giovedì 15 novembre 2012

Bologna, sapremo la verità sul viaggio di Saleh a Roma?


L’articolo di Segreti di Stato e Libero Reporter sul misterioso viaggio a Roma di Abu Anzeh Saleh ha portato ad una seconda interpellanza urgente, dopo la prima a cui il governo ha dovuto ammettere – con un certo imbarazzo – di non conoscere né i motivi né l’esito di quella missione del capo dell’Fplp in Italia, richiesta dai magistrati di Bologna nell’ambito dell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980.
Tre parlamentari hanno chiesto di conoscere «l'esatta scansione temporale del viaggio di Saleh da Bologna a Roma, per ragioni inerenti all'inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980», nonché di verificare se, nel periodo compreso tra il 15 agosto e il 31 dicembre 1981, Saleh abbia ottemperato regolarmente all’obbligo di firma che la Corte d'appello dell'Aquila gli aveva imposto nell'ambito del processo per il sequestro dei missili ad Ortona, avvenuto la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979.
Giovedì prossimo, 15 novembre 2012, il governo dovrà rispondere a questa seconda interpellanza urgente indirizzata al Ministro dell'interno e al Ministro della giustizia sul caso Saleh. L’atto di sindacato ispettivo è stato presentato il 7 novembre 2012 dall’onorevole Antonio Buonfiglio del Gruppo misto FareItalia per la costituente popolare, e firmata anche dagli onorevoli Enzo Raisi del Fli e Siegfried Brugger del Gruppo misto Minoranze linguistiche.
In primo grado, il 25 gennaio 1980, a Saleh e ai tre autonomi romani del collettivo di via dei Volsci Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Luciano Nieri, per la vicenda dei missili era stata comminata una pena a 7 anni di reclusione. Il 14 agosto 1981 però – un anno dopo l’attentato – l’unico a riottenere la libertà sarà proprio Saleh, pur dovendo ottemperare all’obbligo di dimora a Bologna, città dove risiedeva, e di presentarsi periodicamente presso la locale Questura.
Da una ricerca condotta da Segretidistato.it è emerso, infatti, un carteggio tra l’allora consigliere istruttore aggiunto Aldo Gentile e la sezione penale della Corte d’Appello dell’Aquila. Il magistrato bolognese, il 10 settembre 1981, quindi a nemmeno un mese dalla scarcerazione di Saleh, chiedeva al Tribunale de L’Aquila un’autorizzazione ad esentare Saleh dai suoi obblighi poiché s’era resa necessaria una sua convocazione a Roma per il periodo dal 15 al 21 settembre 1981 «ai fini procedimento relativo attentato stazione ferroviaria Bologna 2 agosto 80». Qual era il motivo di questo inspiegabile atto istruttorio che rendeva necessaria la presenza a Roma del capo del Fronte popolare di Habbash in Italia, pochi giorni dopo la sua scarcerazione?
Questo scambio di telex, cinque documenti in tutto, fa emergere per la prima volta nel contesto delle indagini sulla strage del 2 agosto, un ruolo, tutto ancora da decifrare, di Abu Anzeh Saleh, responsabile militare per l’Italia del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, garante del “lodo Moro” e ufficiale di collegamento con il gruppo Carlos.
Gian Paolo Pelizzaro nell’articolo “Strage Bologna, quel viaggio segreto a Roma di Abu Anzeh Saleh”, pubblicato susegretidistato.it il 17 settembre 2012 (http://news.liberoreporter.eu/index.php/2012/09/Speciali/strage-bologna-quel-viaggio-segreto-a-roma-di-abu-anzeh-saleh.html) ha messo in evidenza tutte le implicazioni di questo inedito e delicato passaggio.
Dunque, ottenuta l’autorizzazione dai magistrati della Corte d’Appello de L’Aquila, Saleh presumibilmente si recò a Roma. Ma purtroppo, agli atti non c’è alcuna traccia né di questo viaggio, né si conosce dove andò, tantomeno cosa gli fu chiesto, da chi e che cosa disse.
Il 25 settembre 2012, proprio sulla scorta degli interrogativi sollevati nell’articolo di Pelizzaro, l’onorevole Enzo Raisi presentò un’interpellanza urgente firmata da 50 deputati (http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=59997&stile=6&highLight=1&paroleContenute=%27INTERPELLANZA+URGENTE%27).
Il governo, per voce del sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, rispose giovedì 4 ottobre (http://www.camera.it/410?idSeduta=0697&tipo=stenografico#sed0697.stenografico.tit00060.sub00030)
ammettendo che «non risulta alcun documento idoneo a spiegare quale specifica attività d’inchiesta sulla strage di Bologna sarebbe avvenuta attraverso tale viaggio a Roma del precitato Saleh».
Non solo non esiste alcun riscontro negli atti del procedimento penale sulla strage, conservati presso il Tribunale di Bologna, ma nemmeno risulta traccia presso le autorità giudiziarie di Roma, di Chieti, de L'Aquila, né presso il dipartimento delle informazioni per la sicurezza e il Ministero dell'interno – Dipartimento di pubblica sicurezza.

SCRITTO DA GABRIELE PARADISI, GIAN PAOLO PELIZZARO E FRANÇOIS DE QUENGO DE TONQUÉDEC - LUNEDÌ 12 NOVEMBRE 2012 17:09

giovedì 18 ottobre 2012

FRAMMENTI DI UNA STORIA INCOMPIUTA. 2. Trento. 13 gennaio 2012. Dalla rete nera del crimine al quarto livello. II Parte


