domenica 20 maggio 2012

Il coinvolgimento libico nella strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973


Il 17 dicembre 1973 si consumò, all’aeroporto di Roma Fiumicino, la più grave strage terroristica dal dopoguerra in Europa. Un commando palestinese, formato ufficialmente da cinque uomini, uccise complessivamente 32 persone – sei delle vittime erano italiane – riuscendo poi a fuggire in Kuwait dove i terroristi si consegnarono alle autorità. L’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), che aveva condannato formalmente l’attentato, dopo una serie di imperscrutabili trattative, prese in consegna i cinque che vennero incarcerati al Cairo. Il 22 novembre 1974 quattro arabi che affermavano di far parte della «Squadra del martire Abu Mahmoud», nome di battaglia di Ahmed al-Ghaffour di cui parleremo in seguito, sequestra un VC-10 della British Airways decollato da Dubai. Dopo un rifornimento a Tripoli, l’aereo riparte per Tunisi. In un comunicato diramato a Beirut, i terroristi chiedono la liberazione di 13 loro compagni detenuti in diversi Paesi, tra di essi anche i cinque di Fiumicino. Le autorità italiane si affrettano a precisare che «nelle carceri cittadine nessun palestinese è detenuto per azioni terroristiche».

Dopo l’uccisione di un passeggero, un cittadino tedesco, l’Olanda libera due palestinesi (Ahmed Noury e Hussein Tanimah), mentre l’Egitto libera i cinque di Fiumicino. Fondamentale nell’occasione il ruolo di Abu Ayad (Salah Khalaf), numero due dell’Olp. I sette fedayn liberati vengono condotti a Tunisi e imbarcati sul VC-10 ove sono rimasti in ostaggio solo il comandante, il secondo pilota e il marconista. Dopo una lunga trattativa, il 25 novembre, gli undici guerriglieri si consegnano alle autorità tunisine. Il 7 dicembre, dopo una serie di incontri con Salah Khalaf tutti i terroristi si «mettono volontariamente a disposizione dell’Olp» e vengono condotti in una località segreta.



L’inchiesta di Pietro Zullino

Nelle settimane immediatamente successive la strage, Pietro Zullino – giornalista di Epoca – si prese a cuore quella tragica vicenda e sviluppò un’inchiesta molto coraggiosa. Raccolse infatti le denunce dell’allora capitano Corrado Narciso, in forze al Secondo reparto Sios dell’Aeronautica militare italiana, fratello dell’ingegner Raffaele Narciso perito nella strage.

Sui numeri di Epoca del 30 dicembre 1973 e del 13 e 20 gennaio 1974 [1], venivano di fatto contraddette le dichiarazioni governative rilasciate alla Camera dal ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani il 18 dicembre 1973 [2], evidenziando le carenze dei sistemi di sicurezza di Fiumicino, nonostante fossero giunti ripetuti allarmi preventivi di possibili attentati di matrice araba. Veniva poi introdotta l’eventualità di un possibile coinvolgimento libico in un intreccio di questioni petrolifere tra il nostro governo, l’Eni, la Fiat, il “suo” quotidiano La Stampa, l’Arabia Saudita e appunto la Libia di Gheddafi.

Anche The Times di Londra aveva rivelato che il gruppo terroristico palestinese che aveva agito a Fiumicino, era stato finanziato con 370 milioni di lire da Gheddafi [3]. A questa dichiarazione molto precisa del quotidiano inglese, era stato chiamato a rispondere direttamente il ministro degli Affari Esteri italiano Aldo Moro, il quale, senza dare ulteriori spiegazioni, aveva affermato che quelle rivelazioni del Times erano “inesatte” [4]. Le parole precise di Moro si possono leggere nel Fondo Aldo Moro dell’Archivio storico del Senato, dove sono conservate e consultabili tre stesure (di cui una manoscritta) più il testo per l’Ansa. Questo il brano scritto a mano da Moro medesimo:

«Abbiamo dato atto della ferma smentita opposta dal Presidente Gheddafi a notizie di stampa che lo avrebbero voluto coinvolto nella strage esecrabile di Fiumicino. Smentita del resto collimante con il giudizio che si aveva noi dato, a ragion veduta, delle piuttosto artefatte notizie del Times in una vicenda giornalistica, per il suo contenuto ed il tempo del suo manifestarsi, piuttosto oscura. È importante, dunque, non far prevalere dubbi, risentimenti, reazioni emotive, i quali potrebbero fermarci nella comune strada che abbiamo cominciato a battere» [5].

Le stesure successive della nota di Moro sono caratterizzate da piccoli ritocchi che tendono comunque a smorzare i toni polemici, fino a giungere al testo definitivo:

«Abbiamo dato atto della ferma smentita opposta dal Presidente Gheddafi a notizie di stampa che lo avrebbero voluto coinvolto nella esecrabile strage di Fiumicino. Smentita del resto collimante con il giudizio che avevamo dato, a ragion veduta, delle notizie del Times in una vicenda giornalistica, per il suo contenuto ed il tempo del suo manifestarsi, piuttosto difficile da definire. È importante, dunque, non far prevalere dubbi, reazioni emotive, i quali potrebbero fermarci nella strada che abbiamo cominciato a battere» [6].

In questi tormentati passaggi, in cui Moro limava anche ogni singola parola, emerge tutta la complessità, la raffinatezza e la grandezza dell’uomo.

Nei giorni delicati di quel gelido inverno (si era in piena crisi energetica e il 1º dicembre 1973 erano entrate in vigore le misure dell’austerity), Gheddafi era particolarmente irritato con l’Italia per via delle trattative segrete che l’Eni stava svolgendo con l’Arabia Saudita di re Feisal per l’acquisizione di una partita di 10 milioni di tonnellate di petrolio.

Gheddafi aveva cercato di fare pressioni sulla Fiat nella speranza che la maggiore industria italiana chiedesse al governo (e quindi all’Eni) di sospendere gli acquisti in Arabia Saudita. Gheddafi aveva poi ufficialmente minacciato sanzioni economiche nei confronti dell’azienda torinese.

Il pretesto era stato un elzeviro di Carlo Fruttero e Franco Lucentini pubblicato sul quotidiano della famiglia Agnelli [7]. Il “fantaromanzo” era una feroce satira sul colonnello libico e aveva spinto quest’ultimo a chiedere perentoriamente il licenziamento del direttore della Stampa, l’“ebreo” Arrigo Levi.

Anche in questo caso, ricordava Zullino sulla rubrica “Corrierino di Roma” nel numero di Epoca del 13 gennaio 1974, la reazione del governo italiano non era andata «al di là di un mesto “rammarico”». Zullino terminava il suo pezzo con queste eloquenti parole: «Il nostro ministro degli esteri Moro non è potuto intervenire in tempo per placare i bollori del suo amico Gheddafi: pare che di quei dieci milioni di tonnellate non sapesse proprio nulla» [8].

