusosi ieri a Udine ci sono risultanze istruttorie, fatti veri, che riaprono casi mai risolti e ripropongono interrogativi mai chiariti sui finanziamenti e le finanze internazionali della Lega Nord. Il caso udinese è quello della realizzazione d’un villaggio vacanze sul golfo di Umago, in Croazia, un’iniziativa diretta della Lega Nord, rivelatosi un’impresa fallimentare. Dopo il processo a Padova per il crac della società Ceit, la procura di Udine ha portato a condanna l’ingegnere udinese Sebastiano Cacciaguerra e tre leghisti, ipotizzando reati seguiti al fallimento d’una società che finanziava proprio la Ceit. Dall’inchiesta è stata stralciata la posizione dell’ex sottosegretario agli Interni (nel precedente governo Berlusconi) Maurizio Balocchi, poi tesoriere della Lega Nord, per motivi di salute. Coinvolti nelle indagini che hanno portato alla condanna di Cacciaguerra amche l’architetto veneziano Enrico Cavaliere, già presidente del Consiglio regionale del Veneto, sempre per il Carroccio, e per l’onorevole Stefano Stefani, industriale orafo vicentino. La società udinese in questione è l’Euroservice srl che formalmente si occupava di “tutela, attività, iniziative e servizi in edilizia e urbanistica”. Il fatto è che le indagini patrimoniali hanno identificato i leghisti come soci occulti della società friulana fallita in favore della padovana Ceit, che era appunto stata fondata per il villaggio-vacanze leghista in Croazia. Partendo da un finanziamento d’un miliardo di vecchie lire ottenuto da una banca con le garanzie personali, ha sostenuto il pubblico ministero, ma guarda un po’, anche di Umberto Bossi. Insomma la società udinese fallita nel marzo 2004 si è comportata da finanziatore della Ceit ed è stata utilizzata come strumento per acquisire disponibilità finanziarie ad eseguire pagamenti relativi appunto all’iniziativa immobiliare leghista in Croazia. Dove porta questa storia di denari tra Udine, la Lega e la Croazia? A rispolverare vecchie inchieste molto lontano: in Russia, in Slovenia, in Libia e, appunto in Croazia.
Secondo importanti risultanze istruttorie dell'inchiesta "Cheque to Cheque", della Procura di Torre Annunziata, risalente alla fine degli anni '90, è esistito infatti un percorso da brivido che, passando dalla Libia alla Russia, e dalla Russia alla Slovenia, finiva proprio dalle parti di casa nostra, a Udine appunto, in modo funzionale alla creazione di premesse che oggi sembrano alla base di fenomeni politici devastanti.
Ecco come. Il percorso è un po’ lungo , ma vale la pena di farlo tutto. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri di Torre Annunziata il sostenitore di un progetto mirante alla frantumazione del vecchio continente in miriadi di piccoli staterelli locali, nati da spinte nazionaliste o da spinte autonomistiche, sarebbe stato tra gli altri il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovskji.
Perché ricordiamo oggi questo passaggio dell’inchiesta Campana che non ha avuto seguiti penali diretti, essendo stata frantumata in una miriade di procedimenti separati da diverse competenze territoriali? Perché da questa inchiesta era emerso che numerosi testimoni provenienti dalla ex Iugoslavia hanno rilasciato testimonianze che garantiscono «in maniera indiscutibile l'autenticità del giro d'affari tra un certo Nicholas Oman (nazionalista sloveno nda ) e Zhirinovskji».
«Si aggiunga a ciò che Zhirinovskji aveva avuto cura di farsi seguire, negli incontri con Nicholas Oman, da una delegazione del suo partito ed in particolare da un rappresentante della Duma membro di quella commissione geopolitica - scrivono ancora i carabinieri - i cui documenti riservati hanno confermato l'esistenza, nei programmi di Zhirinovskji, di un progetto». Quale? Quello di «favorire ovunque movimenti nazionalisti e autonomisti, indipendentemente dal loro orientamento ufficiale filo o anti-russo, in modo da accelerare processi disgregativi che,in qualche modo, avrebbero favorito poi nuove forme di aggregazione».
Il nazionalista sloveno e la P2.
Ora il fatto è che l'indipendentista sloveno Oman, legato a Zhirinovskji, in Italia non è uno sconosciuto: secondo la questura di Arezzo, in relazione ad accertamenti svolti dalla Digos di quella
città alle «ore 10,24 del 13 settembre 1989 Oman Nicolas accompagnato da Ciocca Giovan Battista faceva visita a Gelli Licio in Villa Vanda. Alle ore 18,30 del 18 settembre 1989 le stesse persone entrano in Villa Wanda e alle ore 12,00 del 14 maggio 1990 le stesse persone entrano in Villa Wanda». Insomma Oman è stato un frequentatore della villa del capo della Loggia P2 Licio Gelli a Castiglion Fibocchi.
Oggi nessuno lo ricorda più ma nel 1991 proprio Gelli, assieme ad altri massoni, alla cupola di Cosa nostra ed a un gruppetto di neofascisti provenienti da Ordine Nuovo, come Stefano Delle Chiaie,
avevano sponsorizzato e dato vita al movimento politico delle Leghe meridionali, un dato emerso nell'inchiesta "Sistemi Criminali " di Palermo. E' curioso, ma in quello stesso periodo quegli "ex"
neofascisti si sono equamente distribuiti tanto nella Lega Nord e Liga Veneta quanto nelle leghe del Sud, in qualche caso partecipando a entrambe. Anzi è certo che moltissime di queste “nuove leghe meridionali” furono fondate e insediate presso lo studio dell’avvocato Stefano Menicacci, socio di Delle Chiaie, indicato dalla DIA diPalermo come anello di congiunzione tra Liga Veneta, Lega Nord e leghe del Sud. E’ lo stesso Menicacci che nel 1992 è il legale della Lega Nord nella causa intentata dal Carroccio per la ridefinizione del finanziamento pubblico al partito di Bossi in relazione alle elezioni del 1991.
