I verbali degli interrogatori di De Magistris
CATANZARONegli atti di «Why Not» - quelle sequestrate dalla procura di Salerno, e «risequestrate» dalla procura di Catanzaro - ci sarebbero le carte della «nuova P2». È questa la versione di Luigi de Magistris, ascoltato dai procuratori di Salerno, dinanzi ai quali, il 28 dicembre 2007, fa nomi e cognomi: «Le indagini Why Not stavano ricostruendo l'influenza di poteri occulti (…) in meccanismi vitali delle istituzioni repubblicane: in particolare stavo ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni e altri, e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario». E proprio Valori sarebbe ai vertici di questa organizzazione occulta. «Giancarlo Elia Valori - dice De Magistris - pareva risultare ai vertici attuali della "massoneria contemporanea" e Valori s'è occupato spesso di lavori pubblici”». Nel verbale, l'ex pm di Catanzaro, tira in ballo anche il governo di centrosinistra guidato da Massimo D'Alema: «Nel recente passato (Valori, ndr) ha trovato anche una sponda rilevante a sinistra, dentro il governo D'Alema, in Marco Minniti, ritenuto il "braccio destro" del Presidente del Consiglio dei Ministri». In altri passaggi (di ulteriori verbali) De Magistris specifica che su Minniti stava «svolgendo accertamenti delicatissimi e riservatissimi». Ma tornando a Valori, De Magistris va oltre, tracciando prima un collegamento con il figlio di Mario Delli Priscoli, l'ex procuratore generale della Corte di Cassazione che l'ha incolpato. Il tutto parte dal business della telefonia: «Valori s'è occupato del programma Blu - oggetto di accertamenti nel procedimento Toghe Lucane (inchiesta condotta sempre da De Magistris, ndr). Blu era interessato anche alle licenze Umts ossia il sistema che unisce telefonini e servizi internet, per le quali si è scatenata una "guerra di lobby". Le cinque licenze vennero poi assegnate da un comitato di ministri presieduto da Massimo D'Alema». E una di quelle licenze, conferma la procura, fu affidata proprio alla Blu. La vicenda s'intrica ulteriormente con il legame tra Valori e Giancarlo Pittelli, senatore del Pdl, indagato da De Magistris e anch'egli in odore di massoneria. I pm di Salerno scrivono che «Valori ha ricoperto le cariche di presidente di "Torino Internazionale", società per la quale Pittelli ha emesso fatture per un ammontare di 269.380 euro, per prestazioni consulenziali oggetto d'indagini in Why Not». Anche Luigi Bisignani, che De Magistris indagò in "Why Not", compariva nell'elenco della P2, «con il numero di tessera 203», scrivono gli inquirenti, puntualizzando che Bisignani ha però sempre negato. «Bisignani - continuano i procuratori di Salerno - risulta aver riportato una condanna a 3 anni e 4 mesi per maxi tangente Enimont». Infine, il terzo nominativo fatto da De Magistris, Franco Bonferroni, viene descritto dai pm di Salerno come «altro indagato eccellente» dei procedimenti Poseidone e Why Not: «Consigliere di Finmeccanica», scrivono i pm salernitani, «dei cui illeciti interessi in Calabria ha riferito De Magistris (…)». Il 18 settembre 2008, inoltre, De Magistris dichiara alla procura di Salerno: «L'ipotesi investigativa sulla quale avevo raccolto gravi indizi è quella sull'esistenza di una gestione illegale e anche occulta di settori rilevanti delle istituzioni, con radici in Calabria e ramificazioni in tutto territorio nazionale. Una sorta di nuova P2, per essere sintetici, e sul punto posso offrire ogni eventuale utile approfondimento che mi verrà richiesto». «Un'ipotesi investigativa», aggiunge, sulla quale non gli è stato «consentito di condurre a termine».
ANTONIO MASSARI - La Stampa del 05/12/08
martedì 9 dicembre 2008
De Magistris: «Le indagini toccavano legami con l'Africa e traffico d'armi»
CATANZARO (9 dicembre) - Luigi De Magistris, in una deposizione fatta ai magistrati
di Salerno il 12 novembre del 2007 disse che «nell'indagine Why not e Poseidone è uscito fuori il coinvolgimento di Finmeccanica. La Finmeccanica ottiene... e questo è proprio un capitolo al quale ci dobbiamo arrivare perchè è fondamentale, c'è tutta una storia importantissima di alcune opere che dovevano realizzare alcune società riconducibili alla Finmeccanica presso Lamezia Terme, l'ex area Sir, e soprattutto era emersa una serie di collegamenti molto strani tra Piero Scarpellini, che è uno dei principali collaboratori di Romano Prodi, e l'Africa».
«In particolare - ha proseguito De Magistris - anche il giorno delle perquisizioni, che noi cominciammo alle sette del mattino, Scarpellini si trovava in Libia ed era partito stranamente la notte per Tripoli e una pista che stava venendo fuori da alcuni atti
anche acquisiti era questa di una serie di viaggi molto strani di Scarpellini in paesi del
nord Africa e del centro Africa».