Il ruolo di Ahmed al-Ghaffour (Abu Mahmoud) e della Libia secondo Stefano Giovannone

Ci sono altri elementi e considerazioni a sostegno di una responsabilità della Libia nell’attentato di Fiumicino. A tal riguardo val la pena riportare ampi stralci di deposizioni davanti al giudice istruttore Rosario Priore del colonnello Stefano Giovannone, capocentro a Beirut del Sid (poi Sismi), uomo di Aldo Moro e garante del patto tra governo italiano e organizzazioni palestinesi, il cosiddetto «lodo Moro» che risparmiò all’Italia per tutti gli anni ’70 attentati terroristici palestinesi, in cambio il nostro territorio fu utilizzato liberamente dalla “resistenza” palestinese per il trasporto di armi e guerriglieri. Il 19 luglio 1983 Giovannone dichiarava:

«[Sulla strage di Fiumicino] Per quanto ho saputo – devo però precisare che al momento della strage non ero in Libano, ma a Roma in clinica per un’operazione alla retina – l’operazione fu organizzata dai Libici ed eseguita da un gruppo di elementi, credo anche palestinesi, che si era trasferito in Libia, al seguito di un certo Abdel Ghaffour già dirigente di Al Fatah, che era stato espulso dall’organizzazione. Il commando raggiunse dalla Libia la Spagna e di qui direttamente Roma. Il progetto era quello di impadronirsi di un aereo Jumbo della Panamerican, per effettuare un’azione terroristica di protesta contro i contatti tra egiziani ed israeliani, che avrebbero dovuto concludere la guerra di ottobre [1973]. Non essendo l’aereo sull’aeroporto di Fiumicino, i terroristi avrebbero ripiegato sull’altro obiettivo, cioè un aereo della Twa [qui probabilmente il colonnello inverte le compagnie]. Il responsabile dell’organizzazione Abdel Ghaffour fu condannato a morte da un Tribunale palestinese e rientrato a Beirut fu ivi ucciso nel ’74 o nel ’75 [fu ucciso il 12 settembre 1974]. Fu intercettato in una strada della capitale libanese e ucciso a raffiche di mitra. L’esecuzione fu pubblicizzata […] oltre che sulla stampa mediorientale anche su quella europea, di sicuro su quella italiana. Non so dire se il processo palestinese colpì anche altri membri del commando. Venni a sapere che due elementi di esso sarebbero stati uccisi. Ignoro però in quali circostanze. So che i membri del commando che operò a Roma, dopo essere riparati nel Kuwait, rimasero detenuti per qualche tempo in questo Paese. Furono poi trasferiti in Egitto e incarcerati non so se in una struttura dello stato egiziano o in una dell’O.L.P. in territorio egiziano. Da questo momento se ne persero le tracce. Si parlò di uso da parte del commando, durante lo scontro a fuoco nell’aeroporto, di mitra Sterling. Nonostante ricerche effettuate da me, dopo le rivelazioni di Peci, non potei ottenere alcuna conferma a quella voce. Le ricerche furono fatte in Italia, credo presso gli atti delle indagini di Fiumicino» [9].


Il 26 luglio 1983 lo stesso Giovannone precisava ulteriormente:

«A.D.R. [a domanda risponde] Sempre a proposito della strage di Fiumicino, ricordo che i due di cui ho parlato nel precedente esame, implicati nell’attentato, furono uccisi, per quanto mi fu riferito, in due circostanze diverse e senza motivazione specifica. Ricordo che mi fu detto “il conto è saldato”. Non ricordo i nomi dei due; ne ho sentito parlare sicuramente, o nel ’76 o nel ’78, perché nel ’77 io non ero in Libano. Quando dico “ne ho sentito parlare”, significa che ho appreso la notizia in ambienti di servizi collegati al nostro. Potrebbe essere servizi Inglesi come di paesi Arabi moderati. Ora però non ricordo a quale servizio appartenessero le persone che mi riferirono questi fatti. Per una delle persone uccise, la notizia apparve anche su un giornale o bollettino, in francese o in inglese, pubblicato a Beirut. Nella notizia si diceva, se ricordo bene, che era stato ucciso uno di quelli – non era riportata la nazionalità – che avevano preso parte al raid di Fiumicino. Si riferiva genericamente che era stato ucciso in “scontri” senza aggiungere altro. Negli anni tra il ’76 e il ’78 i bollettini e i giornali in lingue europee non erano meno di una decina e rappresentavano le varie fazioni. Anche Al Fatah ne aveva uno, dal titolo Wafa, in inglese ed in arabo. Non ricordo se lessi la notizia in lingua europea. Avevo anche un servizio di traduzione e sintesi della stampa in lingua araba, per cui è possibile anche che la notizia provenisse da un giornale o bollettino in arabo. Nel gennaio 1974 la stampa inglese accusò esplicitamente i libici, e Gheddafi in particolare, di essere stati gli autori della strage. I libici respinsero recisamente questa accusa. Noi non avevamo una rassegna stampa delle pubblicazioni libiche. A Beirut, però, c’era un giornale, che fungeva da portavoce della politica e degli interessi libici in Medio Oriente. Il giornale era o è ancora – ritengo almeno fino all’autunno ’81 – “As Saphir”. Abdel Ghaffour (di nome Ahmed o Mohammed) era un dirigente di Al Fatah nel campo logistico-amministrativo. Non aveva una sede fissa. Doveva provvedere ai rifornimenti dai vari campi palestinesi sparsi nei diversi Paesi. Messosi in contrasto con la dirigenza palestinese fu messo sotto inchiesta amministrativa per irregolarità e destituito. Si rifugiò, come ho detto, in Libia, dove sarebbe diventato responsabile di un gruppo di terroristi che si addestravano per operazioni programmate dai libici. In questo periodo, mi è stato detto, da ambienti palestinesi, che in precedenza all’operazione di Fiumicino, Ghaffour ebbe contatti con Abu Nidal, altro capo di un gruppo terroristico, di base in Irak, ed anch’egli transfuga di Al Fatah. Gaphour [Ghaffour] programmò e diresse l’operazione, presumibilmente da Tripoli o al più dalla Spagna. Per gli arabi c’è stata una certa libertà di movimento in territorio spagnolo, indipendentemente dai regimi che si sono succeduti. Preciso: nulla so però, della situazione attuale. Quella libertà di movimento era ancora maggiore per coloro che viaggiavano con passaporto diplomatico libico o di altri paesi arabi. Si ricorderà che, anche il dirottamento Lufthansa conclusosi a Mogadiscio [ottobre 1977] ebbe inizio in territorio spagnolo, precisamente alla Baleari. I due uccisi successivamente erano, con ogni probabilità del commando che aveva operato a Fiumicino. [Il commando Martire Halime, annientato il 18 ottobre 1977 a Mogadiscio da una unità del Gsg9 (Grenzschutzgruppe 9), le forze speciali della polizia federale tedesca, era composto da Zohair Youssif Akache (23 anni), che si faceva chiamare Capitano Mahmud Martire [10], Suhaila Sayeh (22 anni) una palestinese unica sopravvissuta, Wabil Harb (23 anni) e Hind Alameh (22 anni)]. I campi OLP in Egitto erano a quel tempo due o tre. Non so dove fossero situati, perché la mia competenza si estendeva fino al confine egiziano» [11].

Le origini del «lodo Moro»:

i primi passi della «diplomazia parallela» tra arresti e liberazioni di terroristi

Dunque pare proprio che la Libia, direttamente o indirettamente, abbia per lo meno dato sostegno logistico e finanziario alle ali più estreme della galassia palestinese. In questo contesto si può spiegare l’anomalia della strage di Fiumicino, avvenuta quando da almeno un anno era attiva la «diplomazia parallela» instaurata tra il nostro governo e i gruppi palestinesi “ortodossi”, appunto il cosiddetto «lodo Moro».

