domenica 24 marzo 2013

«A Bologna, il 2 agosto, a mettere la bomba furono uomini di Carlos»


«A Bologna, il 2 agosto, a mettere la bomba furono uomini di Carlos». Intervista con Marco Affatigato.

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Marco Affatigato fu il primo, nel settembre del 1999, a sostenere il coinvolgimento del gruppo Carlos nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti, oltre 200 feriti). Da quelle sue rivelazioni, rese al giornalista e consulente della Commissione stragi Gian Paolo Pelizzaro, venne avviata una ricerca che nel luglio del 2005 portò alla conferma che a Bologna il giorno dell’attentato c’era proprio un uomo di Carlos, l’estremista tedesco Thomas Kram. E nell’estate dello stesso anno, anche in seguito a una serie di interrogazioni parlamentari, la Procura di Bologna ha aperto un nuovo fascicolo d’indagine sulla strage del 2 agosto. L’inchiesta, a distanza di otto anni, è ancora in corso e – dall’agosto 2011 – vede iscritti sul registro degli indagati Kram e la sua sodale Christa-Margot Fröhlich come ex appartenenti al gruppo Carlos. Sono inoltre in corso una serie di accertamenti anche sul cittadino giordano di origini palestinesi Abu Anzeh Saleh, già capo dell’organizzazione militare del Fronte popolare per la liberazione della Palestina in Italia all’epoca residente a Bologna, e “ufficiale” di collegamento con Carlos. Con Affatigato abbiamo avuto una lunga conversazione durante la quale siamo tornati sull’argomento. La prima domanda che gli abbiamo rivolto è proprio quella su come venne a sapere che Carlos e la sua organizzazione terroristica sarebbero stati in qualche modo collegati all’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna. Va ricordato che proprio la vicenda dell’intervista rilasciata da Affatigato nel settembre 1999 a Gian Paolo Pelizzaro e pubblicata sul mensile Area nel numero di ottobre dello stesso anno (titolo “Un uomo per due misteri”) è al centro del processo in corso davanti l’VIII Sezione Penale del Tribunale di Roma presieduta dal giudice Maria Teresa Cialoni che vede imputati per diffamazione aggravata gli allora direttori responsabili di Liberazione e l’Unità, Piero Sansonetti e Antonio Padellaro, e i due autori degli articoli pubblicati il 28 luglio 2006. Il testo integrale dattiloscritto e controfirmato da Affatigato della sua intervista venne depositato da Pelizzaro agli atti della Commissione Stragi nel febbraio del 2000 per le doverose e opportune verifiche da parte dell’organismo bicamerale d’inchiesta. Proprio per dovere deontologico, infatti, quel passaggio su Carlos e Bologna non è stato pubblicato nella versione dell’intervista apparsa suArea e questo proprio perché non era stato possibile verificare le parole dell’ex estremista di destra. Pelizzaro è stato ascoltato come teste nel processo di Roma alle udienze dell’11 e 19 febbraio scorso, durante le quali ha ricostruito la genesi di quell’intervista e lo sviluppo del lavoro di inchiesta per le Commissioni Stragi e Mitrokhin fino alla riapertura delle indagini sul 2 agosto da parte della Procura della Repubblica di Bologna.

Ecco il resoconto puntuale di questa chiacchierata.
Affatigato, come venne a sapere che Carlos e i palestinesi erano in qualche modo collegati alla strage di Bologna?
«Lo venni a sapere in conseguenza al mio agire come infiltrato all’interno di una “cellula” terroristica sostenuta e finanziata dal regime dell’ayatollah Khomeini. Dal 1979 infatti collaboravo coi servizi francesi e americani».
Lei dunque crede che a Bologna a compiere la strage sia stato il gruppo di Carlos per conto dei palestinesi?
«Ho sempre sostenuto che furono uomini di Carlos».
Nel libro L’aquila e il condor. Memorie di un militante politico di Stefano Delle Chiaie (Sperling & Kupfer, 2012)  a pagina 242 si legge: «Affatigato era a Nizza [il 2 agosto 1980] e la circostanza era più che nota. Il suo domicilio era apparso sul quotidiano Nice-Matin, che aveva pubblicato un annuncio per il suo compleanno. Il presidente della Repubblica italiano, Sandro Pertini, aveva fatto pervenire ad Affatigato un telegramma di congratulazioni per l’opera di giornalista svolta all’estero. Affatigato stesso lo aveva mostrato a numerosi camerati francesi. Il telegramma presidenziale era datato 11 luglio 1980». 