Il Colonnello e la Lega Nord
E Gheddafi? «Il Colonnello Gheddafi risulta, a sua volta, essere stato tra i principali sponsorizzatori e promotori delle campagne e dell'ascesa politica dello stesso Vladimir Zhirinovskji» hanno scritto
i carabinieri di "Cheque to Cheque".
Insomma, all'indomani della grande svolta italiana del 1994 i carabinieri e la Procura di Torre Annunziata avevano messo nero su bianco il sospetto che un enorme transito di valuta libica trafficata illegalmente per sostenere attività destabilizzanti su larga scala in Europa fosse
stato reso possibile, come del resto è indicato da molti elementi emersi nel corso delle indagini, solo con il consenso dello stesso governo libico. Un transito reso sospetto dal fatto che «alcuna contropartita in tali transizioni si sia determinata a favore dello stesso Governo libico». In altre parole, il Colonnello Gheddafi avrebbe concesso, di fatto gratuitamente, sostegno gli investigatori, a «gruppi a carattere secessionista e indipendentista che operano nel nostro Paese». Si tratta di notizie davvero curiose che consentono di svolgere una interessante analogia politica: sia il denaro libico la cui presenza è stata riscontrata in seguito all'inchiesta palermitana denominata "Fax money" (una indagine condotta nel 1997 dalla compagnia "San Lorenzo" dei carabinieri di Palermo che ha consentito l'individuazione di un importante centro di riciclaggio all'interno del più importante centro affari della capitale siciliana, il così detto centro Gamma), sia le forti somme erogate dal Colonnello Gheddafi per «favorire l'ascesa di Vladimir Zhirinovskji, hanno avuto chiaramente una finalità destabilizzatrice, almeno a quanto è stato sinora riscontrato dall'attività investigativa di queste e altre autorità di Polizia Giudiziaria».
Il fatto che oggi rende interessanti queste notizie è che secondo i carabinieri «Zhirinovskji ha acquisito enormi somme grazie all'intermediazione di Nicholas Oman (il nazionalista sloveno) e
quest'ultimo gli ha consentito di commercializzare i suoi beni anche in Croazia e in Serbia e cioè in gran parte dei paesi della ex Iugoslavia (all’epoca) in guerra tra loro; di quell'arsenale Russo che
Zhirinovskji, come molti altri leader politico-criminali, sta svendendo nel resto del mondo l'organizzazione di Oman ha consentito la diffusione capillare».
Lega e nazionalisti sloveni.
Ora il fatto interessante è che dalle indagini di "Cheque to Cheque" sono emersi, scrivono gli investigatori, «numerosi riscontri che legavano alcune parti del movimento di Bossi proprio ai nazionalisti sloveni. Questi ultimi erano, del resto, come si è visto attraverso la figura di Oman, strettamente legati a Vladimir Zhirinovskji e ai nazionalisti russi», un circuito finanziato con i "dinari" di Gheddafi.
Secondo i Carabinieri di Torre Annunziata l’uomo cerniera tra Lega Nord, Zirinowsky, Oman e Gheddafi sarebbe l’ex colonnello del KGB Alexander Kuzin approdato a logge massoniche coperte internazionali.
Alexander e Vladimir KUZIN – secondo le indagini dei carabinieri - sono due fratelli e uno dei due fratelli ,Vladimir , «ebbe in passato rapporti di collaborazione dopo la fine della ex Unione Sovietica con un'importante ditta di armi Americana ,la SUKHOI e collaborò per un certo tempo con i suoi dirigenti; in seguito si reintrodusse rapidamente nella grande organizzazione commerciale creata dal fratello ALEXANDER, la KUZIN INTERNATIONAL GROUP; quest'ultima opera in tutto il mondo con oltre 400 filiali di varie entità :fino a un centinaio sono presenti in Europa ». Ora il fatto interessante è che la filiale italiana della organizzazione di Kuzin (La Kuzin Italia S.r.l.) all’inizio degli anni novanta aveva sede proprio a Udine.
Scrivono ancora a chiare lettere gli investigatori: « I due fratelli KUZIN hanno costituito una sorta di testa di ponte dell'Organizazjia russa nel nostro paese, incentrando le loro aeree di smaltimento del traffico di armamenti soprattutto nel nord - est, circostanza non causale perché non vanno dimenticate le correlazioni più generali tra questi soggetti indagati .I KUZIN,infatti, hanno rapporti privilegiati sia con ZHIRINOVSKJI sia con il nazionalista sloveno OMAN, ma i nazionalisti sloveni sono stati anche tra i principali sostenitori dei movimenti indipendentisti del nord - est italiano creando rapporti privilegiati con molti esponenti politici confluiti poi nella LEGA NORD di BOSSI . BOSSI , a sua volta,è diventato per un breve periodo, almeno secondo le dichiarazioni di FRANCESCO ELMO, un interlocutore plausibile per lo stesso leader nazionalista russo e molti elementi sembrano indicare che finanziamenti sono pervenuti dalla Slovenia e perfino dalla Croazia attraverso varie forme e varie tipologie ai movimenti più irriducibili del nord - est ;ulteriori elementi sembrano in corso di acquisizione in questo periodo da parte dell'AG. (il riferimento è alla famosa inchiesta Phoney Money di David Monti ad Aosta n.d.r.) e non è causale quindi che in questa area di confine e di grande tensione politica KUZIN abbia posto le centrali italiane delle sue attività; »
Fino a ieri era roba vecchia, polverosa e dimenticata. Ma oggi con la sentenza di Udine che coinvolge in pieno la Lega Nord, e arriva sfiorare il leader del Carroccio, per affari non chiari proprio con la Croazia, acquistano ben altro interesse.