3. I rapporti con la Libia di Gheddafi
Di una particolare convergenza tra poteri occulti e massonici ebbi occasione di occuparmi in ragione della mia, per la verità anche troppo breve, permanenza a Trapani, dopo che ero stato “liberato”, come narrerò, dall’inchiesta di Trento nel 1984. Parlo della commistione di interessi tra l’Italia e tanti suoi governanti e centri di potere intrattenuti con arabi e in particolare con la Libia di Gheddafi, sulla cui recente eliminazione, dopo quella di Saddam Hussein e quella di Osama Bin Laden, forse ancora molto sarà da scrivere.
In questa sede introduttiva vale la pena ricordare, al fine di comprendere lo strano e apparentemente contraddittorio rapporto che si è instaurato così a lungo tra arabi e italiani in particolare dalla seconda metà degli anni Settanta, non credo si possa prescindere dall’esame - sia pure sintetico - del ruolo svolto dalla massoneria, o meglio, da un suo particolare settore in Italia e all’estero.
Come evidenziai già nel mio volume “Il quarto livello, Editori Riuniti, I ed. 1996, la massoneria, che pure presenta meriti rilevanti nella sua lunga storia per la diffusione di principi di fratellanza, dall’ultimo dopoguerra ha finito per svolgere attività dirette all’acquisizione di posizioni di potere trasversale e di contropotere reale rispetto alle istituzionali statali e soprastatuali.
A questo processo contribuirono in parte la scomunica di Clemente XII e le mai rimarginate ferite pontificie dei tempi di Porta Pia e della caduta di Roma. Questi fatti determinarono una ingiustificata demonizzazione e spinsero la massoneria in mano a una dinastia organica alla “libera muratoria”, favorendo il proliferare di obbedienze, più inclini a occuparsi di questioni profane di controllo del potere che dell’ “elevazione morale e spirituale dell’uomo e dell’umana famiglia”.
Già nel 1925 Antonio Gramsci aveva sostenuto che la massoneria era l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese avesse avuto per lungo tempo. Indebolitasi l’organizzazione nel periodo tra le due guerre, la vocazione profana delle logge massoniche, come noto, si accrebbe nel periodo dell’intervento in Italia degli americani con il richiesto appoggio alla mafia di settori dei servizi di controspionaggio americani (Oss), in larga parte appartenenti alla massoneria di rito scozzese. Successivamente divenne più massiccia, quando dai movimenti studenteschi del ’68 e dalle rivendicazioni sindacali dell’epoca, iniziò quella stagione di tensioni che tutti conosciamo, almeno nei suoi aspetti più evidenti.
Mentre in Italia si accentuavano i tentativi, palesi e occulti, di frenare l’avanzata del comunismo, si verificarono sempre maggiori convergenze tra la massoneria italiana e quella americana, sempre attenta a “controllare” il nostro paese.
La logica di questo intervento si può ritrovare nella dottrina formulata ufficialmente dal presidente degli Stati Uniti Truman il 12 marzo 1947: la sicurezza americana doveva considerarsi in gioco laddove e ogni qual volta fosse esistita una minaccia comunista. Di qui la concezione di un Occidente inteso come territorio in guerra permanente contro il comunismo.
In queste vicende non possono però essere trascurati gli aspetti più propriamente legati all’affarismo, nazionale e internazionale. Spesso vi si manifestarono, infatti, significative presenze massoniche, che resero possibili rapporti interpersonali di carattere trasversale, con caratteri associativi certamente nuovi rispetto ai principi di fratellanza affermati dall’utopia massonica.
Un personaggio che, a questo proposito, forse è stato sottovalutato fu, sin dagli anni Settanta, Muammar Gheddafi, leader della Libia dal 1969, il cui nome è comparso nelle più strane vicende, dalle forniture petrolifere agli acquisti di armi, dagli appoggi al terrorismo a quelli all’eversione nera. Il tutto in una chiave antioccidentale e antiamericana.
Queste vicende avrebbero dovuto, sotto un profilo logico, condizionare in senso negativo l’atteggiamento dell’Italia nei confronti del leader libico.
Di fatto le cose andarono molto diversamente: Gheddafi trovò nei nostri uomini di governo un atteggiamento quasi sempre benevolo e talora difficilmente spiegabile anche secondo le giustificazioni imposte dagli interessi di Stato, condizionati dalle nostre esigenze energetiche.
La acquisizione in Sicilia, dagli anni ’80, di prove sull’operatività della massoneria “coperta”, potrebbe consentire una più approfondita lettura di alcuni episodi che riguardano Gheddafi. In particolare, nel 1986, a Trapani, presso un apparentemente insignificante centro studi, venne scoperto un luogo di incontro e di raccordo di numerose logge occulte, con affiliati della più varia natura: mafiosi, politici, trafficanti di droga, templari, massoni vicini agli ambienti del Vaticano, ma anche personaggi stranieri particolarmente importanti, come il leader libico Muammar Gheddafi, nella persona del suo rappresentante in Sicilia, un avvocato di Catania.
Vale la pena ricordare che, ancora allievo nella accademia militare britannica di Sandhursi, Gheddafi era stato reclutato nella setta massonica dei Senussi di cui il suo predecessore, il re Idris, era stato gran maestro. I Senussi costituivano allora e costituiscono ancor oggi uno degli strumenti usati dai servizi segreti britannici per l’attività di controllo dell’area meridionale del Mediterraneo. La stessa conquista della Libia da parte dell’Italia era stato probabilmente il risultato di un’operazione decisa a Londra per fermare l’influenza francese in Africa e in Medio Oriente.
Le reti spionistiche britanniche in Libia - che avevano già lavorato a una convergenza tra gli interessi inglesi e quelli dell’oligarchia veneziana -, sotto il fascismo avevano accentuato questa tendenza affidando la carica di governatore della Libia a Giuseppe Volpi, conte di Misurata: Volpi, ultimo doge di Venezia, aveva acquisito il titolo nobiliare di Misurata, traendolo dal nome di una cittadina libica sulla costa. La sua politica era stata poi continuata dal suo successore il quadrumviro Italo Balbo, gran maestro della massoneria segreta durante il periodo fascista.
Questo particolare tipo di massoneria è stato un tutt’uno con la polizia segreta fascista (Ovra) e ha costituito il modello, il trampolino di lancio e l’ossatura della futura loggia P2.
Le vecchie reti fasciste dell’Ovra e quelle libiche erano quasi un’unica rete, da cui “nacque” Gheddafi. Questi, salito al potere nel 1969, si appoggiò al centro studi trapanese che rappresentò un momento di contatto tra massoneria, componenti arabe e personaggi siciliani.
Gheddafi sostenne i movimenti indipendentisti siciliani e anche numerose azioni terroristiche nel quadro della sua lotta agli Stati Uniti e del suo sforzo per “allontanare” il più possibile gli americani dalla Sicilia.
Sin dall’inizio degli anni Settanta, fu fondata un’associazione (italo-araba), che favorì alcune iniziative libiche e cercò persino - come risulta da indicazioni contenute in vecchi atti processuali - di dar vita a un vero e proprio esercito di liberazione siciliano. Questa storia emerse da vecchie dichiarazioni del terrorista Bernardino Andreola, inviato in Sicilia con un’organizzazione finanziata da Gheddafi, per “studiare il modo di applicare il metodo mafioso alla lotta politica”.
Accanto all’Associazione italo-araba siciliana, l’altro punto di penetrazione libica in Italia fu l’Associazione Italia-Libia (con sede a Ferrara), sostenuta anch’essa dalla Libia e poi dichiarata fuorilegge perché troppo caratterizzata come organizzazione terroristica di destra. Era stata fondata nel 1973 da una decina di ex appartenenti al Msi, allontanatisi dalla linea ufficiale del partito giudicata troppo morbida. Presidente di questa associazione, che aveva ufficialmente lo scopo di sviluppare i rapporti culturali e di amicizia tra il popolo italiano e il popolo libico, fu un estremista della destra italiana ed europea, Claudio Mutti.
Sulla scorta delle varie investigazioni susseguitesi nel tempo, si potrebbe ipotizzare che questa sia stata la rete ideologica da cui prese le mosse il terrorismo italiano.
Ma anche altre piste conducono a Gheddafi e alla vecchia rete di Balbo, il cui nipote, Claudio Orsi, apparve uno dei primi creatori di gruppi maoisti a Ferrara e nel Veneto e precisamente dell’Associazione Italia-Cina di Ferrara. Attorno a questa ruotarono Franco Freda, Giovanni Ventura e il conte veneto Pietro Loredan, i cui nomi comparvero poi nelle indagini per le bombe di piazza Fontana.
Costoro - come anche estremisti di destra - si richiamavano, oltre che al pensiero di Mao, a quello del colonnello Gheddafi, da cui sembra giungessero, secondo molte indicazioni, aiuti concreti. Collaboratore di Claudio Orsi era Claudio Mutti, autore di articoli volti a celebrare il socialismo libico, per la rivista Ordine Pubblico, una pubblicazione diretta dal principe Alliata di Montereale (iscritto alla P2 e frequentatore della loggia di Trapani) e vicina alla organizzazione Rosa dei Venti di Verona.
Lo stesso nome di Mutti emerse nelle indagini sulla strage di piazza della Loggia a Brescia e su quella del treno Italicus.
Come hanno evidenziato numerose indagini giudiziarie, tutto il gruppo veneto faceva riferimento, per molti aspetti, ai generali Vito Miceli (direttore del Sid) e Gianadelio Maletti (responsabile del reparto “D” dello stesso Sid), entrambi piduisti. Il loro nome comparve nelle indagini di piazza Fontana, nel tentato colpo di Stato del “fratello” Junio Valerio Borghese, nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti e così via.
In questo contesto vanno anche ricordati alcuni fatti poco conosciuti particolarmente indicativi dell’epoca e di cui si trova traccia in documenti che per lungo tempo sono rimasti nascosti.
Dal reparto “D” del Sid venne compilato, tra l’ottobre del ’74 e la fine del ’75, un fascicolo segreto chiamato M.Fo.Biali (dal nome: Mario Foligni-Libia) che conteneva indagini “riservate” eseguite sul Nuovo partito popolare (Npp), che l’esponente politico democristiano Mario Foligni aveva creato, nel ’75, nel tentativo di spaccare la Dc. In questa attività affiorarono strani collegamenti con i movimenti indipendentisti siciliani dell’epoca e con numerosi personaggi appartenenti alla massoneria (nel direttivo del partito ne figuravano sette).
Non è casuale la scelta di evidenziare queste convergenze massoniche. L’ottica è quella di evidenziare non le responsabilità penali ma episodi indicativi di particolari raccordi ideologici non semplicemente inseribili nell’ordinario e generalizzato contesto storico italiano filoamericano dell’epoca.