Corrisponde al vero quanto scrive Delle Chiaie?
«Non è proprio così come è descritto, ma la circostanza del telegramma corrisponde al vero. Sì… e [quel telegramma] lo conservo sempre. Ebbi modo di conoscere personalmente il presidente Sandro Pertini a fine maggio giugno del 1980, sulla Promenade des Anglais».
Lei era già stato coinvolto, suo malgrado, nelle indagini sul disastro del Dc9 Itavia?
«Non ancora al momento che conobbi il presidente e la sua conoscenza fu per un evento casuale».
Però se Pertini le mandò veramente un telegramma l’11 luglio 1980, a quella data lei era già stato chiamato in causa.
«Sì [il telegramma] arrivò in Francia l’11 luglio 1980. Se mi permette le spiego anche la conoscenza del Presidente. Lui era seduto su una panchina che guardava il mare, fumando la pipa… era solo… nessuna scorta… io passeggiavo sulla Promenade… a un certo punto vidi la sua figura e rimasi un po’… sa quando vede una persona o una cosa e non ci si crede… ma quello è Pertini… mi dissi… poi guardai in giro per vedere se c’erano poliziotti o gendarmi o altre figure, insomma una scorta… mi dissi non è Pertini… ora il presidente della Repubblica è lì, solo, a sedere su una panchina… senza scorta… ma no! Sarà uno che gli somiglia… allora mi ricordai che più volte aveva detto di vivere a Nizza… in un piccolo appartamento e che quando aveva tempo ci si rifugiava… eppure io ero lì… latitante, ricercato in Italia e… se fosse stato Pertini… avevo a portata di mano il presidente della Repubblica… la curiosità (ma anche la paura) era tanta… mi avvicinai… lui scrutava l’orizzonte del mare… vinsi la paura e mi misi a sedere sulla panchina… insieme a lui… tanto la curiosità era così forte… lo guardai e gli dissi… Signor Presidente… e lui mi rispose… Italiano? Sì… Di dove? Di Lucca. Cominciò così la nostra conversazione… e spaziò in modo inimmaginabile… tant’è che lui sapeva chi ero io, dopo… e io posso dirle che è stato il Presidente di tutti gli italiani… antifascista certamente… ma di tutti gli italiani… è stato l’unico vero Presidente della Repubblica italiana. So anche che in conseguenza al 2 agosto 1980… alcuni suoi avversari volevano utilizzare la “nostra conoscenza” per farlo dimettere, in quanto egli aveva saputo dove viveva un “latitante ricercato” e non lo aveva comunicato al Ministero dell’Interno. Sapeva che non c’entravo niente… come sapeva che non c’entravo niente con Bologna».
Pertini è sempre stato una persona che faceva le cose che sentiva senza guardare troppo i formalismi, ma sicuramente un telegramma poteva risultare un atto molto sconveniente e i suoi avversari potevano strumentalizzarlo.
«Non è solo l’assenza di “formalismo”… è che sapeva leggere nelle persone… i suoi avversari ci hanno provato… anche quando al Procuratore Capo di Bologna, Viola… gli disse… “non è possibile!”».
Se vuole mi può dire cosa c’era scritto nella sostanze nel telegramma?
«I migliori auguri».
Solo così? Quindi un attestato di stima e nulla più…
«Ebbi modo di incontrarlo nuovamente… a fine ottobre 1980, se ricordo bene… la direzione del carcere era in subbuglio… il presidente Pertini, questa volta con la scorta… seppur limitata… che rendeva visita ad un “detenuto”… Per l’occasione venne utilizzato l’ufficio del direttore».