«Siccome la Finmeccanica... stavano emergendo - ha concluso - rapporti strettissimi con persone ed esponenti politici anche dell'imprenditoria, era questo uno dei filoni dove io stavo cominciando ad investigare».
Luigi De Magistris ha anche fatto riferimento ad un presunto traffico d'armi, non meglio precisato: «Un altro filone di indagine che avevo cominciato a perseguire, non avendo ancora fatto nessun atto ma stavo per cominciare - ha detto - era un giro di traffico d'armi».
«Confermata l'estraneità di Prodi». In serata Sandra Zampa, deputata Pd e portavoce di Romano Prodi, ha dichiarato che «le indiscrezioni di queste ore confermano l'assoluta estraneità del presidente Prodi a qualsiasi illecito o anche addebito».
di Salerno il 12 novembre del 2007 disse che «nell'indagine Why not e Poseidone è uscito fuori il coinvolgimento di Finmeccanica. La Finmeccanica ottiene... e questo è proprio un capitolo al quale ci dobbiamo arrivare perchè è fondamentale, c'è tutta una storia importantissima di alcune opere che dovevano realizzare alcune società riconducibili alla Finmeccanica presso Lamezia Terme, l'ex area Sir, e soprattutto era emersa una serie di collegamenti molto strani tra Piero Scarpellini, che è uno dei principali collaboratori di Romano Prodi, e l'Africa».
«In particolare - ha proseguito De Magistris - anche il giorno delle perquisizioni, che noi cominciammo alle sette del mattino, Scarpellini si trovava in Libia ed era partito stranamente la notte per Tripoli e una pista che stava venendo fuori da alcuni atti
anche acquisiti era questa di una serie di viaggi molto strani di Scarpellini in paesi del
nord Africa e del centro Africa».
«Siccome la Finmeccanica... stavano emergendo - ha concluso - rapporti strettissimi con persone ed esponenti politici anche dell'imprenditoria, era questo uno dei filoni dove io stavo cominciando ad investigare».
Luigi De Magistris ha anche fatto riferimento ad un presunto traffico d'armi, non meglio precisato: «Un altro filone di indagine che avevo cominciato a perseguire, non avendo ancora fatto nessun atto ma stavo per cominciare - ha detto - era un giro di traffico d'armi».
«Confermata l'estraneità di Prodi». In serata Sandra Zampa, deputata Pd e portavoce di Romano Prodi, ha dichiarato che «le indiscrezioni di queste ore confermano l'assoluta estraneità del presidente Prodi a qualsiasi illecito o anche addebito».
Tratto da "Il Messaggero" del 09/12/08
mercoledì 5 novembre 2008
ingente acquisto di armi della Libia
- Italia dall’Estero - http://italiadallestero.info -
Le autorità denunciano “ingente” acquisto di armi della Libia
Pubblicato il 13 Aprile 2008 In USA
[msnbc Associated Press]
L’accordo, del valore di $64 milioni, avrebbe potuto introdurre armi in Africa ed Irak
Perugia – L’ufficiale libico aveva tentato di mistificare la ragione della sua telefonata al trafficante d’armi italiano. “Un amico” disse, voleva comprare 1 milione di “pezzi” e 50 milioni di “cibo”. Ma mentre i due parlavano, nel 2006, la polizia italiana era in ascolto. Sapeva di che cosa si trattava. La Libia stava comprando armi da fuoco – in gran quantità.
Le autorità italiane avevano segretamente seguito per un anno le fasi dell’affare tra gli ufficiali libici e un gruppo di trafficanti d’armi provenienti da varie parti d’Italia, prima di entrare in azione per impedire quello che sarebbe stato uno scambio da 64 milioni di dollari [circa 51 milioni di euro, N.d.T.] in centinaia di migliaia di fucili d’assalto di fabbricazione cinese.
Il caso, dettagliato in documenti ottenuti da Associated Press, fa sorgere il dubbio che la Libia, un paese entusiasta di disfarsi della sua reputazione di sponsor del terrorismo, stia tuttora silenziosamente aiutando gruppi e regimi sospetti. L’inchiesta sottolinea anche il ruolo del mondo criminale italiano come mediatore nel commercio illegale di armi.
Destinazione Chad, Sudan?
Le carte della procura sostengono che almeno parte del cargo doveva essere spedito altrove e gli esperti indicano come probabili destinazioni paesi africani come Chad e Sudan, dilaniati dalla guerra e con numerose vittime civili. Ufficiali libici non hanno risposto alle domande poste da Associated Press in merito alle accuse.