Il fascicolo sopracitato (M.Fo.Biali) - contenente anche rilevantissimi accertamenti, eseguiti, sempre nel 1975, sui traffici tra personaggi vari della stessa Guardia di Finanza, politici, esponenti dei servizi segreti, e il leader libico Gheddafi - fu scoperto tra le carte del giornalista Mino Pecorelli, solo dopo la sua uccisione, avvenuta il 20 marzo 1979.
Nel fascicolo esistono riferimenti sulle ragioni che, a quell’epoca, determinarono le “benevole disponibilità” del leader libico nei confronti degli italiani. Come si apprende da alcune conversazioni registrate, Mario Foligni a un certo punto spiegò: “Volevano mettere una bomba sotto il palco di Gheddafi durante i festeggiamenti del primo settembre. Noi lo abbiamo fatto avvisare. Gli abbiamo salvato la vita e ciò è valso a ottenere da lui eccelsa gratitudine. Gheddafi ha detto: il petrolio l’avrete perché io offro all’Arabia Saudita... alcune cose... faccio una transazione... ve lo faccio dare io da questo Stato”. È stato questo, forse, il primo trattamento di favore italiano riservato a Gheddafi e anche il primo atto che ha unito operatori finanziari italiani e l’ente petrolifero saudita Petromin: quattro anni dopo, con le commesse petrolifere Eni-Petromin, sarebbe stato perfezionato un colossale tentativo di corruzione di Stato.
In un’altra conversazione registrata tra Foligni e un suo interlocutore, il primo a un certo punto affermava: “...Alcuni gruppi della Dc si sono recati con innocenza alla massoneria... dal “Grande saggio”, una persona di 82 anni, presidente di un Tribunale di Giustizia al quale si ricorre allorquando qualcuno deve essere stroncato”.
La persona in questione veniva, nel fascicolo, identificata nello “pseudoduca Ottorino Fragola, residente a Roma, capo della massoneria internazionale a livello europeo, giudice supremo della massoneria, settimo massone nel direttivo del Nuovo partito popolare”.
Al di là della scarsezza di indicazioni contenute negli atti in questione (dai quali non emergono specifiche prove di responsabilità penale), quel che si vuole evidenziare è piuttosto l’indubbia interconnessione tra aspetti affaristici, politici, massonici. Certamente inquietanti - qualsiasi sia il senso da attribuire alle parole - appaiono le definizioni dei ruoli svolti dal descritto supremo “Tribunale di Giustizia” e dal supremo “Grande saggio”, al quale ci si doveva appellare per “stroncare” chi avesse potuto porre in essere qualche non ben definito torto.
Queste affermazioni potrebbero apparire quasi fuori della realtà. Non hanno rappresentato invece solo ipotesi di scuola il piano di rinascita democratica di Licio Gelli in quegli anni e la ramificazione della loggia P2 in tutti gli apparati dello Stato, la sua estensione ai preferenziali rapporti con gli Stati Uniti e la sua penetrazione in attività economiche, finanziarie, bancarie, militari, politiche.
La reale portata di tutto ciò - al di là delle assoluzioni penali che ci sono state - rimane ancor oggi nel mistero, mentre i punti di fondo di quel programma relativi al controllo sui mass media e sulla magistratura continuano a costituire aspetti nevralgici anche dell’attuale vita politica e sociale.
Nemmeno possono considerarsi fuori della realtà le interconnessioni tra massoneria e mafia siciliana, da quelle risultanti nei vecchi rapporti tra alti esponenti di Cosa nostra italo americana con Sindona, a quelle più capillari descritte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 e, piú recentemente, da numerosi collaboratori di giustizia.
Dalle analisi numeriche degli iscritti alle logge siciliane della Gran Loggia di piazza del Gesù, integrate con gli elenchi di altri affiliati alle logge siciliane, emerge il fatto che è stato nel periodo 1976-1980 (e cioè nel periodo successivo alle elezioni politiche del 1976, le quali avevano visto l’avanzata comunista) che si è verificato il momento della massima espansione delle associazioni massoniche in Sicilia. Questa indicazione concorda con le più recenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i quali hanno fatto riferimento a quel periodo, come a quello in cui i vertici massonici chiesero ai capi di Cosa nostra di far affiliare due uomini d’onore per ogni provincia.
Nella seconda metà degli anni Settanta, si è dunque verificata una serie di fenomeni concomitanti: la crescita, unico caso tra gli altri paesi europei, del partito comunista; la saldatura, attorno a questo fatto, tra alcuni centri di potere, palesi e occulti, in Sicilia, con la mafia e con il leader libico Gheddafi: la convergenza, al massimo livello, di interessi italiani e ambienti islamici e in particolare di quelli rappresentati dalla mafia pachistana e da altri partner arabi che hanno goduto di trattamenti preferenziali con l’Italia, come l’Arabia Saudita del principe Fahd e l’Irak di Saddam Hussein.
Se tutto ciò è avvenuto in concomitanza con la crescita della massoneria e in particolare della P2, con il manifestarsi in Italia di gravissimi fatti, legati all’eversione di destra e di sinistra, con eventi stragisti, con l’eliminazione diretta di magistrati impegnati dal nord al sud nella lotta al terrorismo e alla mafia, evidentemente, non è stato un caso.
E non è stato certamente un caso che proprio in quel periodo si sono create e realizzate le maggiori convergenze, a livello occulto, tra servizi segreti paralleli o deviati, americani e italiani, che sempre più spesso hanno operato il collegamento con servizi segreti di altri paesi orientali, mantenendo solo apparentemente e formalmente uno stato di conflittualità.
È stata un’epoca, in definitiva, in cui si è realizzata una saldatura di interessi e di convergenze sotterranee tra centri di potere italiani e americani, di originaria matrice di destra e anticomunista, e centri di potere islamici, che facevano riferimento, dapprima, per una situazione logistica del tutto particolare, al leader libico Gheddafi, e poi, tramite questi, ad altri gruppi islamici integralisti, accomunati sia da interessi ideologici che dai grandi guadagni resi possibili dai commerci di petrolio e dalle forniture militari.
4. Il Quarto Livello
Dal contesto qui accennato è sempre emerso che delle operazioni in cui si mescolano insieme forniture di armi, traffici di droga, fondi occulti, finanziamenti illeciti, tangenti o “lecite” intermediazioni, una traccia rimane spesso in quei sacri santuari, le banche, ove tutto per necessità transita.
Al di là degli specifici episodi e delle ipotizzabili responsabilità penali, esistono alcune possibili chiavi di lettura, utili per decifrare il significato dei legami presenti in questo torbido intreccio di interessi che più volte ha visto uniti mafia, terrorismo, massoneria, integralismo, poteri trasversali nazionali e internazionali.
Poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo - Milano, in connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi libanesi.
In tale ricorrente asse - forse poco approfondito nel comune convincimento che la mafia operi solo in Sicilia - possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche), tutti ruotanti attorno a operazioni bancarie.
Anche più recentemente, l’esistenza di superficiali e lacunose notizie sugli aspetti bancari e finanziari connessi alla pur pluriennale attività svolta da Osama bin Laden e dai taleban  con alcuni centri di potere dell’Occidente, talora sotto la protezione del governo della Regina, talora sotto quella dei potentati e delle multinazionali statunitensi, ancora una volta appaiono far arenare le ricerche di chi crede che, da ieri a oggi, l’angolo bancario costituisca la traccia sulla quale si sono intersecati affari di droga, di armi, di terrorismo, di faccendieri, di massoni, di agenti segreti, di politici corrotti: traccia che ha sempre costituito il punto ultimo delle indagini per chi ha cercato di scoprire la verità.
È forse questa la pista - scritta e leggibile, ma ben celata da molte omertà di Stato - che consentirebbe la comprensione delle interconnessioni occulte: la chiave d’accesso al quarto livello, al centro direttivo delle componenti trasversali internazionali (bancarie, economiche, finanziarie, politiche).
Sono queste che realmente, al di là delle apparenze formali, gestiscono il potere in un contesto soprastatuale, ovvero tentano di gestirlo e di condizionarlo secondo propri superiori criteri. È questo il livello supremo che “non può” essere scoperto, perché dietro di esso si celano solo i nomi e gli interessi dei poteri diretti e trasversali di Stato: la chiave di una porta che non è consentito aprire.
L’individuazione di queste componenti presenta infatti estreme difficoltà.
L’analisi consente, comunque, alcuni possibili sviluppi logici, anche se, chiaramente, del tutto ipotetici e condizionati dalla impostazione di base.
Analizzando il fenomeno della mafia siciliana (che opera, tuttavia, a livello internazionale: con arabi e colombiani per le forniture di droga; con americani e russi per lo smercio; con mediorientali, serbi, russi, tedeschi, per le armi; con banche svizzere ed altre isole fiscali, per pagamenti e operazioni di riciclaggio), parrebbe indubbio che la sua “dirigenza” prevalentemente si manifesti nel massimo organo rappresentativo, la “Commissione”, e nella posizione di preminenza di un capo indiscusso che è stato per lungo tempo Salvatore Riina, e poi dai suoi seguaci.
Questa identificazione attiene - a ben vedere - al braccio armato della organizzazione: è questo, infatti, che detiene, afferma e manifesta, con atti “militari”, il massimo del potere, il controllo del territorio e la forza dell’autorità. Gli esempi potrebbero essere molteplici.
Passando all’esame delle altre componenti - quelle del massimo livello (bancarie, economiche, finanziarie, politiche) -, non potrebbe tentarsi una medesima impostazione di ricerca?
La componente “reale”, nella politica dei governi, è forse quella che si palesa nei patti politici, negli atti ufficiali, nei trattati internazionali, ove vengono siglate alleanze, accordi di non proliferazione nucleare, embarghi militari? Oppure va ricercata in quelle altre condotte - segrete - conosciute solo al massimo livello decisionale: forniture di armi a un paese formalmente nemico, partecipazioni azionarie in sconosciute società o banche estere, atti di interferenza nella vita di altri paesi? E tutto ciò non è forse voluto, al massimo livello, per imporre “proprie” scelte e “proprie” decisioni?