Visto che abbiamo fatto cenno a Bologna, voglio chiederle una cosa. Lei è stato il primo a parlare di Carlos in merito alla strage di Bologna. Lo rivelò a Gian Paolo Pelizzaro in una intervista. Quel brano dell’intervista non venne pubblicato su Area, ma, portato da Pelizzaro in Commissione stragi. Quella informazione dette l’avvio alla ricerca che ha poi consentito la riapertura di un fascicolo sulla strage alla stazione di Bologna da parte della Procura felsinea nel novembre 2005. L’intervista in oggetto è del settembre-ottobre 1999. Nel marzo 2000 sarà lo stesso Carlos a parlare di un «compagno» presente a Bologna in stazione il 2 agosto…
«Sì! Per primo lo dissi a Gian Paolo Pelizzaro. È un po’ complessa la cosa… Carlos faceva parte di quel gruppo terroristico transnazionale che operava nel 1979-1980 in Europa e nel mondo al fine di compiere azioni, finanziate dall’Iran dell’ayatollah Khomeini, contro gli infedeli occidentali si direbbe oggi, all’epoca erano presi di mira obiettivi Nato… ritengo che il mio nominativo inserito nel contesto di Ustica (e successivamente in quello di Bologna) servisse a “bruciare” la mia persona all’interno di quel “gruppo” e quindi a impedire che io venissi a conoscenza di informazioni che potevano nuocere l’assetto dell’intelligence militare italiana che, invece, copriva questo gruppo… del resto del “lodo Moro” ne abbiamo preso, pubblicamente, conoscenza solamente da poco tempo e grazie alle esternazioni di Cossiga che nel 1980 era presidente del Consiglio».
Infatti l’informazione del suo orologio Baume & Mercier, che avrebbe permesso di riconoscere il cadavere dell’attentatore a bordo del Dc 9 Itavia, era un dettaglio che potevano conoscere solo in pochi…
«Solo l’intelligence militare italiana e grazie a un loro “corrispondente”… Grazie a Dio… con le mie informazioni, prima che mi si “bruciasse” qualche attentato sono riuscito a evitarlo… e anche a fare smantellare qualche réseaux, anche in Italia e penso che sia stato proprio quello il “campanello d’allarme” che ha portato il Sismi, con il quale non ho mai collaborato (del resto neanche con il Sisde), a bruciarmi… Interessante è ascoltare le dichiarazioni dell’ex ministro De Michelis sia su Ustica che su Bologna… laddove dice che tutti, tutti sappiamo cosa è successo a Ustica come a Bologna… ma la ragion di Stato ci impone il silenzio».
Lei dunque crede che a Bologna a compiere la strage sia stato il gruppo di Carlos per conto dei palestinesi?
«Ho sempre sostenuto che furono uomini di Carlos».
Lo seppe dai francesi? Sa, mi sono fatto l’idea che quando nell’agosto 1999 uscì la sentenza ordinanza di Rosario Priore su Ustica che tirava in ballo i francesi… questi decisero di far sapere ciò che sapevano su Bologna… mi sbaglio?
«Bella domanda… Come mai un ispettore dei Rg (Renseignements Généraux,la polizia politica francese) si trovava a Bologna in quei giorni? Come si dice a domanda si risponde con una domanda…».
Chi era? È un fatto noto? Vuole dire che i francesi sapevano che stava capitando qualcosa e avevano un osservatore a Bologna?
«Ma tutti (le intelligence intendo) sin dal maggio 1980 sapevano che un fatto grave sarebbe accaduto a Bologna nel corso dell’estate… l’intelligence francese, come quella americana, come quella tedesca, come… quella italiana che anziché attivarsi per prevenirlo e cercare di evitarlo, sin da giugno si attivò per “coprire” il “fatto grave che sarebbe avvenuto a Bologna” dando l’incarico all’allora tenente colonnello Federigo Mannucci Benincasa (Capo Centro Sismi a Firenze e non è da sottovalutare il fatto che precedentemente era stato Capo Centro Sismi a Padova) di indicare il mio nome come autore dell’attentato sotto la sigla Nar… l’attentato di Bologna, che non è collegato a Ustica come sino ad oggi si pensava, doveva aver luogo e l’intelligence italiana “doveva coprirlo”… e da qui i depistaggi sul mondo di estrema destra… Grazie anche alla complicità di “prezzolati” veneti e bolognesi, questi sì al soldo del Sismi, che si sono prestati per far incastrare la Mambro e Fioravanti dando loro appuntamento a Bologna il giorno della strage… in questo modo era facile addebitare la strage ai “fascisti” e poter così reprimere l’area spontaneista armata ma anche quella politica. Non si è infatti mai vista, nella storia politico-giudiziaria italiana, tanta repressione esercitata nei confronti della destra e dell’estrema destra italiana finanche ad arrestare gli avvocati difensori dei militanti e simpatizzanti ingiustamente carcerati… in carcere, senza motivo se non quello politico come si è potuto vedere poi anche nei processi, finirono militanti e simpatizzanti provenienti dal Fronte della Gioventù fino a quelli di Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale, passando per Terza Posizione… fu un vero “colpo di Stato democratico”…».