Pubblicato da Gigi a 01.41 0 commenti
sabato 23 gennaio 2010
Libia-Italia affari incrociati , Gheddafi il colonizzatore
Da Nigrizia, dicembre 2008.
Ironia della storia. Il leader dell’ex colonia italiana sta facendo shopping mirato nel Belpaese. In cambio di appalti.
Dopo Unicredit, nel mirino ci sono Telecom, Generali, Impregilo, oltre che imprese europee. E si profila anche un asse Tripoli-Mosca-Roma.
Due cose hanno in comune Silvio Berlusconi e il leader libico Muhammar Gheddafi: il chirurgo plastico e i soldi. Due cose apparentemente distanti, ma importanti per capire i personaggi e la recente evoluzione dei rapporti bilaterali tra Italia e Libia. Il chirurgo plastico è Liacyr Ribeiro, brasiliano, delfino di Ivo Pitanguy, pioniere della chirurgia plastica e ricostruttiva. Anni fa, mi confidò di aver fatto nel 1987 un trapianto di capelli e una liposuzione al Cavaliere, allora solo un noto imprenditore. E di aver fatto lo stesso su Gheddafi: «Al primo congresso panarabo di chirurgia estetica, in Libia, il ministro della sanità mi chiese se me la sentivo di visitare una persona della famiglia. Gli risposi di sì. Pensavo d’ incontrare la figlia o una delle mogli di Gheddafi. Invece, il giorno dopo, entrai in una tenda dove mi accolse il colonnello in persona. Mi spiegò che stava invecchiando e che un leader come lui aveva il dovere di restare giovane per essere carismatico davanti alle nuove generazioni. Tornai altre due volte. Gli trapiantai i capelli, gli eliminai le borse sotto gli occhi e gli tirai un po’ su gli zigomi». Un’ icona, una statua. Simbolo di bellezza e potenza immortale.
La seconda cosa in comune tra i due sono i soldi. Il premier italiano è uno degli uomini più ricchi del pianeta, grazie soprattutto ai proventi pubblicitari delle sue tv commerciali, vere macchine da soldi: le tv Mediaset valgono circa il 60% del mercato pubblicitario italiano. Il resto va alla Rai. Le briciole restano ai giornali. Non è da meno il colonnello Gheddafi, alla guida di un paese che ha sotto la sabbia enormi riserve di greggio (al 9° posto tra i paesi produttori per riserve accertate) e di gas naturale. In pochi anni, il prezzo del petrolio è schizzato dai 30$ al barile a sfiorare i 150 (ora, però, ha subito un brusco calo). Un mare di extra profitti nelle mani dei paesi produttori. Gheddafi oggi è uno dei pochi soggetti che ha liquidità da investire. Assieme ai fondi sovrani (fondi finanziari di proprietà dei governi) dei paesi arabi e della Cina. Soggetti che tengono in vita un sistema economico traballante, dopo la crisi dei mutui.
Gheddafi compra. E così, come gestisce la grande Jamahiriyah araba libica popolare socialista con potere di fatto assoluto (il colpo di stato nel 1969 ha portato all’eliminazione delle elezioni e dei partiti politici), così il colonnello gestisce, con lo stesso potere personalistico, i suoi affari. La lista della spesa è lunga e il carrello si riempie, giorno dopo giorno, di prede italiane ed europee. Ironia della sorte: il nuovo “colonizzatore” dell’economia e della finanza italiane è una ex colonia. Trent’anni fa, in piena austerity, aveva fatto rumore l’ingresso della Libia in Fiat. L’Avvocato aveva venduto a Tripoli il 13% del Lingotto e fatto tremare la diplomazia Usa. L’investimento nel 1976 fu di 200 milioni di dollari. Dieci anni dopo, i libici uscirono dal capitale di Fiat con un guadagno netto di 3 miliardi di dollari, superiore al 1.000%.
Libyan Investment Authority Qual è la strategia? A tracciare la strada è Farhat Bengdara, governatore della Banca centrale libica. Nei prossimi sei mesi, ha detto Bengdara di recente, la Libyan Investment Authority (Lia), un fondo sovrano nato due anni fa dalle ceneri della vecchia Banca Lafico e già forte di una dote di 65 miliardi di dollari, «si comprerà nel complesso il 3% delle azioni quotate sui mercati finanziari mondiali. Stiamo per acquisire, non una grande quota in una singola società, ma tante piccole quote azionarie in differenti settori attraverso i mercati finanziari». Il fondo sovrano libico guarda ai mercati europei, americani, asiatici e a quelli emergenti; guarda a settori immuni dalla crisi, come farmaceutica, utility, telecomunicazioni, società petrolifere e agroalimentari.