Anche su questo punto, numerosi potrebbero essere gli esempi: dai molteplici nostri rapporti con Gheddafi, con Saddam, alle forniture militari all’Irak come all’Iran, all’Argentina, alla Nigeria, allo stesso Osama bin Laden e ai taleban; dai sostegni diretti o indiretti ad attività segrete, alle interconnessioni economiche e bancarie, sconosciute al grande pubblico, ma note ai massimi vertici decisionali.
In questo contesto rientrano e si sviluppano evidentemente tutte quelle ipotesi di coperture di fatti politicamente rilevanti: segreti di Stato, segreti Nato, depistaggi, archiviazioni di procedimenti ministeriali, ecc.
E non si ha forse la percezione che il massimo potere possa spesso coincidere con il suo braccio militare?
Superservizi, cellule impazzite, servizi deviati, menti raffinatissime: tutti termini che indicano direttrici occulte, ma comunque gestori del potere reale, e capaci di dar vita ad “attività concrete” che condizionano la vita sociale e politica del paese?
Le manifestazioni di questo potere non si sono forse accompagnate spesso a episodi di natura “violenta”? Con effetti talora destabilizzanti, talora stabilizzanti, secondo le esigenze del momento e secondo matrici e motivazioni normalmente non coincidenti con quelle affermate a livello ufficiale?
Non è stato forse così nelle stragi di Stato, nei processi di eversione, nelle partecipazioni a strutture occulte o clandestine, nelle attività di sostegno al terrorismo nel quadro della lotta all’avanzata del comunismo?
Per avvicinarsi alla individuazione di tali componenti occulte e costanti nel tempo forse bisognerebbe porsi un primo quesito di fondo: chi ha “comandato” realmente in Italia, nei primi sessanta anni della nostra Repubblica? Sono stati i nostri temporanei governanti, nominati più o meno direttamente dal popolo? O, piuttosto, le “componenti” americane? Con sostegni economici, ma anche con ricatti; con finanziamenti ai partiti “in linea” ma anche con condizionamenti di scelte politiche; con accordi di favore ma anche con occupazioni di potere; con affermazioni di principi di libertà democratica, ma anche con interferenze nell’esercizio delle libertà sociali individuali e collettive; con declamazioni di pace, ma anche con attività occulte dirette a considerare un popolo “in pace” in uno stato di guerra permanente?
Seguendo questa logica si potrebbe arrivare a un’altra domanda: se sono state le componenti americane a dirigere realmente la politica italiana nel nostro paese, chi, a sua volta, le avrebbe dirette?
Qualcuno probabilmente risponderebbe: il presidente degli Stati Uniti.
Sarebbe una risposta sciocca e superficiale, anche solo a tener conto della temporaneità delle cariche. A chi in America gli pose la stessa domanda, William Cloen Skousen, professore della Brigham Young University rispondese: chi comanda realmente è il Council on Foreign Relations (Cfr), il Consiglio per le relazioni internazionali, una associazione costituita a Parigi nel lontano 1919 da Edward Mandell House (il “colonnello” House), un influente uomo d’affari texano, eminenza grigia che accompagnò il presidente Wilson alla Conferenza per la pace, quando nella capitale francese le nazioni vincitrici del primo conflitto mondiale si spartivano il globo.
Ancor oggi, questa associazione ha il suo quartier generale ad Harold Pratt House, in un edificio donato dai Rockefeller, sull’elegante Park Avenue: è qui che vengono “formati” i funzionari e i consiglieri governativi degli Stati Uniti, come Henry Kissinger e Zbignew Brzezinski, per citare i più noti del passato.
Il Cfr è la filiazione di una società segreta che, affondando le proprie radici nell’Inghilterra vittoriana e nei gruppi della Round Table, si propone di indirizzare la politica estera del governo statunitense nel senso di una affermazione planetaria della razza anglosassone.
Da questo “ambiente” è derivata la spinta decisiva all’intervento degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale. Negli stessi ambienti è stata impostata, nel dopoguerra, la strategia della guerra fredda; poi, quella, “alternativa”, dell’indebolimento di Mosca, realizzata attraverso la penetrazione occidentale: questo intendimento è stato di fatto perseguito tramite una “concezione” incentrata essenzialmente sull’importanza del settore bancario, unico a consentire una segreta e globale interferenza nei tessuti economici, finanziari, politici dei paesi da controllare; infine, quella “sostitutiva” della guerra fredda, introdotta con gli avvenimenti dell’11 settembre del 2001 e formalmente accettata da Vladimir Putin, che ha determinato un nuovo assetto nei centri di potere mondiali, fondato non più sulla “paura” del comunismo, bensì sul “terrore” dell’integralismo islamico, giustificativo di una nuova conflittualità che assume le stesse connotazioni della “guerra permanente” intrapresa dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra contro il comunismo e di per sé legittimante, allora come ora, nuovo esercizio di potere, nuove spartizioni del mondo, nuovo controllo degli interessi economici del XXI secolo.
Sotto tale profilo, partendo da una analisi sugli aspetti “italiani” di tale impostazione, può forse disconoscersi l’effettiva predominanza - all’interno delle nostre istituzioni, economiche, politiche, militari - delle componenti riconducibili a questa politica americana, espressione dell’imperialismo intercontinentale di ispirazione pananglista? Non è forse questo il potere reale che più ha influenzato e interagito nella nostra vita sociale, dal dopoguerra sino a oggi? Attraverso personaggi influenti e vicini al mondo bancario e alle oligarchie (anche massoniche) anglosassoni?
Non derivano da questi influssi le origini della nostra storia repubblicana? Le sue connessioni istituzionali con le componenti militari e massoniche americane? Le convergenze attorno alle attività occulte celate dietro i servizi segreti Oss, e poi Cia, Nsa, ecc.? Talora anche alcune connessioni con la mafia e con la destra eversiva? I collegamenti massonici che hanno trovato ispirazione e origine nelle componenti oligarchiche inglesi, nell’Ordine cavalleresco di Malta, nella P2 e nelle ultime sue propaggini?
Allargando poi l’analisi agli aspetti di più vasta portata, come non porsi domande sul ruolo svolto in passato da quei personaggi legati a queste impostazioni, quali Henry Kissinger, George Bush, e, ancora, Theodore Shackley ed Edward Wilson, soci nella vecchia Nugan Hand Bank e nei traffici di armi e droga degli anni Sessanta e Settanta, che poi ricomparvero in attività legate al commercio di attrezzature belliche direttamente collegato agli interessi americani e poi alla BCCI sino al 1990?
O, sul fatto che sarebbe stato proprio Terpil - ex agente della Cia e collegato al suo collega e amico Shackley (ex vice capo della stazione della Cia a Roma) -, a presentare negli anni Sessanta Gelli al generale Haig, consigliere di Nixon per la sicurezza nazionale, vice di Kissinger nominato nel 1974 comandante supremo alleato in Europa? O sui rapporti esistenti, tra Shackley, Pavone, la P2 e la società Agusta? E ancor oggi Kissinger non è forse un esponente del Defence Policy Board, organismo di consulenza del Pentagono, in cui venne ammesso dal presidente dell’organismo Richard Perle insieme al quale caldeggiò l’espansione delle operazioni della “coalizione anti terrorismo” per estendere simultaneamente le ostilità contro diversi paesi islamici, a cominciare  contro l’Afganistan, per poi proseguire contro l’Irak, contro la Libia, e poi infine contro l’Iran?
Anche tralasciando i misteri tuttora legati al “suicidio” di Calvi e alle forniture militari all’Argentina e all’ormai definitivo abbandono, in relazione all’attentato al Papa del 1981, della pista bulgara - il quale conferisce attendibilità alla contrapposta pista dei servizi segreti occidentali (americani e inglesi) quantomeno sotto il profilo dei depistaggi -  può forse mettersi in dubbio il collegamento strutturale esistente tra i Secret Intelligence Services (Sis), ovvero i servizi segreti britannici, e le principali banche inglesi? Al livello più alto di queste, non c’era forse il principe Michael di Kent, cugino della Regina, ma anche ufficiale del Sis?
Non è forse esatto che il Sis - il servizio più segreto ed esperto del mondo, con una fortissima presenza in tutta la zona del Mediterraneo e del Medio Oriente (il “cordone ombelicale” con l’India) - sia stato il primo servizio segreto “controllore” di Mazzini e Proudhon, di Otto von Bismarck, di Benito Mussolini, e per certi aspetti primo sostenitore di Adolf Hitler?
Non hanno questi servizi propaggini che consentono loro di controllare anche gruppi religiosi musulmani come gli sciiti, i sufi?
La stessa Loggia P (Propaganda) 2 di Licio Gelli e il ricorrente constatato collegamento di essa con la destra estremista italiana e internazionale non riassume forse terminologie simboliste che richiamano i movimenti ed ordini votati alla “propaganda” e alla affermazione sufi dell’Islam assunta nel 1918 dal nucleo della società segreta Thule, fondata dal barone von Sebottendorf, che aveva già costituito a Berlino, nel 1910, il primo Centro islamico tedesco, come succursale dell’Ordine derviscio del Bektashi (sufi) e ancora, nel 1912, il Germane Ordnung?
E la utilizzazione, per tale loggia, del contrassegno numerico “2” - che mai ha incuriosito gli studiosi -, non intende forse integrare il tentativo di una ricostituzione di quella prima riorganizzazione internazionale della Massoneria operata a Londra da Giuseppe Mazzini (che nel 1870 ristrutturò la massoneria internazionale, raggiungendo un accordo con il generale in pensione Albert Pike, facente parte della rete dei servizi segreti britannici negli Stati Uniti, per la creazione del Rito Supremo, una specie di banca segreta all’interno del raggruppamento di Rito scozzese), seguito poi da Adriano Lemmi e Francesco Crispi, pur sempre sotto il controllo delle oligarchie e dei servizi inglesi?
Questo particolare tipo di massoneria non fu forse un tutt’uno con la polizia segreta fascista (Ovra) costituendo il modello, il trampolino di lancio e l’ossatura della futura loggia P2?
È solo un’ipotesi il legame tra questi servizi con Gheddafi, nella setta massonica dei sedussi con l’ayatollah Khomeyni, che risultò affiliato alla Loggia di Londra, creata in onore di Seyyed Jamaleddin Afghani, sotto la guida del Gran Maestro Sir Edward Grei, fondatore delle logge islamiche?