L’intelligence italiana doveva cercare di fermare la ritorsione palestinese, non ci riuscì e quindi poi coprì, è questo che intende?
«Come ho detto prima, non c’ha neanche provato a fermarla…».
Beh qualche pressione sui giudici di Chieti la fecero perché si usasse clemenza verso Abu Anzeh Saleh & C… Comunque lei è stato un personaggio chiave nel far sì che, anche se a distanza di 20 anni, si riaprisse il vaso di pandora…
«Nessuno vuole riaprire il vaso di pandora… troppe persone coinvolte direttamente e indirettamente ancora in vita e in vista. Non tutti sono Sandro Pertini. Del resto, Mambro e Fioravanti sono fuori… no? Ciavardini? I non responsabili… li hanno liberati. Adottiamo ciò che dice De Michelis: tutti sappiamo quello che è successo sui cieli di Ustica (e io aggiungo anche a Bologna), ma la ragion di Stato impedisce di renderlo pubblico. Perché andare a richiedere una revisione del processo… sarebbero gli unici titolati a farlo (e avrebbe fatto scalpore) tutto il resto è… ragion di Stato».
Non crede che sia giunto il tempo per arrivare a qualche verità sulle tragedie che hanno insanguinato quegli anni?
«La verità? Scusi… quale “verità”? Quella giuridica o quella reale? O quella “oltre”? È come Piazza Fontana, è come l’Italicus, è come Brescia».
A me interessa la verità reale, storica.
«La verità storica la scrivono i vincitori  quella “oltre” chi l’ha vissuta sulla propria pelle. Ha provato a chiedere a qualche studente… preso a caso… se Piazza Fontana gli ricorda qualcosa… se l’Italicus… se Piazza della Loggia… gli ricordano qualcosa? C’è stata un’opera di rimozione totale con la complicità di chi voleva la fantasia al potere e di chi, a quell’epoca, scendeva in piazza a manifestare per l’assassinio di Pinelli e le stragi di Stato e le stragi fasciste … si è mai chiesto perché è tutt’ora mantenuto il “segreto di Stato”? Eppure di primi ministri (anche del Pci-Pd) ne son passati. Come pure presidenti (addirittura provenienti dal Partito Radicale, come Francesco Rutelli) del Comitato interministeriale sui Servizi di Sicurezza. O pure ci sono stati sindacalisti del tenore di Lama e Bertinotti in Parlamento. Ripeto Gianni De Michelis è il solo che ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno».
Torniamo ancora per un attimo all’ormai famosa intervista rilasciata a Gian Paolo Pelizzaro nel settembre del 1999 e pubblicata sul mensile Area nel numero di ottobre dello stesso anno. A distanza di 14 anni, ci può finalmente svelare da chi ebbe quell’informazione su Carlos e la cellula palestinese presente a Bologna il giorno della strage? Sarebbe un modo per mettere a tacere tanti teoremi e dietrologie su questo aspetto della vicenda.
«La venni a sapere in conseguenza al mio agire all’interno di questa “cellula” sostenuta e finanziata dal regime dell’ayatollah Khomeini. Attraverso un addetto dell’ambasciata iraniana di Londra ottenni informazioni circa un gruppo che agiva in Italia e queste informazioni portarono la Cia ad operare nel nostro Paese nel mese di maggio 1980 “prelevando” gli identificati e smantellando quella cellula operativa in Italia, fra il Nord ed il Centro. Per tale operazione la Cia dovette appoggiarsi all’intelligence italiana, nel rispetto delle convenzioni internazionali».
In sostanza dunque ne venne a conoscenza nell’ambito della sua attività di “infiltrato”?
«Sì».
Ma il ruolo specifico di Carlos?