Vediamo di inquadrare le vicende e di spiegare perché riteniamo che il «lodo» entri in vigore già nel 1972.

Quell’anno inizia con una preoccupante escalation di attentati in Europa ad oleodotti e depositi di carburanti:

6 febbraio 1972 – Ommen e Ravenstein (Olanda)
Nella notte, Settembre nero tenta di far saltare un gasdotto in un centro di distribuzione della Gasunie vicino a Ommen. Non tutti gli esplosivi detonano. Nella stessa notte viene compiuto un attentato analogo anche a Ravenstein.
8 febbraio 1972 – Amburgo (Germania occidentale)
Attentato alla fabbrica Stroefer di Amburgo che fornisce motorini di avviamento per i Mirage. Per questa e per l’azione del 6 in Olanda sono ricercati Mohammed Boudia, Lambri Bouhadiche, Marie-Thérèse Lefebvre e Dominique Jurilli.
22 febbraio 1972 – Amburgo (Germania occidentale)
Un oleodotto della Esso viene danneggiato nei pressi di Amburgo. La rivendicazione è di Settembre nero.
4 agosto 1972 – San Dorligo della Valle, Trieste (Italia)
Alle 3.15 una prima esplosione fa saltare un serbatoio dell’oleodotto Siot a San Dorligo della Valle (nei pressi di Trieste). Nel giro di una decina di minuti altre due cariche esplosive fanno saltare altri due serbatoi ed un quarto s’incendia per il calore. Bruciano 140mila tonnellate di petrolio. In tutto si conteranno diciassette feriti e diversi comuni evacuati (Dolina, Ceresana, Bagnoli). L’attentato, fu eseguito da un commando di Settembre nero che comprendeva anche cittadini francesi tra cui Marie-Thérèse Lefebvre.
Questi attentati, come nota anche Stelio Marchese in un suo pionieristico libro del 1989, colpivano un nervo scoperto dell’Occidente, le fonti di energia, alla vigilia di una grave crisi [12].

Altri episodi si verificarono sempre in Germania e in Italia (oltre che in Israele) nel giro di poche settimane. Questa volta furono coinvolte vittime civili.

29 maggio 1972 – Lod-Tel Aviv (Israele)
All’aeroporto di Lod-Tel Aviv un commando dell’Armata rossa giapponese compie per conto dell’Fplp una strage (24 morti più 2 terroristi).
16 agosto 1972 – Roma Fiumicino (Italia)
Un “mangianastri” imbottito di esplosivo, consegnato da due arabi a due ragazze inglesi, imbarcatesi a Fiumicino su un aereo della El Al diretto a Lod, esplode nel compartimento bagagli. L’aereo non precipita. I due arabi vengono arrestati.
5 settembre 1972 – Monaco di Baviera (Germania occidentale)
È la volta della tragedia di Monaco di Baviera durante lo svolgimento dei Giochi olimpici. Un commando di Settembre nero occupa la palazzina dove sono alloggiati gli atleti israeliani e ne cattura nove mentre altri due restano uccisi: dopo estenuanti trattative i terroristi con gli ostaggi raggiungono l’aeroporto di Furrstenfeldbruk dove la polizia della Repubblica federale tedesca ha loro teso un agguato: nella sparatoria restano uccisi tutti gli ostaggi, cinque terroristi e un agente di polizia. Altri tre palestinesi vengono arrestati.
4 ottobre 1972 – Roma (Italia)
Un pacco bomba ad alto potenziale viene inviato alla sede della United Hias Service, un’organizzazione israeliana per l’assistenza agli ebrei perseguitati in ogni parte del mondo. La busta viene disinnescata dagli artificieri.
Ed ecco che in Italia, proprio in quei mesi, inizia a susseguirsi una serie incredibile di arresti e di rilasci pressoché immediati e immotivati di terroristi palestinesi, colti in flagranza di reato, dove il reato poteva essere anche la tentata strage:


Il 28 maggio 1972 una giovane libanese Kheirie Jomaa el-Amki viene arrestata a Fiumicino. Viene trovata in possesso di armi (due pistole, un caricatore, altre munizioni e una bomboletta spray di gas lacrimogeno. Verrà liberata dopo qualche settimana e spedita a Beirut.
Il 26 novembre 1972 quattro valigie piene di armi di provenienza libica sono abbandonate all’aeroporto di Fiumicino. I quattro arabi responsabili ripartono per Il Cairo la sera stessa.
Il 30 gennaio 1973 tre terroristi con passaporti israeliani sono presi alla frontiera tra Italia e Austria. Fanno parte del gruppo che intende attaccare il castello di Shoenau. L’Italia li espelle il giorno stesso.
Il 13 febbraio 1973 Adnam Mohamed Ali Hasham e Ahmed Zaid, i due del “mangianastri esplosivo” vengono liberati.
Il 4 aprile 1973 due arabi trovati in possesso di armi e materiale esplosivo vengono arrestati a Fiumicino. Hanno passaporti iraniani intestati a Gholan Mirzaga e Shirazi Bahrami Riza. Il 13 agosto 1973 dopo il pagamento di una modesta cauzione (solo 500.000 lire) vengono liberati. Avevano subito condanne per 4 anni ciascuno.
Il 17 giugno 1973 a Roma, in Piazza Barberini, salta in aria una Mercedes carica di esplosivo. I due arabi a bordo restano feriti. Si tratta del giordano Hamid Abdul Shiblj e del siriano Abdel Hadi Nakaa. Verranno liberati il 13 agosto 1973.
Il 5 settembre 1973 cinque arabi armati di lanciamissili Sam-7 Strela sono arrestati in un appartamento di Ostia. Due di loro, Ghassam Ahmed al-Hadith e al-Tayeb Ali al-Fargani (in realtà si tratta di Atif Busaysu «stretto associato di grado elevato di Salah Khalaf alias Abu Ayad» [13]), il 30 ottobre 1973 vengono accompagnati segretamente in Libia, dopo una sosta a Malta, con l’aereo dei servizi Argo 16. Gli altri tre, Amin el Hendi – per quattro anni capo degli studenti palestinesi in Italia, poi numero 2 dell’intelligence palestinese e uomo di raccordo tra Carlos e l’Fplp, morto il 18 agosto 2010 ad Amman – Gabriel Khouri e Mahmoud Nabil Mohamad Azhi Kanj verranno liberati con pagamento di una cauzione di 20 milioni di lire a testa e condotti anch’essi in Libia nel marzo 1974 [14].
Questi episodi, non troppo enfatizzati dai media e dal mondo politico, vennero drammaticamente ricordati da Moro durante la sua prigionia nel “carcere del popolo” brigatista, in sei missive. Riportiamo qui un passaggio della lettera inviata a Flaminio Piccoli (scritta il 23 aprile 1978 e recapitata il 29) che sintetizza emblematicamente come erano andate le cose:

«Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente» [15].

La Libia si propose in quel contesto come Paese che dava rifugio e sostegno militare ai gruppi palestinesi più oltranzisti, contestando e contrastando le politiche più moderate dell’Olp e dei Paesi arabi che erano disposti a soluzioni negoziali del conflitto con Israele.