Andando anche al di là degli spunti offerti in passato dai collegamenti con l’integralismo islamico operati dai massimi centri di potere occulto degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, quali emersi negli scandali della Nugand Hand Bank e della Bcci, in quale altro modo possono considerarsi alcune protezioni che risultano essere state offerte anche più recentemente, nel cuore di Londra, a personaggi o a gruppi estremisti dell’Islam?  Come a Osama bin Laden, che nel 1994 vi si stabilì per alcuni mesi aprendo un ufficio con il nome di “Advisory and Reformation Commitee” e dando luogo a rapporti talmente imbarazzanti, che gli Stati Uniti furono costretti ad assumere pubblicamente posizioni di accusa del Regno Unito di favorire il terrorismo e il riciclaggio grazie alle protezioni consentite dalla eccessiva riservatezza assicurata dalle banche? O come le protezioni al movimento di resistenza islamica “Hamas”, i cui ordini per operazioni suicide sono spesso apparsi provenire dagli uffici londinesi del mensile Filisteen al Muslima e la cui ala militare, la Izeddin al Kassam (su cui ricadono le responsabilità dirette e concrete di numerosi attentati suicidi) risultò avere un importante ufficio a Londra, con finanziamenti provenienti dalla Interpal, la divisione di Hamas per la raccolta di fondi, anch’essa con sede a Londra. O, ancora, come le protezioni al Gruppo islamico della Jihad egiziana, che ha, parimenti, la sua sede generale a Londra, e rispetto al quale, ad esempio, nel febbraio 1997, il governo inglese concesse ad Abel Abdel Majid, già implicato nell’assassinio del Presidente egiziano Anwar Sadat, avvenuto nell’ottobre dei 1981, e ad Adei Tawflq al Sirri, condannato in contumacia per l’attentato contro il Primo ministro egiziano Atif Sidqi del 1993, residenti a Londra, di aprire uffici per la raccolta fondi sotto il nome di Internationai Bureau for the Defense of Egyptian People e di Islamic Observatory che le autorità egiziane avevano già ufficialmente denunciato come centrale dell’organizzazione?
5. Ed oggi?
Gli argomenti introduttivi che ho qui accennato e riassunto al fine di inquadrare la storia delle mie indagini e, insieme, della mia vita, possono apparire estremizzazioni, talora teoriche, fantasiose, costruzioni fittizie e irreali. Queste accuse mi vennero in particolare mosse quando  mi scontrai con l’allora presidente Bettino Craxi; specialmente dopo che ebbi la ventura di svolgere indagini nei confronti di esponenti del suo partito e poi di denunciarlo per l’ipotesi, sino ad allora mai applicata, del finanziamento illecito dei partiti, …e per altre più inquietanti ipotesi di collusioni.
A maggior ragione, estremizzazioni e fantasie potrebbero apparire ora, a distanza di tanti anni e quindi in presenza di un apparente scarso interesse d’attualità. 
Di certo oggi poco sfugge al web e forse in questo si trovano ma anche si camuffano o si disperdono notizie e informazioni un tempo difficili da rinvenire e ancor più da verificare.
Comunque, tenendo conto che alla individuazione delle supreme convergenze occulte da me segnalate la prima volta ormai oltre quindici anni fa (a cui rimonta la pubblicazione del mio volume “Il Quarto Livello”, da cui sono tratte le considerazioni riportate nel punto precedente), non posso stupirmi più di tanto di fronte alle rappresentazioni di poteri occulti che anche il presente ci rappresenta quotidianamente.
E così oggi, dopo avere scritto quello che ho appena riassunto sul Council on Foreign Relations (Cfr, il Consiglio per le relazioni internazionali), come reale centro di potere che ha sostanzialmente determinato la politica nel nostro Paese alla luce della storia della nostra Repubblica, mi dovrei meravigliare se a questa aggregazione interstatuale, occulta nella sua reale operatività, viene ora ricollegato un personaggio di governo quale l’attuale Presidente del Consiglio Mario Monti? Numerose notizie e informazioni sulla sua colleganza a tali organismi supremi (un tempo veramente occulti) vengono diffuse sul web. E così si apprende che Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, con una intervista rilasciata il 25 novembre 2011 ad Affaritaliani.it  avrebbe appoggiato apertamente il nuovo governo Monti; si indicano i membri della Commissione Trilaterale e in particolare l’European Group di cui questi sarebbe sarebbe Chairmen; o si cita il TG1 del 9 novembre 2011, in cui  è stato esplicitamente detto, mentre si parlava di lui, appena nominato senatore a vita e con ogni probabilità prossimo Premier del Governo Italiano, che “Mario Monti fa parte del Bilderberg Group”.
Ora che tali strutture sono presenti sul web anche con siti illustrativi ed allettanti per tutti, e con formidabili appartenenti di indiscussa notorietà, il Council on Foreign Relations, il Gruppo Bildberg, la Trilaterale, non fanno quasi più impressione ed annoverano iscritti famosi, politici, industriali, benefattori, bancari; anche se poi trattano, in direttivi ristretti e in tutto riserbo, i temi globali dell’economia, della politica e dei sistemi bancari. L’ultimo incontro del gruppo Bildberg risulterebbe avvenuto dal 9 al 12 Giugno in Svizzera; ogni anno in Europa, ogni 4 anni negli Usa o in Canada, dal 29 maggio del 1954; dopo che tale Gruppo venne fondato dalle oligarchie olandesi due anni prima, nel 1952, prendendo il nome da un nota località di quel Paese.
Di certo tali odierne informazioni e notizie possono essere errate, imprecise, anche queste forse fantasiose o del tutto inventate. Anche spiritose possono poi apparire caricature che pur sono a loro corredo, a disposizione di tutti i lettori nel web.
Personalmente mi auguro siano fantasiose e frutto della divulgazione senza troppi controlli che avviene sul web.
Di certo non sono state solo fantasie tante storie che hanno interessato in particolare il nostro Paese nel suo lungo percorso di democrazia, e che spesso ci portano a ricordare misteri irrisolti e fantasmi funesti che inseguono molti di noi.
Io li definisco: le ombre delle streghe. Spiegherò il perché.
Dal 1998 inizia ad apparire, al Parlamento europeo, anche qualche interrogazione parlamentare che chiede di far luce sulla ragione della presenza di numerosi commissari europei alle riunioni del Bilderberg; alcune chiedono anche se Mario Monti e Romano Prodi facciano parte del comitato esecutivo del gruppo. Le risposte, a quanto sembra, sono costanti: costoro parteciperebbero in quanto invitati in qualità dei ruoli che rivestono e la loro partecipazione resterebbe a titolo personale, senza partecipazione di alcuno al comitato direttivo, sia del Bilderberg che della Trilateral.
Peraltro, come avevo già scritto in passato, anche rispetto a queste supreme strutture ed organismi soprastiali e senza investiture rappresentative - che pur dirigono (in affannoso segreto) la politica mondiale - i reali  “direttòri” del Potere, i manovratori occulti e trasversali, sono quelli che costituiscono “il braccio armato”, le componenti militari, i creatori degli armamenti, i distributori di morte… 
Per quanto mi riguarda, quindi, nel contesto da me riassunto e prospettato, non mi stupirei più di tanto, anche di fronte alle attuali ipotesi, che poi non riguardano solo nostri governanti; anzi conforterebbero tesi da me sostenute tanto tempo fa, in epoche non sospette: le ho menzionate in questa sede riassuntiva se non altro perché in qualche modo si ricollegano, attualizzandole, a rappresentazioni e costanti che hanno richiamato la mia attenzione nel passato con un occhio al presente, anche perché… questo presente in realtà non avrei dovuto vederlo e conoscerlo, e nemmeno posso ormai verificarlo con i poteri di un giudice.
Altri giudici, se vorranno, potranno indagare, se ci creeranno i presupposti e se sussisteranno estremi penali, su questi fatti. I quali, in ogni caso, non potranno vedere un epilogo o comunque una fine… Perché descrivono solo la complessa storia che viviamo, da ieri ad oggi. E questa è iniziata prima di noi e continuerà anche senza di noi.
Di queste relazioni tra traffici internazionali e componenti occulte parlavo già, in particolare, nelle connessioni e nei fatti esposti alla Commissione Inquirente nel lontano 1984, poco prima che la mia indagine venisse fermata da una convergenza di soggetti straordinariamente uniforme nella richiesta di far concludere la mia istruttoria: imputati (italiani e stranieri), avvocati di tutta Italia, politici (di un certo filone, ma non solo), magistrati e colleghi, vicini e più o meno modesti (della Procura e della Procura Generale di Trento), e magistrati lontani, investiti della suprema autorità (Procura Generale della Cassazione e Suprema Corte di cassazione). Tutti vollero, insieme, che non continuassi più.
Ma così non avvenne.
Quella mia denuncia, inoltrata nell’estate del 1984, sapevo bene che avrebbe potuto essere  archiviata.
Ma io ero…giovane...
Avevo 37 anni.
Ero ancora pieno, ricco di illusioni e credevo ancora nella giustizia.
Con quei profondi valori che mi aveva trasmesso mio padre, ex magistrato, e che ogni sera mi trasfondeva, confortandomi e dicendomi al telefono: non avere timore, vai avanti, finché puoi, finché la coscienza te lo impone!
Ed io continuai.
E in pochi giorni mi ripulirono la scrivania e l’ufficio dalle 300.000 carte che lo occupavano.
Ed allora andai, intenzionalmente, seguendo l’istinto, a Trapani, ad occupare il posto lasciato vuoto da Ciaccio Montalto, per riprendere, da lì, ciò che avevo dovuto lasciare a Trento.
Allora non sapevo quando e se quella mia suprema denuncia alla Commissione Inquirente avrebbe avuto un seguito o sarebbe stata archiviata.
E, a quei tempi, senza web e l’informazione di oggi, né io né altri seppero esattamente cosa avvenne, né  come, né quando.
Io, come racconterò, lo scoprii solo molti anni dopo.
Sarebbe dovuta intervenire la archiviazione (come potevo sperare qualcosa di diverso?) esattamente otto giorni dopo quella data che non potrò mai dimenticare: il 2 aprile 1985.
La data che mi avrebbe dovuto cancellare…
E che divise la mia vita in due: quella in cui “ero” e quella in cui… “sono”; quella in cui sapevo, potevo sapere o fare certe cose… e quella in cui non avrei più, dovuto sapere o fare certe cose.
A proposito, al termine di questo quadro riassuntivo del contesto in cui mi trovai ad operare alla fine degli anni ‘70, sono risalito al 1952.
Sono quasi arrivato all’inizio della mia ricostruzione.
Resta da fare solo un ultimo passo indietro, di un anno.
Rimane solo un tassello da evidenziare.
E poi la mia storia può iniziare ad essere raccontata.