Investimenti per fare soldi e per condizionare, quando ce n’è bisogno, le scelte economiche e politiche. Un esempio? La Svizzera. Il 15 luglio scorso, in un albergo di Ginevra sono stati arrestati Hannibal Gheddafi, il figlio del colonnello, e la moglie incinta, dopo la denuncia di due domestici per maltrattamenti. La reazione dei suscettibilissimi libici ha avuto il sapore di una ritorsione: sospesi i rapporti diplomatici e quelli economici. Tripoli ha ordinato la chiusura degli uffici libici di multinazionali svizzere, come Nestlé e Abb. Ha arrestato i lavoratori svizzeri presenti nel paese per infrazione della legge sull’immigrazione. E ha ritirato dai sicuri forzieri delle banche elvetiche 7 miliardi di euro di depositi. Miliardi che stanno affluendo in Italia, ma anche in Spagna e Gran Bretagna. «Paesi amici». In partecipazioni azionarie e in depositi nelle Banche centrali, tra cui anche Bankitalia.
All’Italia – e, più in generale, ai paesi occidentali –, in un periodo come questo fa comodo avere un paese amico con tanti soldi. Un paese che non è più nella lista nera degli Stati Uniti. La riabilitazione si è conclusa a fine ottobre: il governo libico ha versato 1,5 miliardi di dollari per risarcire le famiglie delle vittime degli attentati terroristici all’ aereo Pan-Am, precipitato su Lockerbie, in Scozia, il 21 dicembre 1988 (270 morti) e alla discoteca La Belle di Berlino, il 5 aprile 1986 (3 morti e 260 feriti). Responsabili dei due attentati furono due agenti di Tripoli. Berlusconi, amico del liberale Putin, anche a proposito di Gheddafi ha detto che è «un leader di libertà» e ha appena regalato 5 miliardi di dollari alla Libia. Il “Trattato di amicizia” firmato il 30 agosto tra Berlusconi e Gheddafi a Bengasi prevede il versamento alla Libia di 5 miliardi in 20 anni (soldi pubblici, ovviamente), come risarcimento dei danni per le guerre coloniali. In cambio di appalti, affidati a imprese italiane e ai capitali dell’ex colonia, che affluiscono in Piazza Affari per sostenere le imprese del Belpaese.
Sdoganata dalle diplomazie occidentali, la Libia è, così, entrata nel salotto buono della finanza italiana: nelle scorse settimane è salita al 4,9% del capitale di Unicredit, con un investimento di 1,3 miliardi di euro. Investimento che è anche un buon affare, considerando che l’ acquisto è arrivato nella fase di massima svalutazione del titolo. Dopo Unicredit, i libici sono pronti a investire in altre società. Prima su tutte Telecom, ma anche Generali, Terna e Impregilo. Su Telecom, l’ ambasciatore libico a Roma ha spiegato che «c’è una valutazione in corso». Dipende tutto dal prezzo. Tripoli sta valutando l’ipotesi d’ ingresso nella Telco, la cassaforte che controlla la società telefonica. Insomma, nella sala di controllo. E poi Generali. Sono confermati «approcci reciproci». Con una precisazione che deve restare chiara, spiega l’ambasciatore libico: «Non puntiamo ad assumere il controllo o la maggioranza. La nostra ottica è e sarà di un investimento di lungo termine. Abbiamo soldi da investire». In Terna, la società della rete di trasmissione elettrica, i libici vorrebbero investire tra i 50 e i 100 milioni di euro per una quota tra l’1 e il 2% del capitale.
Eni, Noc e Gazprom Shopping in cambio di appalti. Gheddafi ha un piano di modernizzazione della Libia. Un piano da 153 miliardi di dollari, che prevede la realizzazione d’infrastrutture, progetti urbanistici e tecnologie per sviluppare l’industria estrattiva del petrolio e del gas. In giugno l’Eni ha siglato con la società libica che gestisce il petrolio e il gas (Noc, National Oil Corporation) un accordo da 28 miliardi di euro per lo sfruttamento dei giacimenti di greggio e l’aumento della produzione di gas. Con il raddoppio del gasdotto sottomarino Mellitah, lungo 580 km, che collega la Libia con la Sicilia. Accanto agli affari, le iniziative sociali (io ti do e tu, in cambio, mi dai): l’Eni ha firmato a fine ottobre un programma da 150 milioni di dollari con la Noc e la Gheddafi Development Foundation per il restauro di siti archeologici, interventi in campo ambientale, e la formazione di ingegneri libici, che saranno assunti dalla major del cane a sei zampe.
Impregilo ha vinto una commessa per la costruzione di una torre di 180 metri e un albergo di 600 camere a Tripoli. E ha già realizzato diverse importanti opere pubbliche in Libia: gli aeroporti di Kufra, Benina e Misuratah, e il Parlamento a Sirte. La stessa società – sotto inchiesta a Napoli per i disastri dei rifiuti campani – costruirà tre università, più diversi alberghi. Gheddafi, riconoscente, ha deciso di entrare nel capitale di Impregilo. Energia, edifici, alberghi, porti, aeroporti, strade. Ma anche telecomunicazioni. Il colosso francese Alcatel – la torta va divisa – sta gestendo la modernizzazione dell’intera rete telefonica: un affare da 161 milioni di dollari, che prevede la posa di oltre 7mila km di cavi in fibra ottica. Fa parte della partita anche la società italiana Sirti, che ha una commessa di 68 milioni di dollari. L’asse Roma-Mosca-Tripoli. Gheddafi è appena stato in visita ufficiale a Mosca. La prima dal 1985, dai tempi dell’Urss. Per fare affari, ovviamente. Sempre nello spirito dell’ex colonia che colonizza grazie ai petrodollari. Simbolicamente, l’occupazione di Gheddafi è cominciata con una tenda da beduino piantata all’interno della cinta del Cremlino, nel giardino Taininski. Tenda che ha ospitato l’illustre ospite nel giardino che domina la Moscova, tra le costruzioni presidenziali e il palazzo riservato alle cerimonie ufficiali. Il Colonnello è stato ricevuto dal presidente (delfino di Putin) Dmitry Medvedev.