Non a caso, la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973 si colloca tra la guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973) e la Conferenza di Ginevra (21 dicembre 1973 – 18 gennaio 1974) nel contesto della quale Israele ed Egitto firmeranno un accordo che porterà in breve al ritiro delle truppe israeliane dal Sinai conquistato e sarà alla base dei successivi negoziati che culmineranno negli accordi di Camp David del 17 settembre 1978 e con la firma del Trattato di pace israelo-egiziano del 26 marzo 1979.

La carota e il bastone libico sull’Olp in un documento inedito della Cia

Nell’ambito delle nostre ricerche, in base al Foia (Freedom of information Act) abbiamo richiesto alla Cia di poter visionare i documenti prodotti dall’agenzia statunitense, relativi alla strage di Fiumicino.

Purtroppo per quanto riguarda Ghaffour la risposta d’ufficio è stata la medesima che ricevemmo a suo tempo quando chiedemmo notizie su Abu Anzeh Saleh (responsabile dell’Fplp in Italia negli anni ’70): «With regard to the portion of your request regarding Ahmad Abd-al-Ghaffur, the CIA can neither confirm nor deny the existence or nonexistence of records responsive to your request in accordance with section 3.6(a) of Executive Order 13526. The fact of the existence or nonexistence of requested records is currently and properly classified and is intellicence sources and methods information that is protected from disclosure by section 6 of the CIA Act of 1949, as amended, and section 102A(i)(l) of the National Security Act of 1947, as amended. Therefore, your request is denied pursuant to FOIA exemptions (b)(1) and (b)(3)».

Comunque dagli Stati Uniti c’è pervenuto un rapporto datato 8 gennaio 1974, che pur nella sua stringatezza, sembra confermare un ruolo della Libia non secondario e non disinteressato nella vicenda di Fiumicino:

«Libia: la Libia sta facendo pressione sui leader fadayeen affinché non puniscano i terroristi che hanno attaccato un aereo di linea Pan American e dirottato un aereo Lufthansa dall’aeroporto di Roma a metà dicembre. [Omissis].

Di conseguenza, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, secondo come riferito, ha deciso di non accettare la responsabilità per i terroristi, ma di insistere sul fatto che restino sotto la custodia di funzionari del Kuwait. I kuwaitiani sono quasi certi di liberare i terroristi dopo una breve prigionia. [Omissis].

Il governo libico, secondo come riferito, ha minacciato di tagliare i collegamenti finanziari con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e con Fatah se non abbandoneranno la loro intenzione di trattare duramente i terroristi» [16].

Tratto da "Segreti di Stato" di VENERDÌ 20 GENNAIO 2012

Beni Gheddafi, sequestro a Pantelleria Alberghi e terreni per 20 milioni

ROMA - Un complesso alberghiero ed alcuni terreni nell'isola di Pantelleria (TP) riconducibili alla famiglia dell'ex leader libico Gheddafi, per un valore complessivo di circa 20 milioni di euro, sono stati sequestrati dai finanzieri del Comando Provinciale di Roma.

I provvedimenti emessi dalla Corte di Appello di Roma sono frutto delle indagini avviate dal Nucleo Polizia Tributaria della Capitale a seguito del sequestro, nello scorso mese di marzo, di un ingente patrimonio attribuibile a Gheddafi, per un valore complessivo di oltre 1,3 miliardi di euro. Fra i beni sequestrati all'epoca, detenuti per il tramite di società operanti in Italia, anche partecipazioni azionarie in Unicredit, Eni, Finmeccanica, Fiat, Fiat Industrial, Juventus F.C. Gli accertamenti delle Fiamme Gialle hanno consentito di individuare altre società collegate alla famiglia Gheddafi, una delle quali risultata proprietaria del complesso alberghiero e di alcuni terreni, situati nell'isola di Pantelleria, a «Punta Tre Pietre».

Il blitz della polizia tributaria. L'attività del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma - informa una nota - si inserisce nella rogatoria internazionale, richiesta dal Tribunale Penale Internazionale de L'Aja nell'ambito del procedimento per crimini contro l'umanità nei confronti di Gheddafi, del figlio Saif Al Islam e dell'ex capo dei servizi segreti Abdullah Al Senussi, volta a cautelare il patrimonio degli imputati, per il risarcimento delle vittime del regime. L'azione del Tribunale de L'Aja, a sua volta, si basa su decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e su Regolamenti del Consiglio dell'Unione Europea, con cui i due organismi, di fronte al precipitare della situazione politica in Libia, avevano richiesto alla comunità internazionale di procedere al congelamento di tutti i beni riconducibili alla famiglia dell'ex dittatore libico.

Tratto da "Il Messaggero" di Mercoledì 16 Maggio 2012 -

FRAMMENTI DI UNA STORIA INCOMPIUTA 1.Introduzione

Quando iniziai a scrivere sulla mia vita era il 10 novembre 1985.
Entro qualche giorno avrei dovuto prendere servizio presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Dopo tanti anni ritornavo a Roma, sulla mia auto, animata da uno solo dei miei due cani che mi avevano tenuto compagnia prima a Trento, poi a Trapani.
Correvo velocemente tra quelle bianche saline che forse non avrei più rivisto. Quante volte mi sembrava di averle percorse, attraversandole con l'auto di servizio a sirene spiegate! Eppure, ciò era avvenuto solo per trentasette giorni, e cioè fino a sei giorni prima che il regalo mi venisse recapitato.
Trapani sfuggiva rapidamente al mio sguardo ed io fuggivo rapi­damente da lei.
Fu in quel momento che decisi di mettere insieme appunti, ricor­di, riflessioni, su quanto mi era accaduto. Avevo appena lasciato la Procura di Trapani.
Lì avevo, in solitudine, trascorso il più difficile periodo della mia vita, che era culminato nella cessazione dello svolgimento delle mie funzioni giudiziarie.
Nella mia definitiva resa.
E, così, iniziai questa ricostruzione, riandando indietro nel tempo.
Allontanarmi da quegli eventi, dapprima, rappresentò, per me, nel momento del distacco da una attività che aveva riempito per anni la mia vita, un impegno mentale ed insieme una molla per tentare, ricostruendo il passato, anche di capire l'intreccio dei fatti che mi era­no capitati.
Ben presto, però, mi accorsi che quanto era avvenuto era troppo vicino, drammatico e scottante, per poterlo volontariamente rievocare, più di quanto già avveniva dentro di me inconsapevolmente. Anche perché il vuoto del mio nuovo lavoro, al Ministero di Grazia e Giu­stizia, accentuò sempre di più - invece che ridurla - la mia sensibilità per gli episodi vissuti.
Poi, in qualche modo che per me suonò come un fatto impreve­dibile, mi accorsi che, anche dopo aver cessato di svolgere le funzioni giudiziarie, tante cose continuavano ad avvenire, intorno a me, con significati che si esprimevano solo in ragione di una contiguità con quanto mi era precedentemente accaduto.
E così continuarono minacce, solo apparentemente senza senso; così continuarono conflittualità; anzi altre ne nacquero con impreve­dibile durezza.
Cercai nello studio una distrazione. Ma non la trovai.
In pochi anni errai da ufficio a ufficio, alla ricerca di qualcosa che non riuscivo a ritrovare. E cioè un mezzo per esprimere, in qual­che modo, in qualsiasi modo, il mio bisogno di continuare a svolgere una attività che presentasse un significato rispetto a quello che avevo precedentemente fatto. Ed, insieme, il mio bisogno, di pagare un de­bito. Quel debito che avevo maturato lì, in Sicilia, a Trapani, a Pizzolungo, nell’attentato subito il 2 aprile 1985, e che, lì, non ero stato in grado di saldare.