pubblicata da Carlo Palermo il giorno Venerdì 13 gennaio 2012 alle ore 19.43 

domenica 20 maggio 2012

Il coinvolgimento libico nella strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973


Il 17 dicembre 1973 si consumò, all’aeroporto di Roma Fiumicino, la più grave strage terroristica dal dopoguerra in Europa. Un commando palestinese, formato ufficialmente da cinque uomini, uccise complessivamente 32 persone – sei delle vittime erano italiane – riuscendo poi a fuggire in Kuwait dove i terroristi si consegnarono alle autorità. L’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), che aveva condannato formalmente l’attentato, dopo una serie di imperscrutabili trattative, prese in consegna i cinque che vennero incarcerati al Cairo. Il 22 novembre 1974 quattro arabi che affermavano di far parte della «Squadra del martire Abu Mahmoud», nome di battaglia di Ahmed al-Ghaffour di cui parleremo in seguito, sequestra un VC-10 della British Airways decollato da Dubai. Dopo un rifornimento a Tripoli, l’aereo riparte per Tunisi. In un comunicato diramato a Beirut, i terroristi chiedono la liberazione di 13 loro compagni detenuti in diversi Paesi, tra di essi anche i cinque di Fiumicino. Le autorità italiane si affrettano a precisare che «nelle carceri cittadine nessun palestinese è detenuto per azioni terroristiche».

Dopo l’uccisione di un passeggero, un cittadino tedesco, l’Olanda libera due palestinesi (Ahmed Noury e Hussein Tanimah), mentre l’Egitto libera i cinque di Fiumicino. Fondamentale nell’occasione il ruolo di Abu Ayad (Salah Khalaf), numero due dell’Olp. I sette fedayn liberati vengono condotti a Tunisi e imbarcati sul VC-10 ove sono rimasti in ostaggio solo il comandante, il secondo pilota e il marconista. Dopo una lunga trattativa, il 25 novembre, gli undici guerriglieri si consegnano alle autorità tunisine. Il 7 dicembre, dopo una serie di incontri con Salah Khalaf tutti i terroristi si «mettono volontariamente a disposizione dell’Olp» e vengono condotti in una località segreta.



L’inchiesta di Pietro Zullino

Nelle settimane immediatamente successive la strage, Pietro Zullino – giornalista di Epoca – si prese a cuore quella tragica vicenda e sviluppò un’inchiesta molto coraggiosa. Raccolse infatti le denunce dell’allora capitano Corrado Narciso, in forze al Secondo reparto Sios dell’Aeronautica militare italiana, fratello dell’ingegner Raffaele Narciso perito nella strage.

Sui numeri di Epoca del 30 dicembre 1973 e del 13 e 20 gennaio 1974 [1], venivano di fatto contraddette le dichiarazioni governative rilasciate alla Camera dal ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani il 18 dicembre 1973 [2], evidenziando le carenze dei sistemi di sicurezza di Fiumicino, nonostante fossero giunti ripetuti allarmi preventivi di possibili attentati di matrice araba. Veniva poi introdotta l’eventualità di un possibile coinvolgimento libico in un intreccio di questioni petrolifere tra il nostro governo, l’Eni, la Fiat, il “suo” quotidiano La Stampa, l’Arabia Saudita e appunto la Libia di Gheddafi.

Anche The Times di Londra aveva rivelato che il gruppo terroristico palestinese che aveva agito a Fiumicino, era stato finanziato con 370 milioni di lire da Gheddafi [3]. A questa dichiarazione molto precisa del quotidiano inglese, era stato chiamato a rispondere direttamente il ministro degli Affari Esteri italiano Aldo Moro, il quale, senza dare ulteriori spiegazioni, aveva affermato che quelle rivelazioni del Times erano “inesatte” [4]. Le parole precise di Moro si possono leggere nel Fondo Aldo Moro dell’Archivio storico del Senato, dove sono conservate e consultabili tre stesure (di cui una manoscritta) più il testo per l’Ansa. Questo il brano scritto a mano da Moro medesimo:

«Abbiamo dato atto della ferma smentita opposta dal Presidente Gheddafi a notizie di stampa che lo avrebbero voluto coinvolto nella strage esecrabile di Fiumicino. Smentita del resto collimante con il giudizio che si aveva noi dato, a ragion veduta, delle piuttosto artefatte notizie del Times in una vicenda giornalistica, per il suo contenuto ed il tempo del suo manifestarsi, piuttosto oscura. È importante, dunque, non far prevalere dubbi, risentimenti, reazioni emotive, i quali potrebbero fermarci nella comune strada che abbiamo cominciato a battere» [5].

Le stesure successive della nota di Moro sono caratterizzate da piccoli ritocchi che tendono comunque a smorzare i toni polemici, fino a giungere al testo definitivo:

«Abbiamo dato atto della ferma smentita opposta dal Presidente Gheddafi a notizie di stampa che lo avrebbero voluto coinvolto nella esecrabile strage di Fiumicino. Smentita del resto collimante con il giudizio che avevamo dato, a ragion veduta, delle notizie del Times in una vicenda giornalistica, per il suo contenuto ed il tempo del suo manifestarsi, piuttosto difficile da definire. È importante, dunque, non far prevalere dubbi, reazioni emotive, i quali potrebbero fermarci nella strada che abbiamo cominciato a battere» [6].

In questi tormentati passaggi, in cui Moro limava anche ogni singola parola, emerge tutta la complessità, la raffinatezza e la grandezza dell’uomo.

Nei giorni delicati di quel gelido inverno (si era in piena crisi energetica e il 1º dicembre 1973 erano entrate in vigore le misure dell’austerity), Gheddafi era particolarmente irritato con l’Italia per via delle trattative segrete che l’Eni stava svolgendo con l’Arabia Saudita di re Feisal per l’acquisizione di una partita di 10 milioni di tonnellate di petrolio.

Gheddafi aveva cercato di fare pressioni sulla Fiat nella speranza che la maggiore industria italiana chiedesse al governo (e quindi all’Eni) di sospendere gli acquisti in Arabia Saudita. Gheddafi aveva poi ufficialmente minacciato sanzioni economiche nei confronti dell’azienda torinese.

Il pretesto era stato un elzeviro di Carlo Fruttero e Franco Lucentini pubblicato sul quotidiano della famiglia Agnelli [7]. Il “fantaromanzo” era una feroce satira sul colonnello libico e aveva spinto quest’ultimo a chiedere perentoriamente il licenziamento del direttore della Stampa, l’“ebreo” Arrigo Levi.