Gheddafi ha offerto una base d’appoggio per le navi russe nel Mediterraneo e la disponibilità a costruire una centrale nucleare per usi pacifici (in un paese che galleggia sul petrolio) con tecnologia made in Russia. E ha fatto shopping di armamenti per almeno 2 miliardi di dollari: aerei Sukhoi 30, sistemi missilistici S300 e Tor-M1, caccia Mig-29, carri armati T-90. L’Italia fa parte della partita. Eni, Gazprom e Noc terranno in queste settimane trattative trilaterali per discutere di progetti congiunti. Il nuovo imperialismo russo parte dall’energia. Gazprom ed Eni sarebbero già pronte ad aprirsi al mercato africano del gas, quando tra pochi anni, come prevedono gli analisti, questo esploderà.
Riccardo Barlaam
[ lunedì 22 dicembre 2008 ]
Ironia della storia. Il leader dell’ex colonia italiana sta facendo shopping mirato nel Belpaese. In cambio di appalti.
Dopo Unicredit, nel mirino ci sono Telecom, Generali, Impregilo, oltre che imprese europee. E si profila anche un asse Tripoli-Mosca-Roma.
Due cose hanno in comune Silvio Berlusconi e il leader libico Muhammar Gheddafi: il chirurgo plastico e i soldi. Due cose apparentemente distanti, ma importanti per capire i personaggi e la recente evoluzione dei rapporti bilaterali tra Italia e Libia. Il chirurgo plastico è Liacyr Ribeiro, brasiliano, delfino di Ivo Pitanguy, pioniere della chirurgia plastica e ricostruttiva. Anni fa, mi confidò di aver fatto nel 1987 un trapianto di capelli e una liposuzione al Cavaliere, allora solo un noto imprenditore. E di aver fatto lo stesso su Gheddafi: «Al primo congresso panarabo di chirurgia estetica, in Libia, il ministro della sanità mi chiese se me la sentivo di visitare una persona della famiglia. Gli risposi di sì. Pensavo d’ incontrare la figlia o una delle mogli di Gheddafi. Invece, il giorno dopo, entrai in una tenda dove mi accolse il colonnello in persona. Mi spiegò che stava invecchiando e che un leader come lui aveva il dovere di restare giovane per essere carismatico davanti alle nuove generazioni. Tornai altre due volte. Gli trapiantai i capelli, gli eliminai le borse sotto gli occhi e gli tirai un po’ su gli zigomi». Un’ icona, una statua. Simbolo di bellezza e potenza immortale.
La seconda cosa in comune tra i due sono i soldi. Il premier italiano è uno degli uomini più ricchi del pianeta, grazie soprattutto ai proventi pubblicitari delle sue tv commerciali, vere macchine da soldi: le tv Mediaset valgono circa il 60% del mercato pubblicitario italiano. Il resto va alla Rai. Le briciole restano ai giornali. Non è da meno il colonnello Gheddafi, alla guida di un paese che ha sotto la sabbia enormi riserve di greggio (al 9° posto tra i paesi produttori per riserve accertate) e di gas naturale. In pochi anni, il prezzo del petrolio è schizzato dai 30$ al barile a sfiorare i 150 (ora, però, ha subito un brusco calo). Un mare di extra profitti nelle mani dei paesi produttori. Gheddafi oggi è uno dei pochi soggetti che ha liquidità da investire. Assieme ai fondi sovrani (fondi finanziari di proprietà dei governi) dei paesi arabi e della Cina. Soggetti che tengono in vita un sistema economico traballante, dopo la crisi dei mutui.
Gheddafi compra. E così, come gestisce la grande Jamahiriyah araba libica popolare socialista con potere di fatto assoluto (il colpo di stato nel 1969 ha portato all’eliminazione delle elezioni e dei partiti politici), così il colonnello gestisce, con lo stesso potere personalistico, i suoi affari. La lista della spesa è lunga e il carrello si riempie, giorno dopo giorno, di prede italiane ed europee. Ironia della sorte: il nuovo “colonizzatore” dell’economia e della finanza italiane è una ex colonia. Trent’anni fa, in piena austerity, aveva fatto rumore l’ingresso della Libia in Fiat. L’Avvocato aveva venduto a Tripoli il 13% del Lingotto e fatto tremare la diplomazia Usa. L’investimento nel 1976 fu di 200 milioni di dollari. Dieci anni dopo, i libici uscirono dal capitale di Fiat con un guadagno netto di 3 miliardi di dollari, superiore al 1.000%.
Libyan Investment Authority Qual è la strategia? A tracciare la strada è Farhat Bengdara, governatore della Banca centrale libica. Nei prossimi sei mesi, ha detto Bengdara di recente, la Libyan Investment Authority (Lia), un fondo sovrano nato due anni fa dalle ceneri della vecchia Banca Lafico e già forte di una dote di 65 miliardi di dollari, «si comprerà nel complesso il 3% delle azioni quotate sui mercati finanziari mondiali. Stiamo per acquisire, non una grande quota in una singola società, ma tante piccole quote azionarie in differenti settori attraverso i mercati finanziari». Il fondo sovrano libico guarda ai mercati europei, americani, asiatici e a quelli emergenti; guarda a settori immuni dalla crisi, come farmaceutica, utility, telecomunicazioni, società petrolifere e agroalimentari.