«Carlos non è “leggibile” sul concetto di persona fisica ma bensì in qualità di “gestore” del gruppo che a lui faceva riferimento a livello transnazionale e nel contesto delle azioni che da questo gruppo furono messe in piedi (ed effettuate) nel corso del 1979 e 1980, compreso gli “attentati ritorsivi” ai treni e alle stazioni che ebbero luogo in Francia [nel 1982 e 1983, per i quali, nel dicembre 2011, Carlos è stato condannato all’ergastolo, insieme a Johannes Weinrich e Ali Kamal al Issawi] e quelli “a bersaglio” ch’ebbero luogo in Germania, Spagna e Grecia. La Francia venne colpita perché non ebbe ad “accordarsi” quale zona franca e l’Italia venne colpita perché violò l’accordo di zona franca, un “accordo” subitamente riattivato con l’arrivo al governo di Bettino Craxi (non a caso, in conseguenza all’azione pilotata di Mani Pulite, Craxi ebbe a rifugiarsi in Tunisia sotto la protezione dei palestinesi). In Europa, in quegli anni, aveva luogo una “guerra” contro chi difendeva gli interessi e strategia politica mediorientale di Israele ed i “ricatti terroristici” servivano solamente a spostare gli “assi politici” a favore di “istanze” filoarabe nel contesto geopolitico mediorientale che si giocavano nei “palazzi di vetro” d’Europa e degli Usa».
Può dire qualcosa di più su questo “gruppo” nel quale era infiltrato?
«Come già detto si trattava di un “gruppo terroristico internazionale” i cui soggetti componenti erano tutti “battitori liberi” ovvero non facevano più riferimento alle loro organizzazioni di origine. Questo “gruppo” agiva dietro compenso monetario (od altro) e anche Carlos ne faceva parte. Nel momento in cui io agii gli obiettivi che questo gruppo doveva colpire erano “obiettivi Nato” in Europa. In quel momento un finanziatore era l’Iran attraverso l’ambasciata iraniana in Gran Bretagna e quindi il “filone politico” era di carattere khomeinista. Era un gruppo composto da soggetti di diverse nazionalità. Alcune cellule operative furono neutralizzate e alcuni attentati sventati. La neutralizzazione della cellula in Italia avvenne verso la fine di maggio 1980 e fu un’operazione del tutto segreta che interessò le città di Milano, Firenze e Roma. L’azione come ho già detto fu posta in essere dalla Cia in Italia, che agì in collaborazione con l’intelligence italiana. Quando il mio nome apparve sulla stampa italiana per Ustica, l’agente di collegamento Cia di Parigi ritenne opportuno che io mi sganciassi dal “gruppo” ».
Come mai se nel maggio 1980 fu smantellata la cellula terroristica in Italia ci fu lo stesso l’attentato di Bologna? Da chi era composta quella cellula disinnescata?
«Lo smantellamento di quella cellula ebbe luogo a fine maggio. Ciò non vuol dire che non potessero esistere altre cellule in sonno in Italia. I soggetti che componevano quella cellula erano di origine diverse (latino americane e mediorientali). Circa la motivazione dell’attentato di Bologna… qui le ipotesi possono essere diverse. Fatto sta che il Sismi era a conoscenza di un “fatto grave” che sarebbe avvenuto a Bologna e di questa “conoscenza” , pur non sapendo la data, ne aveva informato il capocentro Sismi di Firenze prima del fatto di Ustica. Tutto lascia supporre, in tempistica, che ciò sia avvenuto nella prima quindicina del mese di giugno. Ma a questa domanda dovrebbe rispondere il Colonnello Mannucci Benincasa».
Nel gruppo in cui lei era infiltrato c’erano anche dei tedeschi?
«Sì».
Ne conosceva i nomi?
«Sì per quelli che ho conosciuto fisicamente, ma potevano essere anche pseudonimi. Per questo agli incontri con l’agente di collegamento Cia di Parigi si facevano ricognizioni fotografiche in modo che l’intelligence potesse dare il giusto nome».
Lei ha mai conosciuto o incontrato Carlos?
«No che io sappia».
Abbiamo iniziato questa chiacchierata con un libro, quello di Delle Chiaie, e vorrei concludere con un altro libro. Mi riferisco a Stragi e mandanti. Sono veramente ignoti gli ispiratori dell’eccidio del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna? a cura del presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, e del giornalista Roberto Scardova (Aliberti Editore, 2012). In questo libro lei viene chiamato in causa ripetutamente. In particolare le viene attribuito il ruolo (consapevole o inconsapevole) di essere stato parte di quello che gli autori definiscono un “depistaggio preventivo”.