Anche in questo caso, ricordava Zullino sulla rubrica “Corrierino di Roma” nel numero di Epoca del 13 gennaio 1974, la reazione del governo italiano non era andata «al di là di un mesto “rammarico”». Zullino terminava il suo pezzo con queste eloquenti parole: «Il nostro ministro degli esteri Moro non è potuto intervenire in tempo per placare i bollori del suo amico Gheddafi: pare che di quei dieci milioni di tonnellate non sapesse proprio nulla» [8].

Il ruolo di Ahmed al-Ghaffour (Abu Mahmoud) e della Libia secondo Stefano Giovannone

Ci sono altri elementi e considerazioni a sostegno di una responsabilità della Libia nell’attentato di Fiumicino. A tal riguardo val la pena riportare ampi stralci di deposizioni davanti al giudice istruttore Rosario Priore del colonnello Stefano Giovannone, capocentro a Beirut del Sid (poi Sismi), uomo di Aldo Moro e garante del patto tra governo italiano e organizzazioni palestinesi, il cosiddetto «lodo Moro» che risparmiò all’Italia per tutti gli anni ’70 attentati terroristici palestinesi, in cambio il nostro territorio fu utilizzato liberamente dalla “resistenza” palestinese per il trasporto di armi e guerriglieri. Il 19 luglio 1983 Giovannone dichiarava:

«[Sulla strage di Fiumicino] Per quanto ho saputo – devo però precisare che al momento della strage non ero in Libano, ma a Roma in clinica per un’operazione alla retina – l’operazione fu organizzata dai Libici ed eseguita da un gruppo di elementi, credo anche palestinesi, che si era trasferito in Libia, al seguito di un certo Abdel Ghaffour già dirigente di Al Fatah, che era stato espulso dall’organizzazione. Il commando raggiunse dalla Libia la Spagna e di qui direttamente Roma. Il progetto era quello di impadronirsi di un aereo Jumbo della Panamerican, per effettuare un’azione terroristica di protesta contro i contatti tra egiziani ed israeliani, che avrebbero dovuto concludere la guerra di ottobre [1973]. Non essendo l’aereo sull’aeroporto di Fiumicino, i terroristi avrebbero ripiegato sull’altro obiettivo, cioè un aereo della Twa [qui probabilmente il colonnello inverte le compagnie]. Il responsabile dell’organizzazione Abdel Ghaffour fu condannato a morte da un Tribunale palestinese e rientrato a Beirut fu ivi ucciso nel ’74 o nel ’75 [fu ucciso il 12 settembre 1974]. Fu intercettato in una strada della capitale libanese e ucciso a raffiche di mitra. L’esecuzione fu pubblicizzata […] oltre che sulla stampa mediorientale anche su quella europea, di sicuro su quella italiana. Non so dire se il processo palestinese colpì anche altri membri del commando. Venni a sapere che due elementi di esso sarebbero stati uccisi. Ignoro però in quali circostanze. So che i membri del commando che operò a Roma, dopo essere riparati nel Kuwait, rimasero detenuti per qualche tempo in questo Paese. Furono poi trasferiti in Egitto e incarcerati non so se in una struttura dello stato egiziano o in una dell’O.L.P. in territorio egiziano. Da questo momento se ne persero le tracce. Si parlò di uso da parte del commando, durante lo scontro a fuoco nell’aeroporto, di mitra Sterling. Nonostante ricerche effettuate da me, dopo le rivelazioni di Peci, non potei ottenere alcuna conferma a quella voce. Le ricerche furono fatte in Italia, credo presso gli atti delle indagini di Fiumicino» [9].


Il 26 luglio 1983 lo stesso Giovannone precisava ulteriormente:

«A.D.R. [a domanda risponde] Sempre a proposito della strage di Fiumicino, ricordo che i due di cui ho parlato nel precedente esame, implicati nell’attentato, furono uccisi, per quanto mi fu riferito, in due circostanze diverse e senza motivazione specifica. Ricordo che mi fu detto “il conto è saldato”. Non ricordo i nomi dei due; ne ho sentito parlare sicuramente, o nel ’76 o nel ’78, perché nel ’77 io non ero in Libano. Quando dico “ne ho sentito parlare”, significa che ho appreso la notizia in ambienti di servizi collegati al nostro. Potrebbe essere servizi Inglesi come di paesi Arabi moderati. Ora però non ricordo a quale servizio appartenessero le persone che mi riferirono questi fatti. Per una delle persone uccise, la notizia apparve anche su un giornale o bollettino, in francese o in inglese, pubblicato a Beirut. Nella notizia si diceva, se ricordo bene, che era stato ucciso uno di quelli – non era riportata la nazionalità – che avevano preso parte al raid di Fiumicino. Si riferiva genericamente che era stato ucciso in “scontri” senza aggiungere altro. Negli anni tra il ’76 e il ’78 i bollettini e i giornali in lingue europee non erano meno di una decina e rappresentavano le varie fazioni. Anche Al Fatah ne aveva uno, dal titolo Wafa, in inglese ed in arabo. Non ricordo se lessi la notizia in lingua europea. Avevo anche un servizio di traduzione e sintesi della stampa in lingua araba, per cui è possibile anche che la notizia provenisse da un giornale o bollettino in arabo. Nel gennaio 1974 la stampa inglese accusò esplicitamente i libici, e Gheddafi in particolare, di essere stati gli autori della strage. I libici respinsero recisamente questa accusa. Noi non avevamo una rassegna stampa delle pubblicazioni libiche. A Beirut, però, c’era un giornale, che fungeva da portavoce della politica e degli interessi libici in Medio Oriente. Il giornale era o è ancora – ritengo almeno fino all’autunno ’81 – “As Saphir”. Abdel Ghaffour (di nome Ahmed o Mohammed) era un dirigente di Al Fatah nel campo logistico-amministrativo. Non aveva una sede fissa. Doveva provvedere ai rifornimenti dai vari campi palestinesi sparsi nei diversi Paesi. Messosi in contrasto con la dirigenza palestinese fu messo sotto inchiesta amministrativa per irregolarità e destituito. Si rifugiò, come ho detto, in Libia, dove sarebbe diventato responsabile di un gruppo di terroristi che si addestravano per operazioni programmate dai libici. In questo periodo, mi è stato detto, da ambienti palestinesi, che in precedenza all’operazione di Fiumicino, Ghaffour ebbe contatti con Abu Nidal, altro capo di un gruppo terroristico, di base in Irak, ed anch’egli transfuga di Al Fatah. Gaphour [Ghaffour] programmò e diresse l’operazione, presumibilmente da Tripoli o al più dalla Spagna. Per gli arabi c’è stata una certa libertà di movimento in territorio spagnolo, indipendentemente dai regimi che si sono succeduti. Preciso: nulla so però, della situazione attuale. Quella libertà di movimento era ancora maggiore per coloro che viaggiavano con passaporto diplomatico libico o di altri paesi arabi. Si ricorderà che, anche il dirottamento Lufthansa conclusosi a Mogadiscio [ottobre 1977] ebbe inizio in territorio spagnolo, precisamente alla Baleari. I due uccisi successivamente erano, con ogni probabilità del commando che aveva operato a Fiumicino. [Il commando Martire Halime, annientato il 18 ottobre 1977 a Mogadiscio da una unità del Gsg9 (Grenzschutzgruppe 9), le forze speciali della polizia federale tedesca, era composto da Zohair Youssif Akache (23 anni), che si faceva chiamare Capitano Mahmud Martire [10], Suhaila Sayeh (22 anni) una palestinese unica sopravvissuta, Wabil Harb (23 anni) e Hind Alameh (22 anni)]. I campi OLP in Egitto erano a quel tempo due o tre. Non so dove fossero situati, perché la mia competenza si estendeva fino al confine egiziano» [11].

Le origini del «lodo Moro»:

i primi passi della «diplomazia parallela» tra arresti e liberazioni di terroristi

Dunque pare proprio che la Libia, direttamente o indirettamente, abbia per lo meno dato sostegno logistico e finanziario alle ali più estreme della galassia palestinese. In questo contesto si può spiegare l’anomalia della strage di Fiumicino, avvenuta quando da almeno un anno era attiva la «diplomazia parallela» instaurata tra il nostro governo e i gruppi palestinesi “ortodossi”, appunto il cosiddetto «lodo Moro».

Vediamo di inquadrare le vicende e di spiegare perché riteniamo che il «lodo» entri in vigore già nel 1972.