Investimenti per fare soldi e per condizionare, quando ce n’è bisogno, le scelte economiche e politiche. Un esempio? La Svizzera. Il 15 luglio scorso, in un albergo di Ginevra sono stati arrestati Hannibal Gheddafi, il figlio del colonnello, e la moglie incinta, dopo la denuncia di due domestici per maltrattamenti. La reazione dei suscettibilissimi libici ha avuto il sapore di una ritorsione: sospesi i rapporti diplomatici e quelli economici. Tripoli ha ordinato la chiusura degli uffici libici di multinazionali svizzere, come Nestlé e Abb. Ha arrestato i lavoratori svizzeri presenti nel paese per infrazione della legge sull’immigrazione. E ha ritirato dai sicuri forzieri delle banche elvetiche 7 miliardi di euro di depositi. Miliardi che stanno affluendo in Italia, ma anche in Spagna e Gran Bretagna. «Paesi amici». In partecipazioni azionarie e in depositi nelle Banche centrali, tra cui anche Bankitalia.
All’Italia – e, più in generale, ai paesi occidentali –, in un periodo come questo fa comodo avere un paese amico con tanti soldi. Un paese che non è più nella lista nera degli Stati Uniti. La riabilitazione si è conclusa a fine ottobre: il governo libico ha versato 1,5 miliardi di dollari per risarcire le famiglie delle vittime degli attentati terroristici all’ aereo Pan-Am, precipitato su Lockerbie, in Scozia, il 21 dicembre 1988 (270 morti) e alla discoteca La Belle di Berlino, il 5 aprile 1986 (3 morti e 260 feriti). Responsabili dei due attentati furono due agenti di Tripoli. Berlusconi, amico del liberale Putin, anche a proposito di Gheddafi ha detto che è «un leader di libertà» e ha appena regalato 5 miliardi di dollari alla Libia. Il “Trattato di amicizia” firmato il 30 agosto tra Berlusconi e Gheddafi a Bengasi prevede il versamento alla Libia di 5 miliardi in 20 anni (soldi pubblici, ovviamente), come risarcimento dei danni per le guerre coloniali. In cambio di appalti, affidati a imprese italiane e ai capitali dell’ex colonia, che affluiscono in Piazza Affari per sostenere le imprese del Belpaese.
Sdoganata dalle diplomazie occidentali, la Libia è, così, entrata nel salotto buono della finanza italiana: nelle scorse settimane è salita al 4,9% del capitale di Unicredit, con un investimento di 1,3 miliardi di euro. Investimento che è anche un buon affare, considerando che l’ acquisto è arrivato nella fase di massima svalutazione del titolo. Dopo Unicredit, i libici sono pronti a investire in altre società. Prima su tutte Telecom, ma anche Generali, Terna e Impregilo. Su Telecom, l’ ambasciatore libico a Roma ha spiegato che «c’è una valutazione in corso». Dipende tutto dal prezzo. Tripoli sta valutando l’ipotesi d’ ingresso nella Telco, la cassaforte che controlla la società telefonica. Insomma, nella sala di controllo. E poi Generali. Sono confermati «approcci reciproci». Con una precisazione che deve restare chiara, spiega l’ambasciatore libico: «Non puntiamo ad assumere il controllo o la maggioranza. La nostra ottica è e sarà di un investimento di lungo termine. Abbiamo soldi da investire». In Terna, la società della rete di trasmissione elettrica, i libici vorrebbero investire tra i 50 e i 100 milioni di euro per una quota tra l’1 e il 2% del capitale.
Eni, Noc e Gazprom Shopping in cambio di appalti. Gheddafi ha un piano di modernizzazione della Libia. Un piano da 153 miliardi di dollari, che prevede la realizzazione d’infrastrutture, progetti urbanistici e tecnologie per sviluppare l’industria estrattiva del petrolio e del gas. In giugno l’Eni ha siglato con la società libica che gestisce il petrolio e il gas (Noc, National Oil Corporation) un accordo da 28 miliardi di euro per lo sfruttamento dei giacimenti di greggio e l’aumento della produzione di gas. Con il raddoppio del gasdotto sottomarino Mellitah, lungo 580 km, che collega la Libia con la Sicilia. Accanto agli affari, le iniziative sociali (io ti do e tu, in cambio, mi dai): l’Eni ha firmato a fine ottobre un programma da 150 milioni di dollari con la Noc e la Gheddafi Development Foundation per il restauro di siti archeologici, interventi in campo ambientale, e la formazione di ingegneri libici, che saranno assunti dalla major del cane a sei zampe.
Impregilo ha vinto una commessa per la costruzione di una torre di 180 metri e un albergo di 600 camere a Tripoli. E ha già realizzato diverse importanti opere pubbliche in Libia: gli aeroporti di Kufra, Benina e Misuratah, e il Parlamento a Sirte. La stessa società – sotto inchiesta a Napoli per i disastri dei rifiuti campani – costruirà tre università, più diversi alberghi. Gheddafi, riconoscente, ha deciso di entrare nel capitale di Impregilo. Energia, edifici, alberghi, porti, aeroporti, strade. Ma anche telecomunicazioni. Il colosso francese Alcatel – la torta va divisa – sta gestendo la modernizzazione dell’intera rete telefonica: un affare da 161 milioni di dollari, che prevede la posa di oltre 7mila km di cavi in fibra ottica. Fa parte della partita anche la società italiana Sirti, che ha una commessa di 68 milioni di dollari. L’asse Roma-Mosca-Tripoli. Gheddafi è appena stato in visita ufficiale a Mosca. La prima dal 1985, dai tempi dell’Urss. Per fare affari, ovviamente. Sempre nello spirito dell’ex colonia che colonizza grazie ai petrodollari. Simbolicamente, l’occupazione di Gheddafi è cominciata con una tenda da beduino piantata all’interno della cinta del Cremlino, nel giardino Taininski. Tenda che ha ospitato l’illustre ospite nel giardino che domina la Moscova, tra le costruzioni presidenziali e il palazzo riservato alle cerimonie ufficiali. Il Colonnello è stato ricevuto dal presidente (delfino di Putin) Dmitry Medvedev.