Lasciai la magistratura nel 1990. E ciò fu la conseguenza, ultima, di qual­cosa che, con la strage e quanto ne era seguito, si era già prodotto dentro di me.
Da allora sono trascorsi oltre venti anni, ed, ancora oggi, forse più che in passato, mi rendo conto di quanto sia difficile trovare quel che continuo a cercare e che nessuno ha mai nemmeno tentato... di iniziare a cercare.
Mi rendo anche conto che tante cose nelle quali mi ero imbattuto - forse in un modo sbagliato, o forse troppo in anticipo - , tante cose che avevo sfiorato, o anche solo pensato, sono frammenti della realtà di ieri e frammenti della realtà di oggi.
Tante cose che, con l'entusiasmo di un trentenne, avevo letto, stu­diato o intuito solo su carte processuali, oggi le vivo e le rivivo con la più realistica consapevolezza dei limiti che incontra l'autonomia del giudice quando sulla sua strada si imbatte nei centri del potere.
Fatti che si ripetono, episodi che solo dopo lunghissimi anni si chiariscono, nomi che ricompaiono. Fantasmi del passato e realtà pre­senti. Tra questi, ormai, si svolge la mia vita. Con difficoltà. Quella difficoltà di sentirsi troppo spesso impotente di fronte ad un sistema che ha le sue protezioni, le sue difese; un sistema che, se provi a sfiorarlo, prima ti isola, poi ti respinge, infine ti attacca, senza mezze misure. Spesso in modo indiretto. Attraverso fili sottili che non è facile scorgere. Ma che comunque, nello stesso tempo, lasciano sempre qualche traccia: talora ti frenano; altre volte ti stimolano a scoprirne altre; ti incitano, co­me in una partita a scacchi, a cambiare le mosse, a cercare nuove strade nella ricerca della verità e della giustizia.
Determinati fatti che ad anni di distanza hanno dato conferma a quelle indagini che non mi fu consentito di ultimare, l'as­sassinio di altri magistrati, i sempre più aspri conflitti tra potere po­litico e magistratura, nonostante il tempo trascorso e la mia, ormai, estraneità all'ordine giudiziario, mi bruciano dentro, riportandomi im­magini e sensazioni che avrei voluto, forse, un tempo, dimenticare, ma che ormai, evidentemente, costituiscono parte integrante di me.

E' per questo, che, oggi, vorrei tentare, sia pur gradualmente, di ultimare, anche con ri­flessioni e integrazioni maturate anni ed anni dopo, questa raccolta di annotazioni, di pensieri, di racconti, di episodi, di brani di un diario virtuale. Che non contiene la semplice esposizione delle risultanze dei processi da me istruiti e nemmeno il semplice racconto delle esperienze vissute. E, soprattutto, non ha l' intenzione di indicare alcuna verità processuale.
Si tratta piuttosto di pezzetti di storia tratti da una indagine e, in pari tempo, dalla mia vita.
Dalla vita di un giudice e poi di un ex-giudice, fortunata e sfortunata, secondo i mo­menti e i punti di vista. Comunque della mia vita, di una indagine iniziata e non finita, delle mie avventure e disavventure, delle mie scoperte, delle mie intuizioni, dei miei molteplici conflitti, delle mie sconfitte, e di alcune inutili vittorie, vissute quando ormai era troppo tardi: episodi tutti che mi hanno profondamente coinvolto, tra ombre del presente e fantasmi del passato.
Ad alcuni potrà apparire fantasia, ad altri un incubo.
Non é l’una l’’una e nemmeno l’altro.
E’ solo l’insieme di piccoli frammenti di vita tratti da una lunga storia: nei fatti, nei tempi, nei luoghi, nei nomi, nelle vicende, pubbliche e private, narrate. Negli stessi ricordi, nei sogni, nelle percezioni di un attimo. Nei tentativi estremi di evasione da una realtà che , a volte, non è facile vivere e accettare.
Ma che è cosi.
E’ una raccolta di immagini di una inchiesta incompiuta che percorre e insegue una storia intricata, non solo riguardante il nostro Paese, sviluppatasi in oltre mezzo secolo; e, insieme, di immagini della irrequieta vita di un giudice, che, in conseguenza di quella indagine, da oltre vent'anni, non è più un giudice.


Tutto cominciò nel lontano maggio del 1979. Un giorno, un cittadino turco, un certo Assim Akkaia, si presentò alla questura di Milano e raccontò al dirigente della Mobile ‑ si trattava del dottor Enzo Portaccio, poi dirigente della Criminalpol ‑ che la città di Trento costituiva punto di con­giunzione tra la mafia turca e quella siciliana. In due alber­ghi, il Karinall ed il Romagna ‑ appartenenti ad un trentino di origine altoatesina, Karl Kofler ‑, sarebbero stati occulta­ti grossi quantitativi di morfina base ed eroina pura prove­nienti dai campi di papavero della Turchia. Di li sarebbero stati smistati in Sicilia per essere lavorati in raffinerie, e quindi immessi sul mercato in Italia e negli Stati Uniti.

A quell'epoca avevo trentadue anni e vivevo a Trento già da tre. Ero sposato con una ragazza più giovane di otto an­ni, Marina, e avevo una figlia di tre anni, Stefania. Come giudice di tribunale mi occupavo di civile e di penale. La mia vita era tranquilla e serena.

Nel 1980, con diffidenza dei locali organi di polizia che non credevano potesse esistere un'organizzazione mafioso nel tranquillo Trentino, iniziarono le indagini. Vennero au­torizzate intercettazioni telefoniche sulle utenze di quei due alberghi e furono registrate conversazioni in varie lingue, italiano, tedesco, turco, arabo, nelle quali di tutto si parlava, dalle mele alle arance, men che di droga. Nell'autunno la Procura perquisi quei luoghi senza trovare nulla. Quindi, trasmise gli atti all'ufficio istruzione per gli eventuali ulte­riori accertamenti.
In quel fascicolo non appariva nemmeno un imputato. Si trattava di una cartellina contrassegnata da un numero di registro, il 4680\80. Conteneva una trentina di paginette, un sintetico rapporto della polizia su ipotesi di traffici di droga internazionali dagli anni '60 e un complesso grafico raffigurante quasi tutti i paesi del mondo, dall'Est all'Ovest, dal Medio Oriente agli Stati Uniti, dalla Tunisia all'Olanda.

Al centro vi era Trento e, collegata a questa, la Sicilia.
Da quel giorno, tra Trento e la Sicilia si articolò la mia vita.