I magistrati italiani sostengono che l’accordo comprendeva mazzette per centinaia di migliaia di dollari a beneficio di alti ufficiali libici. L’Italia era per loro il paese ideale per fare acquisti. “Varie organizzazioni criminali si servono dell’Italia per negoziare o trasportare carichi illegali di armi verso i Balcani, l’Africa, gli Stati Uniti e la Colombia, un commercio che comprende anche la cocaina e il traffico di esseri umani” dice Sergio Finardi, esperto di logistica militare presso TransArmsEurope, un’organizzazione non-governativa con sede in Italia e negli Stati Uniti che monitora il commercio d’armi.
Sono stati i magistrati anti-mafia di Perugia a scoprire gli affari dei libici, attraverso un’inchiesta distinta sul traffico di stupefacenti gestito dalla mafia. Uno degli indagati per droga si è rivelato fare parte di un altro gruppo, che usava ditte con sede a Malta e Cipro per mediare traffici d’armi.
La telefonata intercettata era tra Ermete Moretti, proprietario della ditta “Middle East Engeneering” con sede a Malta, e un uomo identificato dai magistrati italiani nell’ufficiale del Ministero della Difesa di Tripoli, Col. Tafferdin Mansur. “Vogliono anche il cibo” Mansur disse a Moretti nella conversazione del marzo 2006, riferendosi ai proiettili. “La loro richiesta è di 1 milione di pezzi e 50 milioni di cibo.”
Mafia rintracciata in Libia
Qualche giorno dopo, Gianluca Squarzolo, l’indagato che collega le due inchieste su droga e armi, si recò nella capitale libica, Tripoli, per concludere l’affare. A sua insaputa, la polizia ispezionò il suo bagaglio all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma, e vi trovò un catalogo d’armi, la prima prova tangibile delle attività del gruppo.
La polizia ha utilizzato intercettazioni telefoniche e di posta elettronica per seguire le fasi dell’accordo, che provano come quest’ultimo fosse costellato di richieste di tangenti da parte degli ufficiali libici. Quando sembrava che un affare preliminare stesse per concretizzarsi, ovvero l’acquisto di 500.000 T-56, la versione cinese dell’AK-47, le autorità intervennero per impedirlo.
Precedentemente, gli stessi trafficanti avevano accennato al fatto che la Libia non sarebbe stata il capolinea del carico. Il paese, con 5,5 milioni di abitanti, ha un esercito di sole 76.000 unità, secondo l’Istituto Internazionali di Studi Strategici, con sede a Londra. “Stanno facendo sul serio, se ne vogliono un milione” disse Moretti in una conversazione del 2006. “Significa che le vogliono distribuire un po’ ovunque.”
Ordine “ingente”
Gli investigatori la pensano allo stesso modo. “Gli indagati sono a conoscenza che quell’ordine così ingente di AK-47 è destinato a soddisfare non solo i bisogni dell’esercito libico…. sono consapevoli che parte del carico è destinato a terzi”, così ha scritto il magistrato anti-mafia di Perugia, Dario Razzi, nella sua richiesta di arresto contro il gruppo di italiani.
Gli italiani si recarono in Libia e Cina, fecero recapitare un campione di 6 armi nel paese nord-africano e organizzarono perfino il viaggio in Libia del rappresentante cinese al momento di siglare il contratto finale.
Il 12 Febbraio 2007, in varie parti d’Italia, la polizia ha arrestato 4 dei sospetti trafficanti d’armi: Moretti, Squarzolo, Massimo Bettinotti e Serafino Rossi. Si sospetta che un quinto membro, Vittorio Dordi, si trovi nella Repubblica Democratica del Congo, dove sarebbe coinvolto nel commercio di diamanti. Inoltre, 13 italiani sono stati arrestati nell’ambito dell’inchiesta sul traffico di droga. Numerose telefonate ad un rappresentante legale del gruppo italiano non hanno avuto risposta.
Nessuno degli ufficiali libici e cinesi che compaiono nell’inchiesta sono indagati, in quanto non sono sospettati di reati in territorio italiano. Le autorità guidate da Razzi hanno richiesto informazioni a riguardo a diversi paesi.
I documenti depositati in tribunale dimostrano che gli italiani avevano contatti con trafficanti d’armi internazionali per fornire carri armati ed elicotteri di fabbricazione russa, comprare un cannone navale e visori notturni per lo Sri-Lanka e procurare proiettili di gomma e lanciarazzi lacrimogeni da una società francese.
Molti accordi non sopravvivevano alle prime trattative. Ma i magistrati sostengono che la banda riuscì quasi nell’intento di vendere oltre 100.000 AK-47 all’Iraq, caso distinto ma in questo simile a quello della Libia. Dal momento che l’ordine libico da un milione di armi era così ingente, gli italiani decisero di acquistare inizialmente 500.000 fucili e 10 milioni di proiettili dalla Cina, secondo i mandati d’arresto firmati a Perugia.
Gli italiani si misero in trattative con la ditta Cina Jing An Import&Export Corporation, la quale a sua volta doveva procurare armi per la gigantesca compagnia statale cinese North Industries Corp, conosciuta anche come Norinco. Nessuna di queste due compagnie ha fornito spiegazioni a questo proposito, sebbene sollecitati.