Gheddafi ha offerto una base d’appoggio per le navi russe nel Mediterraneo e la disponibilità a costruire una centrale nucleare per usi pacifici (in un paese che galleggia sul petrolio) con tecnologia made in Russia. E ha fatto shopping di armamenti per almeno 2 miliardi di dollari: aerei Sukhoi 30, sistemi missilistici S300 e Tor-M1, caccia Mig-29, carri armati T-90. L’Italia fa parte della partita. Eni, Gazprom e Noc terranno in queste settimane trattative trilaterali per discutere di progetti congiunti. Il nuovo imperialismo russo parte dall’energia. Gazprom ed Eni sarebbero già pronte ad aprirsi al mercato africano del gas, quando tra pochi anni, come prevedono gli analisti, questo esploderà.
Riccardo Barlaam
[ lunedì 22 dicembre 2008 ]
FERROVIE E TANGENTI. LE INTERCETTAZIONI
" Il generale? Lo faccio chiamare io "
Il banchiere: " Ho telefonato a Cesare e gli ho detto: con quell' alto ufficiale sei ancora amico? "
------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ LE INTERCETTAZIONI TITOLO: "Il generale? Lo faccio chiamare io" Il banchiere: "Ho telefonato a Cesare e gli ho detto: con quell' alto ufficiale sei ancora amico?" - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - "Ho chiamato Previti e gli ho detto: te con Angioni sei ancora amico?". Spunta il nome dell' ex ministro della Difesa, Cesare Previti, nelle intercettazioni di Francesco Pacini Battaglia. Oggetto: una trattativa per la vendita di armi al Kuwait, per la quale sarebbe stato chiesto a Previti di "esercitare pressioni sul generale Angioni". L' intreccio evidenzierebbe rapporti del banchiere per traffici internazionali di armi con un certo "Omar, un importante faccendiere che aspira al governo della Libia", oltre a tentativi di contattare esponenti politici per ottenere favori di vario genere. Le circostanze emergono dall' ordinanza di custodia cautelare contro Pierfrancesco Guarguaglini, amministratore delegato della Oto Melara, e Pacini Battaglia, nel filone dell' inchiesta di La Spezia che riguarda le armi. Dalle intercettazioni ambientali riportate nell' ordinanza, emerge tra l' altro, scrivono i magistrati, "la commistione tra personaggi istituzionali e faccendieri al fine di ottenere la sottoscrizione dei contratti per la fornitura degli armamenti". Lo aiuti, ora o mai piu' Incontro tra Pacini Battaglia e Guarguaglini, 22 gennaio ' 96. Pierfrancesco Guarguaglini: "Poi ehh.. io il 26 vedo Angioni e quindi gli voglio proporre il Kuwait. Se poi non... e gli dici qualcosa tu... facilita". Pacini Battaglia: "Glielo faccio telefonare subito dal suo grande amico che e' diventato, e bisogna che lo chiami oggi: telefonare Cesare (annotano gli investigatori: verosimilmente Cesare Previti, ndr)". Conversazione tra Pacini e Guarguaglini, 2 febbraio. P.B.: "E poi a me m' ha detto perche' io ti... perche' te stamattina andavi da Angioni perche' io poi non... non ci capisco nulla in queste cose, ho chiamato Previti e gli ho detto: te con Angioni sei ancora amico?... cinque o sei giorni fa... perche' in questa confusione... m' ha detto: sono amicissimo. Dico guarda che... Angioni... venerdi' mattina vede Piero (Guarguaglini, ndr)... per favore lo aiuti perche' tanto poi... si puo' anche non fare piu' nulla, ho detto a Previti, ma ormai dato che si era preso degli impegni con...". Nelle intercettazioni emergono poi vari riferimenti a Finmeccanica, alle possibilita' di Guarguaglini di andare a capo dell' Alenia e alla situazione politica. Il 12 gennaio ' 96, tra l' altro, i due indagati scambiano questa conversazione. P.B.: "...trovo che nella Finmeccanica c' e' un tale casino in questi giorni che non ho... non ho nessuna idea di che cosa Prudente si... stia li' ad aspettare... cioe' io credo che fondamentalmente Finmeccanica non si sia... non si sia preso nessuna decisione con Dini che e' cascato, si sia in un mare magnum, non so se ti sei reso conto in quale casino...". Parla a bassa voce P.G.: "Secondo te come va a finire?". P.B.: "Di Dini?". P.G.: "... parla a bassa voce queste cose qui". P.B.: "Ah senti. O riesce il Polo e l' Ulivo... diciamo il Polo e Ulivo diciamo D' Alema e Berlusconi a trovare un accordo per fare un governo che va a febbraio del ' 97, che potrebbe farlo per presidente Dini... la mia idea puo' darsi che sia sbagliata o senno' fanno un governo istituzionale con Scognamiglio presidente... finche' dura tre mesi e votano a marzo... a maggio... se fanno un governo istituzionale Dini va a fare il ministro degli Esteri, questo te lo dico io". P.G. (parla a bassa voce): "Non ministro (...) Tesoro (...) Esteri no?". P.B.: "No, poiche' voglian mettere un... una correlazione col discorso del... del semestre europeo". P.G.: "La Susanna (Susanna Agnelli ndr) sara' dispiaciuta...". P.B.: "La Susanna e' incazzata che non parla, ma dato che... ci siamo parlati due giorni fa e i problemi... e' tutto fatto perche' Dini... ". Infine, in una intercettazione del gennaio del ' 96, durante una discussione su vari argomenti legati alle commesse di armi, Guarguaglini e Pacini Battaglia fanno riferimento alla possibilita' di ottenere un incontro con l' onorevole D' Alema, citando alcuni possibili intermediari.