Quell’anno inizia con una preoccupante escalation di attentati in Europa ad oleodotti e depositi di carburanti:

6 febbraio 1972 – Ommen e Ravenstein (Olanda)
Nella notte, Settembre nero tenta di far saltare un gasdotto in un centro di distribuzione della Gasunie vicino a Ommen. Non tutti gli esplosivi detonano. Nella stessa notte viene compiuto un attentato analogo anche a Ravenstein.
8 febbraio 1972 – Amburgo (Germania occidentale)
Attentato alla fabbrica Stroefer di Amburgo che fornisce motorini di avviamento per i Mirage. Per questa e per l’azione del 6 in Olanda sono ricercati Mohammed Boudia, Lambri Bouhadiche, Marie-Thérèse Lefebvre e Dominique Jurilli.
22 febbraio 1972 – Amburgo (Germania occidentale)
Un oleodotto della Esso viene danneggiato nei pressi di Amburgo. La rivendicazione è di Settembre nero.
4 agosto 1972 – San Dorligo della Valle, Trieste (Italia)
Alle 3.15 una prima esplosione fa saltare un serbatoio dell’oleodotto Siot a San Dorligo della Valle (nei pressi di Trieste). Nel giro di una decina di minuti altre due cariche esplosive fanno saltare altri due serbatoi ed un quarto s’incendia per il calore. Bruciano 140mila tonnellate di petrolio. In tutto si conteranno diciassette feriti e diversi comuni evacuati (Dolina, Ceresana, Bagnoli). L’attentato, fu eseguito da un commando di Settembre nero che comprendeva anche cittadini francesi tra cui Marie-Thérèse Lefebvre.
Questi attentati, come nota anche Stelio Marchese in un suo pionieristico libro del 1989, colpivano un nervo scoperto dell’Occidente, le fonti di energia, alla vigilia di una grave crisi [12].

Altri episodi si verificarono sempre in Germania e in Italia (oltre che in Israele) nel giro di poche settimane. Questa volta furono coinvolte vittime civili.

29 maggio 1972 – Lod-Tel Aviv (Israele)
All’aeroporto di Lod-Tel Aviv un commando dell’Armata rossa giapponese compie per conto dell’Fplp una strage (24 morti più 2 terroristi).
16 agosto 1972 – Roma Fiumicino (Italia)
Un “mangianastri” imbottito di esplosivo, consegnato da due arabi a due ragazze inglesi, imbarcatesi a Fiumicino su un aereo della El Al diretto a Lod, esplode nel compartimento bagagli. L’aereo non precipita. I due arabi vengono arrestati.
5 settembre 1972 – Monaco di Baviera (Germania occidentale)
È la volta della tragedia di Monaco di Baviera durante lo svolgimento dei Giochi olimpici. Un commando di Settembre nero occupa la palazzina dove sono alloggiati gli atleti israeliani e ne cattura nove mentre altri due restano uccisi: dopo estenuanti trattative i terroristi con gli ostaggi raggiungono l’aeroporto di Furrstenfeldbruk dove la polizia della Repubblica federale tedesca ha loro teso un agguato: nella sparatoria restano uccisi tutti gli ostaggi, cinque terroristi e un agente di polizia. Altri tre palestinesi vengono arrestati.
4 ottobre 1972 – Roma (Italia)
Un pacco bomba ad alto potenziale viene inviato alla sede della United Hias Service, un’organizzazione israeliana per l’assistenza agli ebrei perseguitati in ogni parte del mondo. La busta viene disinnescata dagli artificieri.
Ed ecco che in Italia, proprio in quei mesi, inizia a susseguirsi una serie incredibile di arresti e di rilasci pressoché immediati e immotivati di terroristi palestinesi, colti in flagranza di reato, dove il reato poteva essere anche la tentata strage:


Il 28 maggio 1972 una giovane libanese Kheirie Jomaa el-Amki viene arrestata a Fiumicino. Viene trovata in possesso di armi (due pistole, un caricatore, altre munizioni e una bomboletta spray di gas lacrimogeno. Verrà liberata dopo qualche settimana e spedita a Beirut.
Il 26 novembre 1972 quattro valigie piene di armi di provenienza libica sono abbandonate all’aeroporto di Fiumicino. I quattro arabi responsabili ripartono per Il Cairo la sera stessa.
Il 30 gennaio 1973 tre terroristi con passaporti israeliani sono presi alla frontiera tra Italia e Austria. Fanno parte del gruppo che intende attaccare il castello di Shoenau. L’Italia li espelle il giorno stesso.
Il 13 febbraio 1973 Adnam Mohamed Ali Hasham e Ahmed Zaid, i due del “mangianastri esplosivo” vengono liberati.
Il 4 aprile 1973 due arabi trovati in possesso di armi e materiale esplosivo vengono arrestati a Fiumicino. Hanno passaporti iraniani intestati a Gholan Mirzaga e Shirazi Bahrami Riza. Il 13 agosto 1973 dopo il pagamento di una modesta cauzione (solo 500.000 lire) vengono liberati. Avevano subito condanne per 4 anni ciascuno.
Il 17 giugno 1973 a Roma, in Piazza Barberini, salta in aria una Mercedes carica di esplosivo. I due arabi a bordo restano feriti. Si tratta del giordano Hamid Abdul Shiblj e del siriano Abdel Hadi Nakaa. Verranno liberati il 13 agosto 1973.
Il 5 settembre 1973 cinque arabi armati di lanciamissili Sam-7 Strela sono arrestati in un appartamento di Ostia. Due di loro, Ghassam Ahmed al-Hadith e al-Tayeb Ali al-Fargani (in realtà si tratta di Atif Busaysu «stretto associato di grado elevato di Salah Khalaf alias Abu Ayad» [13]), il 30 ottobre 1973 vengono accompagnati segretamente in Libia, dopo una sosta a Malta, con l’aereo dei servizi Argo 16. Gli altri tre, Amin el Hendi – per quattro anni capo degli studenti palestinesi in Italia, poi numero 2 dell’intelligence palestinese e uomo di raccordo tra Carlos e l’Fplp, morto il 18 agosto 2010 ad Amman – Gabriel Khouri e Mahmoud Nabil Mohamad Azhi Kanj verranno liberati con pagamento di una cauzione di 20 milioni di lire a testa e condotti anch’essi in Libia nel marzo 1974 [14].
Questi episodi, non troppo enfatizzati dai media e dal mondo politico, vennero drammaticamente ricordati da Moro durante la sua prigionia nel “carcere del popolo” brigatista, in sei missive. Riportiamo qui un passaggio della lettera inviata a Flaminio Piccoli (scritta il 23 aprile 1978 e recapitata il 29) che sintetizza emblematicamente come erano andate le cose:

«Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente» [15].

La Libia si propose in quel contesto come Paese che dava rifugio e sostegno militare ai gruppi palestinesi più oltranzisti, contestando e contrastando le politiche più moderate dell’Olp e dei Paesi arabi che erano disposti a soluzioni negoziali del conflitto con Israele.

Non a caso, la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973 si colloca tra la guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973) e la Conferenza di Ginevra (21 dicembre 1973 – 18 gennaio 1974) nel contesto della quale Israele ed Egitto firmeranno un accordo che porterà in breve al ritiro delle truppe israeliane dal Sinai conquistato e sarà alla base dei successivi negoziati che culmineranno negli accordi di Camp David del 17 settembre 1978 e con la firma del Trattato di pace israelo-egiziano del 26 marzo 1979.

La carota e il bastone libico sull’Olp in un documento inedito della Cia

Nell’ambito delle nostre ricerche, in base al Foia (Freedom of information Act) abbiamo richiesto alla Cia di poter visionare i documenti prodotti dall’agenzia statunitense, relativi alla strage di Fiumicino.

Purtroppo per quanto riguarda Ghaffour la risposta d’ufficio è stata la medesima che ricevemmo a suo tempo quando chiedemmo notizie su Abu Anzeh Saleh (responsabile dell’Fplp in Italia negli anni ’70): «With regard to the portion of your request regarding Ahmad Abd-al-Ghaffur, the CIA can neither confirm nor deny the existence or nonexistence of records responsive to your request in accordance with section 3.6(a) of Executive Order 13526. The fact of the existence or nonexistence of requested records is currently and properly classified and is intellicence sources and methods information that is protected from disclosure by section 6 of the CIA Act of 1949, as amended, and section 102A(i)(l) of the National Security Act of 1947, as amended. Therefore, your request is denied pursuant to FOIA exemptions (b)(1) and (b)(3)».

Comunque dagli Stati Uniti c’è pervenuto un rapporto datato 8 gennaio 1974, che pur nella sua stringatezza, sembra confermare un ruolo della Libia non secondario e non disinteressato nella vicenda di Fiumicino:

«Libia: la Libia sta facendo pressione sui leader fadayeen affinché non puniscano i terroristi che hanno attaccato un aereo di linea Pan American e dirottato un aereo Lufthansa dall’aeroporto di Roma a metà dicembre. [Omissis].

Di conseguenza, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, secondo come riferito, ha deciso di non accettare la responsabilità per i terroristi, ma di insistere sul fatto che restino sotto la custodia di funzionari del Kuwait. I kuwaitiani sono quasi certi di liberare i terroristi dopo una breve prigionia. [Omissis].

Il governo libico, secondo come riferito, ha minacciato di tagliare i collegamenti finanziari con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e con Fatah se non abbandoneranno la loro intenzione di trattare duramente i terroristi» [16].

Tratto da "Segreti di Stato" di VENERDÌ 20 GENNAIO 2012