Norinco bandita dagli USA
Nel 2005, il governo statunitense ha proibito alla Norinco di fare affari negli Stati Uniti, con l’accusa di aiutare il programma missilistico iraniano. Norinco ha smentito le accuse. L’ordine libico era ingente anche per la Norinco. Jing An aveva avvertito gli italiani che ci sarebbero voluti più di due anni per produrre così tante armi. “Dovete essere sicuri della quantità da ordinare” disse in una mail il direttore della Jing An, Yin Weiguo. “Devo ammettere che è un ordine molto grosso ed è stata una sorpresa per noi.”
Prima di spedire i 6 fucili campione a Tripoli, i cinesi richiesero anche i documenti per l’esportazione chiamati certificati “end user”, dove si attesta che la Libia è il recipiente finale di quel pacchetto campione. Il compito di ottenere i permessi toccò a Mansur e ad altri ufficiali libici, i quali, secondo le carte dei magistrati, erano pagati dagli italiani.
I magistrati sono convinti che il gruppo pagò al colonnello e ad un altro ufficiale del Minsitero della Difesa libico almeno 500.000 dollari in tangenti, incluso le tasse scolastiche del figlio di Mansur, che studia in Gran Bretagna. Gli Italiani erano d’accordo anche a condividere con i libici i profitti ottenuti dall’affare. Gli ufficiali libici a Tripoli ed i diplomatici a Roma ed alle Nazioni Unite hanno evitato di discutere del caso e tentativi di contattare Mansur e gli altri ufficiali coinvolti nell’indagine sono stati ignorati.
I rapporti peggiorano
Ulteriori richieste di denaro compromisero i rapporti tra gli italiani e i loro contatti durante la primavera-estate del 2006, mentre i primi attendevano le carte dal governo libico.
In una delle converazioni intercettate, Squarzolo, aggiornando il suo capo dalla Libia, suggeriva a Moretti di chiamare il colonnello per risolvere il problema. “Non lo chiamo Mansur” rispose Moretti. “Perché lo dovrei chiamare? Per sentirmi dire “manda soldi a mio figlio”? Digli che abbiamo bisogno di risultati, non di continue richieste e pretese”. I certificati furono definitivamente rilasciati nel luglio 2006, e firmati da un ufficiale identificato come General Maggiore (Abdulrahman Ali Alssied, il capo dell’ufficio procura) del Ministero della Difesa.
Mentre i Libici conducevano test, gli italiani e i cinesi finalizzavano un accordo per 10 milioni di proiettili, 300.000 fucili T-56 e 200.000 varianti del T-56 con doppia impugnatura. Il prezzo totale era di 40.9 milioni di dollari, che arrivava a 64,8 milioni di dollari dopo che gli italiani ci aggiunsero il 60% di margine di profitto. Questi dissero ai cinesi “dobbiamo dividere la commissione con i libici.”
Oltre i bisogni dell’esercito
Peter Danssaert, un espero in traffico d’armi presso l’International Peace Information Service – un istituto indipendente con sede in Belgio che si concentra sull’Africa sub-Sahariana – ha dichiarato che questo notevole ordine eccede i bisogni dell’esercito libico. Inoltre, il tipo di fucile T-56 che i libici volevano procurarsi è un modello vecchio di decine di anni, una a scelta improbabile vista la dedizione della Libia nel modernizzare le proprie forze armate attraverso l’acquisto di missili anti-carro armato e altri avanzati sistemi si difesa russi ed europei.
Le armi di vecchia generazione avrebbero potuto essere destinate a gruppi armati arretrati tecnologicamente in aree come il Ciad, Sudan, Somalia o la Repubblica Democratica del Congo. Secondo Danssaert, la Libia si sta dando da fare per incrementare la sua influenza nel continente, ora che le sanzioni ONU sono state tolte e che il paese sta riallacciando i rapporti con l’Occidente.
La Libia siede ormai nel Consiglio di Sicurezza dell’ ONU dopo aver annunciato nel 2003 lo smantellamento del proprio programma nucleare clandestino e dopo aver risarcito le famiglie delle vittime dell’attentato al volo Pan Am 103 nel 1988 su Lockerbie, Scozia.
Finardi, l’esperto di TransArmsEurope, che ha condotto una ricerca sul caso, ha dichiarato che sebbene sia impossibile sapere quale fazione nei paesi africani avrebbe tratto vantaggio dall’enorme carico, è probabile che le armi fossero destinate alle forze governative, come strategia per rinsaldare i rapporti della Libia con i paesi vicini.
Traffico di armi in Irak?