Pagina 3
(21 settembre 1996) - Corriere della Sera
Il banchiere: " Ho telefonato a Cesare e gli ho detto: con quell' alto ufficiale sei ancora amico? "
------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ LE INTERCETTAZIONI TITOLO: "Il generale? Lo faccio chiamare io" Il banchiere: "Ho telefonato a Cesare e gli ho detto: con quell' alto ufficiale sei ancora amico?" - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - "Ho chiamato Previti e gli ho detto: te con Angioni sei ancora amico?". Spunta il nome dell' ex ministro della Difesa, Cesare Previti, nelle intercettazioni di Francesco Pacini Battaglia. Oggetto: una trattativa per la vendita di armi al Kuwait, per la quale sarebbe stato chiesto a Previti di "esercitare pressioni sul generale Angioni". L' intreccio evidenzierebbe rapporti del banchiere per traffici internazionali di armi con un certo "Omar, un importante faccendiere che aspira al governo della Libia", oltre a tentativi di contattare esponenti politici per ottenere favori di vario genere. Le circostanze emergono dall' ordinanza di custodia cautelare contro Pierfrancesco Guarguaglini, amministratore delegato della Oto Melara, e Pacini Battaglia, nel filone dell' inchiesta di La Spezia che riguarda le armi. Dalle intercettazioni ambientali riportate nell' ordinanza, emerge tra l' altro, scrivono i magistrati, "la commistione tra personaggi istituzionali e faccendieri al fine di ottenere la sottoscrizione dei contratti per la fornitura degli armamenti". Lo aiuti, ora o mai piu' Incontro tra Pacini Battaglia e Guarguaglini, 22 gennaio ' 96. Pierfrancesco Guarguaglini: "Poi ehh.. io il 26 vedo Angioni e quindi gli voglio proporre il Kuwait. Se poi non... e gli dici qualcosa tu... facilita". Pacini Battaglia: "Glielo faccio telefonare subito dal suo grande amico che e' diventato, e bisogna che lo chiami oggi: telefonare Cesare (annotano gli investigatori: verosimilmente Cesare Previti, ndr)". Conversazione tra Pacini e Guarguaglini, 2 febbraio. P.B.: "E poi a me m' ha detto perche' io ti... perche' te stamattina andavi da Angioni perche' io poi non... non ci capisco nulla in queste cose, ho chiamato Previti e gli ho detto: te con Angioni sei ancora amico?... cinque o sei giorni fa... perche' in questa confusione... m' ha detto: sono amicissimo. Dico guarda che... Angioni... venerdi' mattina vede Piero (Guarguaglini, ndr)... per favore lo aiuti perche' tanto poi... si puo' anche non fare piu' nulla, ho detto a Previti, ma ormai dato che si era preso degli impegni con...". Nelle intercettazioni emergono poi vari riferimenti a Finmeccanica, alle possibilita' di Guarguaglini di andare a capo dell' Alenia e alla situazione politica. Il 12 gennaio ' 96, tra l' altro, i due indagati scambiano questa conversazione. P.B.: "...trovo che nella Finmeccanica c' e' un tale casino in questi giorni che non ho... non ho nessuna idea di che cosa Prudente si... stia li' ad aspettare... cioe' io credo che fondamentalmente Finmeccanica non si sia... non si sia preso nessuna decisione con Dini che e' cascato, si sia in un mare magnum, non so se ti sei reso conto in quale casino...". Parla a bassa voce P.G.: "Secondo te come va a finire?". P.B.: "Di Dini?". P.G.: "... parla a bassa voce queste cose qui". P.B.: "Ah senti. O riesce il Polo e l' Ulivo... diciamo il Polo e Ulivo diciamo D' Alema e Berlusconi a trovare un accordo per fare un governo che va a febbraio del ' 97, che potrebbe farlo per presidente Dini... la mia idea puo' darsi che sia sbagliata o senno' fanno un governo istituzionale con Scognamiglio presidente... finche' dura tre mesi e votano a marzo... a maggio... se fanno un governo istituzionale Dini va a fare il ministro degli Esteri, questo te lo dico io". P.G. (parla a bassa voce): "Non ministro (...) Tesoro (...) Esteri no?". P.B.: "No, poiche' voglian mettere un... una correlazione col discorso del... del semestre europeo". P.G.: "La Susanna (Susanna Agnelli ndr) sara' dispiaciuta...". P.B.: "La Susanna e' incazzata che non parla, ma dato che... ci siamo parlati due giorni fa e i problemi... e' tutto fatto perche' Dini... ". Infine, in una intercettazione del gennaio del ' 96, durante una discussione su vari argomenti legati alle commesse di armi, Guarguaglini e Pacini Battaglia fanno riferimento alla possibilita' di ottenere un incontro con l' onorevole D' Alema, citando alcuni possibili intermediari.
Pagina 3
(21 settembre 1996) - Corriere della Sera
Iscriviti a:
Commenti (Atom)