In quei giorni, proprio per caso, ero stato nominato giudice istruttore del tribunale di Trento.
Fu quello il primo fascicolo che studiai.
Fu quello l'unico pro­cesso che istruii, l'unica indagine che condussi, senza ulti­marla.
Nel dicembre dello stesso anno vennero scoperti a Tren­to, Bolzano, Verona, i più grossi quantitativi di morfina base ed'eroina rinvenuti in Europa, 200 chilogrammi. Quel­l'organizzazione, in due anni, ne aveva importati almeno 4000. Erano tutti diretti in Sicilia.
Contemporaneamente, vicino a Palermo, il collega Giovanni Falcone ‑ che in pre­cedenza aveva lavorato a Trapani come sostituto procurato­re ‑ scopri le raffinerie di Trabia e Carini, fornite dall'organizzazione di Trento.
Venne arrestato il Kofler, il suo socio turco Arslan Hani­fi, e poi numerosi altri.
Ben presto l'albergatore trentino si suicidò in carcere, o almeno così apparve.
Il turco riuscì in­vece poi ad evadere.
Ciò nonostante, le indagini rapidamente si allargarono impegnandomi sempre di più.
Il Kofler risultò essere in stretto contatto con mafiosi trapanesi.
Conobbi il sostituto procuratore di Trapani, Giacomo Ciaccio Montal­to, il capo dell'ufficio istruzione di Palermo, Rocco Chinni­ci, e altri magistrati siciliani.
Cominciai a fare la spola tra Trento e la Sicilia.

Subito iniziarono le reazioni: minacce, esposti, liti con colleghi. Mi venne assegnata la scorta.
La mia vita familiare, arricchitasi con la nascita di un'altra bambina, Laura, si trasformò profondamente.
Un giorno, in coinci­denza con la presenza a Trento di Giovanni Falcone, im­provvisamente mi separai da mia moglie e dalle mie figlie.

Rimasto solo, mi buttai più di prima a capofitto nel la­voro.
Attraverso le indagini, ripercorsi pian piano le vie dei trafici, quasi inseguendo i miei imputati nelle strade della droga in Austria, in Germania, in Svizzera, in Iugoslavia, in Turchia, in Bulgaria... e poi in quelle dei commerci illeciti di armi raggiungendo anche l'Argentina, poco dopo la fine del conflitto con l'Inghilterra per le isole Falkland. Avevo, nel 1982, identificato l'organizzazione attraverso cui la Francia aveva fornito a quel paese, tramite canali occulti legati a logge masoniche, i micidiali missili Exocet che, appena l'anno prima, avevano affondato due cacciatorpediniere inglesi.
Individuai traffici occulti di armi e petrolio tra il nostro paese la Libia di Gheddafi, e connessioni tra i nostri servi­zi segreti, quelli americani ed altri, in particolare orientali, tutti collegati dal comune interesse alla vendita ed all'acquisto di armamenti.

All’inizio del 1983 venne ucciso a Trapani Ciaccio Montalto.
Pochi mesi dopo, a Palermo, saltò in aria con un'auto-bomba Chinnici e il suo agente di scorta.
Nel giugno di quell'anno, mentre svolgevo delicate indagini sui nostri servizi di sicurezza e sulle connessioni segrete legate all’attentato al Papa, a seguito di segnalazioni anonime sapientemente inviatemi, sequestrai documenti scottanti che chiamavano in causa l'onorevole Bettino Craxi, da poco nominato presidente del Consiglio Iniziai a svolgere accertamente sul Psi.
Le reazioni furono durissime.
Nel dicembre dello stesso anno, in ccasione di perquisizioni e sequestri di documenti su una società finanziaria di proprietà del partito, il presidente Craxi si rivolse al Procuratore Generale della Cassazione, che intervenne immediatamente nei miei confronti.
I provvedimenti che avevo emesso mi vennero restituiti non eseguiti, l'indagine venne bloccata, io venni posto sotto pro­cedimento disciplinare e penale per abusi vari, e, innanzi tutto, per aver omesso di inviare una "comunicazione giudi­ziaria" al Presidente del Consiglio, pur avendo svolto atti­vità istruttorie che lo riguardavano.

Ciò nonostante, le indagini, ormai in stato avanzato, pro­seguirvano quasi da sole…
Anche se non muovevo più un di­to, polizia, carabinieri, finanza, investigatori di tutto il mon­do, dal Pakistan alla Turchia, dal Canada all'Australia, mi trasmettevano notizie e informazioni.
Nel luglio del 1984, in presenza di una pressione elevatissima nei miei confronti, denunciai Craxi alla Commissione inquirente per il reato di finanziamento illecito al Psi e connessi aspetti legati a traffi­ci di armi. Vi figuravano personaggi noti, come Lagorio, De Michelis, Pillitteri, e altri, allora meno noti, quali Mach di Palmestein, Larini, Rezzonico.
Il 20 novembre dello stesso anno, su richiesta del Procuratore Generale della Cassazione, le Sezioni Unite della Suprema Corte mi tolsero tutte le carte del processo: tutti i miei colleghi di Tren­to avevano manifestato pubblicamente solidarietà nei miei confronti. Que­sta circostanza consenti alla Cassazione di affermare che né io né altri giudici del Tribunale eravamo più "atten­dibili” e "imparziali". Accogliendo un'istanza proposta in tutto segreto da imputati, avvocati e dallo stesso Procurato­re generale della Corte d'Appello di Trento, dott. Adalberto Capriotti - solo recentemente divenuto più noto, per altri strani fatti - la Cassazione spostò a Venezia tutte le inchieste da me condotte.

Il fascicolo conteneva allora oltre trecentomila carte pro­cessuali, frutto di quattro anni di lavoro a tempo pieno.
Tredici giorni dopo, il 3 novembre, firmai una domanda di trasferimento per la Procura della Repubblica di Trapani.
Presi servizio il seguente 17 febbraio 1985.
Il mio primo atto, in quella nuova sede, fu la trasmissione alla magistratura di Venezia di alcuni documenti di cui ero appena venuto in possesso. Riguardavano la fornitura alla Libia di tre containers contenenti materiale elettronico rige­nerato, ... tre piccole bombe atomiche! Curava la transazione un libanese residente a Parigi, un certo Antony Gabriel Tannoury, noto come braccio destro di Gheddafi.
Nei confronti di questi avevo emesso nel 1983 l'ultimo, ordine di cattura come giudice istruttore di Trento.

Il successivo 2 aprile vi fu l'attentato di Pizzolungo.
Due gemellini di otto anni e la loro mamma rimasero di­laniati al posto mio.
Trenta giorni dopo, venne scoperto ad Alcamo, vicino a Trapani, la raffineria di morfina‑base più grande d'Europa.
Era rifornita dalla stessa organizzazione turca che cinque anni prima avevo individuato nell'inchiesta di Trento.
Alla fine del 1985, dopo mesi di vita blindata trascorsa nell’interno del palazzo di giustizia e minacce di morte rivolte anche alle mie figlie che vivevano ad Ancona, lasciai la Sicilia e la magistratura attiva.
Mi trasferii a Roma e iniziai a lavorare, fuori ruolo, presso il ministero di Grazia e Giustizia.
Abbandonai ogni mia ricerca, tentando di dimenticare.
Continuarono però le minacce e vennero posti in essere altri gravi atti di intimidazione, quasi inspiegabili con la cessazione di ogni mia attività.
Anche le mie carte, ormai, erano troppo lontane, materialment­e e psicologicamente, da ogni mia possibilità di ul­teriore approfondimento.
Nel 1986, a Trapani, dietro un apparentemente innocuo Centro Studi, la polizia scoprì logge massoniche coperte, punto d’'incontro di massoni, templari, politici, e anche di quei mafiosi indiziati di aver partecipato al mio attentato. In quella stessa sede, operava un'altra organizzazione, la Associazione Musulmani d'Italia. Il suo presidente figurava come “sostituto" in Sicilia del colonnello libico Gheddafi.