Tuttavia, in Iraq, la Libia è stata accusata di aver procurato armi ai gruppi di guerriglieri. In gennaio, un alto ufficiale iracheno dei servizi di sicurezza della provincia di Anbar, il colonnello di polizia Jubair Rashid Naief ,ha accusato Seif al-Islam Gheddafi, il figlio maggiore del leader Moammar Gheddafi, di aver aiutato un gruppo di 150 combattenti iracheni e stranieri, responsabili di diversi attacchi nella zona. Gheddafi non ha commentato le accuse.
Nel 2006, l’Iraq figurava anche in altre importanti trattative dei trafficanti italiani, i quali, separatamente dal caso della Libia, stavano lavorando a un affare da 40 milioni di dollari per vendere più di 100.000 AK-47 di fabbricazione russa al Ministero degli Interni iracheno.
L’affare, imbastito all’insaputa del comando statunitense a Bagdad, è stato bloccato, e con lui anche il complesso piano con la Libia, quando la polizia italiana è intervenuta arrestando il gruppo di italiani.
[Articolo originale di Associated Press Msnbc]
Articolo tradotto da Italia dall’Estero: http://italiadallestero.info
Link all'articolo: http://italiadallestero.info/archives/116
Le autorità denunciano “ingente” acquisto di armi della Libia
Pubblicato il 13 Aprile 2008 In USA
[msnbc Associated Press]
L’accordo, del valore di $64 milioni, avrebbe potuto introdurre armi in Africa ed Irak
Perugia – L’ufficiale libico aveva tentato di mistificare la ragione della sua telefonata al trafficante d’armi italiano. “Un amico” disse, voleva comprare 1 milione di “pezzi” e 50 milioni di “cibo”. Ma mentre i due parlavano, nel 2006, la polizia italiana era in ascolto. Sapeva di che cosa si trattava. La Libia stava comprando armi da fuoco – in gran quantità.
Le autorità italiane avevano segretamente seguito per un anno le fasi dell’affare tra gli ufficiali libici e un gruppo di trafficanti d’armi provenienti da varie parti d’Italia, prima di entrare in azione per impedire quello che sarebbe stato uno scambio da 64 milioni di dollari [circa 51 milioni di euro, N.d.T.] in centinaia di migliaia di fucili d’assalto di fabbricazione cinese.
Il caso, dettagliato in documenti ottenuti da Associated Press, fa sorgere il dubbio che la Libia, un paese entusiasta di disfarsi della sua reputazione di sponsor del terrorismo, stia tuttora silenziosamente aiutando gruppi e regimi sospetti. L’inchiesta sottolinea anche il ruolo del mondo criminale italiano come mediatore nel commercio illegale di armi.
Destinazione Chad, Sudan?
Le carte della procura sostengono che almeno parte del cargo doveva essere spedito altrove e gli esperti indicano come probabili destinazioni paesi africani come Chad e Sudan, dilaniati dalla guerra e con numerose vittime civili. Ufficiali libici non hanno risposto alle domande poste da Associated Press in merito alle accuse.
I magistrati italiani sostengono che l’accordo comprendeva mazzette per centinaia di migliaia di dollari a beneficio di alti ufficiali libici. L’Italia era per loro il paese ideale per fare acquisti. “Varie organizzazioni criminali si servono dell’Italia per negoziare o trasportare carichi illegali di armi verso i Balcani, l’Africa, gli Stati Uniti e la Colombia, un commercio che comprende anche la cocaina e il traffico di esseri umani” dice Sergio Finardi, esperto di logistica militare presso TransArmsEurope, un’organizzazione non-governativa con sede in Italia e negli Stati Uniti che monitora il commercio d’armi.
Sono stati i magistrati anti-mafia di Perugia a scoprire gli affari dei libici, attraverso un’inchiesta distinta sul traffico di stupefacenti gestito dalla mafia. Uno degli indagati per droga si è rivelato fare parte di un altro gruppo, che usava ditte con sede a Malta e Cipro per mediare traffici d’armi.
La telefonata intercettata era tra Ermete Moretti, proprietario della ditta “Middle East Engeneering” con sede a Malta, e un uomo identificato dai magistrati italiani nell’ufficiale del Ministero della Difesa di Tripoli, Col. Tafferdin Mansur. “Vogliono anche il cibo” Mansur disse a Moretti nella conversazione del marzo 2006, riferendosi ai proiettili. “La loro richiesta è di 1 milione di pezzi e 50 milioni di cibo.”
Mafia rintracciata in Libia
Qualche giorno dopo, Gianluca Squarzolo, l’indagato che collega le due inchieste su droga e armi, si recò nella capitale libica, Tripoli, per concludere l’affare. A sua insaputa, la polizia ispezionò il suo bagaglio all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma, e vi trovò un catalogo d’armi, la prima prova tangibile delle attività del gruppo.
La polizia ha utilizzato intercettazioni telefoniche e di posta elettronica per seguire le fasi dell’accordo, che provano come quest’ultimo fosse costellato di richieste di tangenti da parte degli ufficiali libici. Quando sembrava che un affare preliminare stesse per concretizzarsi, ovvero l’acquisto di 500.000 T-56, la versione cinese dell’AK-47, le autorità intervennero per impedirlo.
Precedentemente, gli stessi trafficanti avevano accennato al fatto che la Libia non sarebbe stata il capolinea del carico. Il paese, con 5,5 milioni di abitanti, ha un esercito di sole 76.000 unità, secondo l’Istituto Internazionali di Studi Strategici, con sede a Londra. “Stanno facendo sul serio, se ne vogliono un milione” disse Moretti in una conversazione del 2006. “Significa che le vogliono distribuire un po’ ovunque.”
Ordine “ingente”
Gli investigatori la pensano allo stesso modo. “Gli indagati sono a conoscenza che quell’ordine così ingente di AK-47 è destinato a soddisfare non solo i bisogni dell’esercito libico…. sono consapevoli che parte del carico è destinato a terzi”, così ha scritto il magistrato anti-mafia di Perugia, Dario Razzi, nella sua richiesta di arresto contro il gruppo di italiani.
Gli italiani si recarono in Libia e Cina, fecero recapitare un campione di 6 armi nel paese nord-africano e organizzarono perfino il viaggio in Libia del rappresentante cinese al momento di siglare il contratto finale.
Il 12 Febbraio 2007, in varie parti d’Italia, la polizia ha arrestato 4 dei sospetti trafficanti d’armi: Moretti, Squarzolo, Massimo Bettinotti e Serafino Rossi. Si sospetta che un quinto membro, Vittorio Dordi, si trovi nella Repubblica Democratica del Congo, dove sarebbe coinvolto nel commercio di diamanti. Inoltre, 13 italiani sono stati arrestati nell’ambito dell’inchiesta sul traffico di droga. Numerose telefonate ad un rappresentante legale del gruppo italiano non hanno avuto risposta.
Nessuno degli ufficiali libici e cinesi che compaiono nell’inchiesta sono indagati, in quanto non sono sospettati di reati in territorio italiano. Le autorità guidate da Razzi hanno richiesto informazioni a riguardo a diversi paesi.
I documenti depositati in tribunale dimostrano che gli italiani avevano contatti con trafficanti d’armi internazionali per fornire carri armati ed elicotteri di fabbricazione russa, comprare un cannone navale e visori notturni per lo Sri-Lanka e procurare proiettili di gomma e lanciarazzi lacrimogeni da una società francese.
Molti accordi non sopravvivevano alle prime trattative. Ma i magistrati sostengono che la banda riuscì quasi nell’intento di vendere oltre 100.000 AK-47 all’Iraq, caso distinto ma in questo simile a quello della Libia. Dal momento che l’ordine libico da un milione di armi era così ingente, gli italiani decisero di acquistare inizialmente 500.000 fucili e 10 milioni di proiettili dalla Cina, secondo i mandati d’arresto firmati a Perugia.
Gli italiani si misero in trattative con la ditta Cina Jing An Import&Export Corporation, la quale a sua volta doveva procurare armi per la gigantesca compagnia statale cinese North Industries Corp, conosciuta anche come Norinco. Nessuna di queste due compagnie ha fornito spiegazioni a questo proposito, sebbene sollecitati.
Norinco bandita dagli USA
Nel 2005, il governo statunitense ha proibito alla Norinco di fare affari negli Stati Uniti, con l’accusa di aiutare il programma missilistico iraniano. Norinco ha smentito le accuse. L’ordine libico era ingente anche per la Norinco. Jing An aveva avvertito gli italiani che ci sarebbero voluti più di due anni per produrre così tante armi. “Dovete essere sicuri della quantità da ordinare” disse in una mail il direttore della Jing An, Yin Weiguo. “Devo ammettere che è un ordine molto grosso ed è stata una sorpresa per noi.”
Prima di spedire i 6 fucili campione a Tripoli, i cinesi richiesero anche i documenti per l’esportazione chiamati certificati “end user”, dove si attesta che la Libia è il recipiente finale di quel pacchetto campione. Il compito di ottenere i permessi toccò a Mansur e ad altri ufficiali libici, i quali, secondo le carte dei magistrati, erano pagati dagli italiani.
I magistrati sono convinti che il gruppo pagò al colonnello e ad un altro ufficiale del Minsitero della Difesa libico almeno 500.000 dollari in tangenti, incluso le tasse scolastiche del figlio di Mansur, che studia in Gran Bretagna. Gli Italiani erano d’accordo anche a condividere con i libici i profitti ottenuti dall’affare. Gli ufficiali libici a Tripoli ed i diplomatici a Roma ed alle Nazioni Unite hanno evitato di discutere del caso e tentativi di contattare Mansur e gli altri ufficiali coinvolti nell’indagine sono stati ignorati.
I rapporti peggiorano
Ulteriori richieste di denaro compromisero i rapporti tra gli italiani e i loro contatti durante la primavera-estate del 2006, mentre i primi attendevano le carte dal governo libico.