Ma tutto ciò avrei dovuto scoprirlo dopo molti anni.
Frattanto i miei imputati di traffici di stupefacenti vennero condannati a pene molto severe, sino a 29 anni di reclusione; quelli imputati di traffici di armi, vennero invece tutti assolti in secondo grado, dalla Corte d'Appello di Venezia.
Anch’io venni assolto da ogni addebito penale.
In sede disciplinare il Consiglio superiore della magistratura mi condannò in un primo momento alla "perdita di sei mesi di anzianità". Questa pena venne però annullata dalla Cassa­zione. Il Consiglio superiore mi condannò allora alla pena del semplice "ammonimento". La Cassazione rimise poi gli atti alla Corte Costituzionale. Questa infine sentenziò che il Consiglio superiore aveva commesso atti illegittimi nei miei confronti.

Dopo lunghi periodi di malattia, sempre trascorsi tra continue minacce e un servizio di vigilanza e scorta ininter­rotto, 24 ore su 24, all'inizio del 1990, cessai di essere un giudice. Venni dispensato dal servizio, con il mio consenso, per infermità conseguenti all'episodio di Trapani: una lesio­ne cerebrale al labirinto destro con contrazione della fun­zione dell'equilibrio, la perdita quasi totale dell'udito all'orecchio destro, il timore ossessivo di un altro attentato, i sensi di colpa per le vittime, e altri svariati danni fisici.
Qualche mese dopo, il professor Luigi Cancrini mi pro­pose di candidarmi nella Sinistra Indipendente del nuovo Pci, per le elezioni del Consiglio Regionale del Lazio. Venni eletto. L’anno dopo mi dimisi.
Nel 1992 mi candidai con il movimento per la Democrazia "La Rete" alle elezioni per la Camera dei deputati. Venni eletto.

Nel febbraio di quell’anno, a Milano fu arrestato Mario Chiesa.
Scattarano le inchieste "Mani pulite".
Poco dopo, a Palermo venne ucciso Salvo Lima.
Poi, scoccò l’ora di Falcone e Borsellino.
Le immagini del presente e del passato occuparono sempre più la mie mente.
Nel settembre ritornai in Sicilia dopo sette anni di assenza.
Ripresi a cercare tra i documenti delle inchieste di Trapani e quelli della vecchia indagine di Trento.
Chiesi la riapertura di vecchi processi.
Tornai ancora una volta ad abitare a Trento.
Formulai mie ipotesi su connessioni occulte nelle stragi di mafia.
Si riacutizzarono veccie ostilità nei miei confronti. Se ne aprirono di nuove.
I nostri Servizi iniziarono a stilare rapporti segreti su di me, anche nel dossier “ Achille” , un fascicolo contenente informazioni riservate e ufficialmente non autorizzate, riguardanti magistrati scomodi.
Mi pervennero nuove minacce di attentati. Altre scorte vennero aggiunte a quelle già esistenti.
In silenzio, sbandato nei miei affetti, continuai a cercare qui e li, senza pubblicità e clamore, rincorrendo vecchie carte e atti di nuove inchieste, in uffici giudiziari e palazzi del potere d’Italia e di altri paesi dall’Ovest all’Est, da Trapani a Liegi , da Washington a Mosca, tra storie di arabi e servizi segreti, tra personaggi al centro della nostra storia, dal dopoguerra sino ad oggi, da Bin Laden a Saddam, dall'Egitto di Gheddafi ai condottieri della Siria o dell'Iran, tra piccole scoperte, conferme, delusioni, ricordi, ombre, sogni… inseguendo e sfuggendo me stesso.
Nei miei ossessivi tentativi di ricerca della verità, e insieme di evasione dalla realtà, non ho mai potuto distaccarmi da quell'attentato subito a Trapani, che aveva diviso in due la mia vita. Ma avrebbe dovuto concluderla.

Il 2 aprile 1985, a Pizzolungo.
Otto giorni prima che, in una sontuosa aula di un noto palazzo romano del Senato, avvenisse la discussione sulla mia denuncia contro il presidente del Consiglio in carica, Bettino Craxi, da taluno quasi "innominato" o "intangibile", nelle conversazioni tratte dai resoconti ufficiali della discussione di quei giorni, vissuti da me in un lettino d’ospedale e da altri innocenti, che si erano trovati occasionalmente sulla mia strada, in una tomba.
Perché scegliere quel 2 aprile, proprio mentre a Roma la Commissione inquirente doveva decidere sulla richiesta di archiviazione della mia denuncia contro Craxi, e contemporaneamente, nel procedimento disciplinare pendente contro di me su esplicita richiesta del presidente del Consiglio? Perché scegliere cosí in fretta quel giorno?

La vita dell'uomo non vale almeno un perché?

Pubblicata da Carlo Palermo il 27 dicembre 2011 alle ore 19.26

I misteri dei caveau di San Marino. Opere d’arte, preziosi e dossier riservati

Le cassette di sicurezza conservate alla Euro commercial Bank del Titano sono intestate al piduista Giorgio Hugo Balestrieri e quelle della Fin Project a Gianluca Bruscoli. Riaperte su ordine degli inquirenti sanmarinesi, tra una tela di Raffello e una di Matisse spuntano documenti top secret su 'ndrangheta, tangenti e Libia

Le tangenti e Michelangelo Buonarroti. La ‘ndrangheta e Raffaello Sanzio. I segreti di stato libici e Henry Matisse. Che cosa hanno in comune? Tutti sono stati custoditi sul monte Titano, nei caveau della Repubblica di San Marino che ora cominciano ad aprirsi e a portare alla luce non più solo denaro, ma anche opere d’arte, carteggi e segreti stranieri.

Nascosti capolavori dal Rinascimento all’età contemporanea. Quando nel piccolo Stato si torna a parlare del Cristo ligneo di Michelangelo vuol dire che l’ennesimo scandalo è alle porte. Se ne vocifera da anni di questo capolavoro di cui esisterebbe anche un “gemello”, anch’esso di paternità incerta, comprato comunque dall’ex ministro Sandro Bondi con fondi pubblici e ora esposto a Firenze. Pare che il conte Ugolini, morto nel 2006 e proprietario di quest’opera che secondo molti non apparterrebbe all’artista della Pietà, nel suo testamento volesse proprio portarla qui.

La preziosa statuetta è rispuntata fuori il 7 marzo scorso da un caveau della piccola Repubblica del Titano. Per qualche anno se ne erano perse le tracce. E con essa, si è scoperto ieri, c’è anche una serie di altri documenti e opere d’arte di inestimabile valore e, in questo caso, autentiche: uno schizzo per la Cappella Sistina dello stesso Buonarroti, un altro di Raffaello Sanzio, due antichi e preziosi corani, alcune tele con la firma di Gustav Klimt e Henry Matisse, Edgar Degas, Éduard Manet, Marc Chagall e Renato Guttuso.

L’indagine di Torino e il piduista Balestrieri. Le preziose cassette di sicurezza, conservate alla Euro commercial Bank di San Marino, sono intestate a Giorgio Hugo Balestrieri e sono state aperte la scorsa settimana su ordine dello stesso proprietario. Ieri, con l’aiuto dei carabinieri arrivati da Roma e Bologna, il magistrato che segue l’indagine, il commissario della legge Rita Vannucci, ha fatto un primo inventario. “Bisogna appurare principalmente se sono oggetto di reato, se sono state rubate. Questo la mia prima preoccupazione”, ha detto Vannucci. Ora la Procura di Torino ha presentato una rogatoria internazionale e indaga per esportazione clandestina di opere d’arte e ha chiesto e ottenuto il sequestro del Cristo michelangiolesco.