In una delle converazioni intercettate, Squarzolo, aggiornando il suo capo dalla Libia, suggeriva a Moretti di chiamare il colonnello per risolvere il problema. “Non lo chiamo Mansur” rispose Moretti. “Perché lo dovrei chiamare? Per sentirmi dire “manda soldi a mio figlio”? Digli che abbiamo bisogno di risultati, non di continue richieste e pretese”. I certificati furono definitivamente rilasciati nel luglio 2006, e firmati da un ufficiale identificato come General Maggiore (Abdulrahman Ali Alssied, il capo dell’ufficio procura) del Ministero della Difesa.
Mentre i Libici conducevano test, gli italiani e i cinesi finalizzavano un accordo per 10 milioni di proiettili, 300.000 fucili T-56 e 200.000 varianti del T-56 con doppia impugnatura. Il prezzo totale era di 40.9 milioni di dollari, che arrivava a 64,8 milioni di dollari dopo che gli italiani ci aggiunsero il 60% di margine di profitto. Questi dissero ai cinesi “dobbiamo dividere la commissione con i libici.”
Oltre i bisogni dell’esercito
Peter Danssaert, un espero in traffico d’armi presso l’International Peace Information Service – un istituto indipendente con sede in Belgio che si concentra sull’Africa sub-Sahariana – ha dichiarato che questo notevole ordine eccede i bisogni dell’esercito libico. Inoltre, il tipo di fucile T-56 che i libici volevano procurarsi è un modello vecchio di decine di anni, una a scelta improbabile vista la dedizione della Libia nel modernizzare le proprie forze armate attraverso l’acquisto di missili anti-carro armato e altri avanzati sistemi si difesa russi ed europei.
Le armi di vecchia generazione avrebbero potuto essere destinate a gruppi armati arretrati tecnologicamente in aree come il Ciad, Sudan, Somalia o la Repubblica Democratica del Congo. Secondo Danssaert, la Libia si sta dando da fare per incrementare la sua influenza nel continente, ora che le sanzioni ONU sono state tolte e che il paese sta riallacciando i rapporti con l’Occidente.
La Libia siede ormai nel Consiglio di Sicurezza dell’ ONU dopo aver annunciato nel 2003 lo smantellamento del proprio programma nucleare clandestino e dopo aver risarcito le famiglie delle vittime dell’attentato al volo Pan Am 103 nel 1988 su Lockerbie, Scozia.
Finardi, l’esperto di TransArmsEurope, che ha condotto una ricerca sul caso, ha dichiarato che sebbene sia impossibile sapere quale fazione nei paesi africani avrebbe tratto vantaggio dall’enorme carico, è probabile che le armi fossero destinate alle forze governative, come strategia per rinsaldare i rapporti della Libia con i paesi vicini.
Traffico di armi in Irak?
Tuttavia, in Iraq, la Libia è stata accusata di aver procurato armi ai gruppi di guerriglieri. In gennaio, un alto ufficiale iracheno dei servizi di sicurezza della provincia di Anbar, il colonnello di polizia Jubair Rashid Naief ,ha accusato Seif al-Islam Gheddafi, il figlio maggiore del leader Moammar Gheddafi, di aver aiutato un gruppo di 150 combattenti iracheni e stranieri, responsabili di diversi attacchi nella zona. Gheddafi non ha commentato le accuse.
Nel 2006, l’Iraq figurava anche in altre importanti trattative dei trafficanti italiani, i quali, separatamente dal caso della Libia, stavano lavorando a un affare da 40 milioni di dollari per vendere più di 100.000 AK-47 di fabbricazione russa al Ministero degli Interni iracheno.
L’affare, imbastito all’insaputa del comando statunitense a Bagdad, è stato bloccato, e con lui anche il complesso piano con la Libia, quando la polizia italiana è intervenuta arrestando il gruppo di italiani.