Ma chi è Balestrieri? Massone e piduista dichiarato, in Italia è innanzitutto un latitante, dopo che alla fine del 2009 la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per presunti collegamenti con la ‘ndrangheta e la cosca Molè di Gioia Tauro. Lui si è sempre dichiarato estraneo alle accuse, sostenendo, attraverso i suoi legali, di avere avuto quei contatti in quanto esponente dell’intelligence sotto copertura.

Con la stessa forza Balestrieri ha sempre difeso la autenticità del “suo” Michelangelo che nei giorni scorsi ha deciso di riportare alla luce ordinando al suo avvocato di aprire le cassette. Negli Stati Uniti, dove ha preso la cittadinanza, Balestrieri è presidente del Rotary club di New York. Un anno fa al quotidiano Libero disse di essere pronto a esporre al pubblico la controversa opera: “Posso consegnarlo solo nelle mani del gesuita Pfeiffer (un esperto del Buonarroti, ndr) e a patto che venga messo in sicurezza ed esposto a tutti in un museo della Repubblica di San Marino”.

Tra attestazioni di autenticità e dossier segreti libici. Tra i sostenitori della originalità della statuetta lignea ci sarebbe anche monsignor Rino Fisichella, ritratto in una foto di alcuni anni fa con in mano il crocifisso di Balestrieri. In quella stessa immagine, l’uomo accanto all’arcivescovo è Angelo Boccardelli, personaggio vicino a Balestrieri, ora in carcere nell’ambito della stessa inchiesta per cui il rotariano risulta latitante.

Ma i caveau del Titano in questi giorni stanno portando alla luce molti altri scheletri dell’armadio della vicina Italia. L’ultimissimo caso è quello che riguarda Gianluca Bruscoli, già rappresentante diplomatico in Libia per la piccola repubblica. Nei giorni scorsi, di fronte a una perquisizione tra le cassette di sicurezza della Fin Project società in liquidazione di cui è proprietario al 20%, il diplomatico ha opposto agli inquirenti il segreto di stato libico. Niente da fare. La richiesta non è stata accolta e Bruscoli si è bruciato la carriera diplomatica visto che il suo incarico non verrà probabilmente riconfermato, dopo il clamore della notizia tra i sammarinesi. In quella cassetta gli inquirenti avrebbero trovato delle carte con all’interno alcuni indizi sulla storia tangenti Enav. Un’ennesima prova che quella pagina di corruzione del management pubblico italiano potrebbe essere stata scritta proprio nella più antica repubblica del mondo.

Tratto da "Il fatto quotidiano" del 14 Marzo 2012

Il governo pone il segreto di Stato sulle armi ex sovietiche per i ribelli libici

l "segreto di Stato" posto dal governo sulla vicenda dell'arsenale di armi ex sovietiche "girate" ai ribelli libici nel maggio scorso rende più difficile fare chiarezza sulla vicenda del traffico di armi russe dall'Italia alla Libia.

Una vicenda venuta alla luce solo a causa del trasferimento dei container dalla base della Marina militare della Maddalena a Civitavecchia utilizzando navi traghetto civili. Un trasporto che non è passato inosservato e ha provocato l'interesse dei media e alcune interrogazioni parlamentari.

La gigantesca fornitura di armi venne intercettata nel 1994 a bordo della nave maltese Jadran Express che stava trasportando il carico in Croazia per conto di una società dell'oligarca russo Alexander Borisovich Zhukov. La magistratura dispose la distruzione dell'arsenale che invece pare abbia raggiunto nei mesi scorsi Bengasi per armare il nuovo esercito libico anti-Gheddafi. Si tratta infatti di 400 missili anticarro AT-4 Spigot con 50 lanciatori, 30 mila mitragliatori AK-47 con 32 milioni di proiettili, 5 mila razzi katiuscia e 11 mila razzi anticarro Rpg. Armi che secondo fonti ben informate sarebbero ancora in buona parte in ottimo stato di conservazione e facilmente impiegabili in Libia, dove le armi sovietiche sono circolate in abbondanza negli ultimi decenni e dove il carico sarebbe stato sbarcato (nel porto di Bengasi) "mascherato" da da aiuti umanitari. La stessa tecnica utilizzata dai francesi per trasferire armi e munizioni ai ribelli.
Come hanno confermato al Sole24 Ore diverse fonti, l'addestramento degli insorti all'impiego delle armi (soprattutto dei missili anticarro), dirottate dal deposito in caverna dell'isola sarda di Santo Stefano ai campi d'addestramento del deserto a sud di Bengasi, è curato direttamente da consiglieri militari italiani. L'Italia, con la Francia e la Gran Bretagna, ha inviato ufficialmente in Libia dieci ufficiali che gestiscono lo stato maggiore dei ribelli, affiancando i loro vertici militari ma curando di fatto le funzioni di comando e controllo e coordinando i movimenti degli insorti e i raids aerei della Nato.
Oltre a questi consiglieri l'Italia ha inviato in segreto in Libia altri team di militari, per lo più appartenenti alle forze speciali, con compiti di supporto ai miliziani e operativi da fine maggio. Una tempistica che coinciderebbe con l'arrivo a Bengasi dei carichi di armi che vent'anni fa avrebbero dovuto equipaggiare l'esercito croato all'epoca in guerra contro i serbi. Un ruolo da "military advisor" che rientra nelle competenze specifiche delle forze speciali. Compiti simili sono assegnati in Libia anche a unità francesi e britanniche che in alcuni casi affiancherebbero in azione le milizie ribelli. Parigi ha fatto affluire ai ribelli decine di tonnellate di armi, in parte paracadutate sulle colline a sud di Tripoli e in parte sbarcate via nave. Oltre ai reparti speciali Londra ha schierato in prima linea al fianco dei ribelli un numero imprecisato di contractors "intercettati" nel maggio scorso dalle telecamere di al-Jazira

Ex militari di Sua Maestà che lavorano per Private Military Companies assoldate per sostenere i ribelli libici dai governi di Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Segnalati anche contractors spagnoli inviati in Libia all'inizio della crisi per portare in salvo i dipendenti di una società petrolifera e poi assoldati sul posto per istruire i ribelli. Anche in questo caso pare che il contratto venga onorato da un emirato del Golfo Persico.

Iniziative che esulano dal comando Nato delle operazioni e che investono la responsabilità dei singoli Paesi anche perché le forniture di armi alla Libia, anche se rivolte ai ribelli, violano l'embargo stabilito dalle risoluzioni dell'Onu. "E' una questione che deve essere trattata dalle autorità italiane. Non è di nostra competenza" ha dichiarato ieri la portavoce della Nato, Oana Lungescu, circa il traffico di armi russe inviate dall'Italia a Bengasi. "E' una questione troppo specifica - ha aggiunto il portavoce militare dell'alleanza per le operazioni in Libia, Roland Lavoie - e non sta a me dare una risposta dettagliata". Risposte simili a quelle fornite dalla Nato quando emersero le forniture di armi e munizioni paracadutate dai cargo francesi Transall alle milizie berbere.


Tratto da "Il sole 24 Ore" del 20 Luglio 2011