[Articolo originale di Associated Press Msnbc]
Articolo tradotto da Italia dall’Estero: http://italiadallestero.info
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venerdì 10 ottobre 2008
IL GIALLO DEL TIR GIALLO di Valter Delle Donne
IL "GIALLO" DEL TIR GIALLO Romano Prodi ripete in continuazione la favoletta. Da una parte c’è lui, Robin Hood; dall’altra il principe Giovanni, Silvio Berlusconi, pieno di soldi e di televisioni. Per fortuna, il Professore può vantare, parole sue: «su 90mila volontari che vanno in giro spontaneamente» ad appoggiare la sua candidatura alla guida dell’Unione prima, e dell’Italia poi. Messa così, ci sarebbero da raccontare novantamila storie di eroismo quotidiano. Partiamo da Alessandro Fagioli da Sant’Ilario d’Enza, provincia di Reggio Emilia. Per chi non lo sapesse, il signor Fagioli è il fornitore del famoso Tir giallo. Un colore non casuale, visto che c’è un “giallo” sul prezzo pagato da Prodi: è stato «noleggiato per 95mila euro» o «acquistato per 120mila», come hanno riportato alcune agenzie di stampa? In attesa di capirci qualcosa in più, anziché il noioso depliant elettorale distribuito dalla propaganda prodiana, sarebbe stata molto più appassionante la biografia di Alessandro Fagioli. A lui fa capo il gruppo omonimo che opera da cinquant’anni in tutto il mondo nel settore dei trasporti eccezionali e della logistica. L’ultima impresa è stata quella del trasporto del sommergibile Toti. Amico personale di Romano Prodi, il volontario Fagioli, oltre a essere un tycoon dei trasporti è consigliere d’amministrazione, tra l’altro, della Banca popolare dell’Emilia Romagna e della Banca popolare di Crotone. A 67 anni, Fagioli è un pezzo da novanta dell’economia italiana. Sul sito dell’azienda si presenta con un espressione accigliata, la fede nuziale bene in vista e un profilo incolore: «La sua esperienza imprenditoriale, quasi cinquantennale, inizia nell’ormai lontano 1955 quando, anche insieme al padre Giovanni e al fratello Gianfranco, contribuisce alla nascita della prima ditta per il trasporto merci». Come tutte le imprese familiari, le vicende umane vanno di pari passo con quelle economiche. L’espansione dell’azienda non sfugge alla criminalità organizzata: l’8 febbraio 1978 il padre Giovanni viene rapito da una banda di giostrai. La liberazione avviene dopo quaranta giorni, dietro pagamento di un riscatto di 400 milioni di lire. Ma la famiglia conosce anche l’onta del carcere. Nel ’93, nel periodo giustizialista di Mani pulite, Gianfranco, in qualità di vicepresidente dell’azienda, viene accusato di «concorso in corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti». L’imprenditore è accusato di aver pagato 600 milioni di lire ad esponenti della Dc e del Psi. Una vicenda amara, conclusa con un patteggiamento. Alessandro, che ha un ruolo meno importante, se la cava con qualche avviso di garanzia, ma la ditta Fagioli è esposta anche ad altre tempeste giudiziarie. Nel novembre ’93 è la Digos anziché le Fiamme gialle a piombare negli uffici di Reggio Emilia: su mandato del giudice Felice Casson, dopo il sequestro a Porto Marghera di materiale nucleare destinato in Iran. Merce destinata all’industria civile ma, secondo il pm veneziano, in realtà materiale bellico destinato al governo di Teheran. I reattori nucleari erano stati trasportati da Genova a Marghera dalla ditta Fagioli. Inconvenienti che capitano a chi sta in affari, si sa. A distanza di dodici anni il giudice (oggi nel consiglio comunale veneziano con Rifondazione comunista) e l’inquisito, si trovano dallo stesso lato della barricata: potenza dell’antiberlusconismo. L’ultima vicenda giudiziaria si consuma nel 2004: l’azienda Fagioli, appare nell’elenco di società coinvolte dal manager Lorenzino Marzocchi nella vicenda Enipower. Avrebbe pagato una tangente del 3,5 per cento di un appalto. Ma il vicepresidente del gruppo, Gianfranco, viene stroncato da un infarto pochi giorni prima del processo. Gli intermediari di Marzocchi, spiegano fonti del tribunale, hanno avuto contatti solo con l’amministratore delegato dell’azienda. Sembra di rileggere le carte di certi processi che riguardano le aziende di Berlusconi. In questo caso, per fortuna, nessuno ha tuonato con il classico: «Non poteva non sapere ». Ai funerali c’è il gotha degli ex-democristiani dell’Emilia Romagna: in prima fila Romano Prodi, ma ci sono anche Pierluigi Castagnetti e Renzo Lusetti. Oggi il volontario Alessandro Fagioli distribuisce le sue energie «attraverso — si legge nella sua biografia — le sette società italiane ed estere e le cariche di amministratore unico e consigliere in numerose altre società del gruppo». Questa è la storia di uno dei 90mila volontari che aiutano spontaneamente il Robin Hood-Prodi. Leggendo la sua biografia, resta un ultimo dubbio. Quel «Fagioli Alessandro, imprenditore, Parma», che risulta nella documentazione della Commissione d’inchiesta di Tina Anselmi sulla P2 è la stessa persona? «Il 3 gennaio 1980 — si legge nel monumentale dossier della Camera dei deputati — venti fratelli della Loggia coperta “Virtus”, gli stessi della Loggia coperta Tricolore Reggio Emilia, passano all’Oriente di Bologna, con decreto magistrale 3515 del 12 novembre 1982». Uno di questi venti è un omonimo del volontario prodiano. Se pure fosse lui, non è reato essere massone. E comunque non cambierebbe nulla per nessuno. Ma sarebbe paradossale se quel tir giallo impiegato nella battaglia contro “il piduista Berlusconi”, fosse stato fornito da un “fratello” di Loggia. FONTE: IL SECOLO D'ITALIA
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