«Hanno ragione nel definirlo “depistaggio preventivo” e circa il mio “ruolo”… beh, quello mi è stato cucito addosso dal Sismi… se fossero riusciti anche nell’intento di uccidermi, magari come forse era anche progettato facendo sparire anche il mio cadavere… il loro gioco, forse, sarebbe riuscito e allora i magistrati avrebbero avuto: un attentatore morto nell’esplosione il cui cadavere non si trovava più perché disintegrato, ma che testimoni lo avevano riconosciuto (significativa per capire che lo “schema” è stato ripetuto con la strage di Bologna, è la telefonata su Ustica fatta al Corriere della Sera da parte del Capo Centro Sismi, se andate a riprenderla dice tutto e già il giorno dopo i quotidiani lo avevano scritto, solo che il Capo Centro sbagliò “evento”)».
Affatigato, lei quindi si riconosce nella ricostruzione proposta nel libro Stragi e mandanti? In particolare nei capitoli “Ustica e Bologna: il depistaggio preventivo” e soprattutto “La trappola Affatigato” dove lei viene dipinto come un capro espiatorio, utilizzato dai servizi segreti italiani e americani che, secondo il libro sopra citato, sapevano con molti mesi di anticipo che ci sarebbe stata una strage a Bologna. E viene additato come possibile terrorista suicida sull’aereo precipitato ad Ustica e poi come attentatore per Bologna.
«Può essere. Ma una cosa è certa: il mio nome è servito come “capro espiatorio”. Questo è fuori da ogni dubbio! Ma le ipotesi circa le motivazioni? Sono anch’io da più di trent’anni, ormai, che le sto vagliando e ne darò atto nel libro che sto redigendo e che sarà prossimamente pubblicato. Una domanda mi sono sempre posto: è stato il Sismi ad organizzare uno “sputtanamento pubblico mondiale” sul mio nome tanto da impedire la mia permanenza all’interno di quel “gruppo terroristico”? È partito dal Sismi l’ordine di dare in pasto alla stampa il mio nome legato ad “un fatto grave” che sarebbe avvenuto a Bologna, ordine che viene impartito alla fine del mese di maggio inizi di giugno 1980, subito dopo che, in conseguenza alla mia nota (con nomi e luoghi) riguardante una “cellula” in Italia di quel gruppo, l’intelligence statunitense ebbe ad intervenire sul suolo italiano – richiedendo la collaborazione dell’intelligence italiana – rendendola inoffensiva? Se la mia “permanenza” in seno a quel “gruppo” fosse rimasta attiva mi avrebbe forse portato a conoscenza di complicità da parte di elementi dello Stato italiano indicibili?».
Lei dunque in quel periodo era infiltrato negli ambienti iraniani (che non sono né palestinesi, né arabi, né libici). Nel libro a cura di Bolognesi e Scardova, a pagina 257, c’è scritto: «Il piano elaborato per il dopo 2 agosto era semplice e micidiale: Affatigato in contatto con i palestinesi e riconosciuto come presente a Bologna al momento della strage…». Lei era in contatto, o infiltrato, anche con organizzazioni palestinesi?
«A quell’epoca, nel 1980, non ho avuto contatti con organizzazioni palestinesi. Né, tanto meno, ho mai detto di essere stato infiltrato in “ambienti iraniani” ma bensì in un gruppo che aveva quale obiettivo quello di compiere attentati anti Nato e che questo gruppo era finanziato  e sostenuto dagli ambienti iraniani dell’ayatollah Khomeini. Ho sempre detto che di questo gruppo facevano parte soggetti di diverse nazionalità e non solo di “palestinesi” tout court . Era un gruppo transnazionale “a pagamento”. Il gruppo in oggetto, al momento in cui vi ero inserito, riceveva direttive da un addetto dell’ambasciata iraniana a Londra. Addetto che, conseguentemente ad una ricognizione fotografica, venne identificato dall’intelligence… poi, purtroppo venni “bruciato” con la pubblicazione del mio nome sul Corriere della Sera per l’affare Ustica e, a bruciarmi, fu proprio il Sismi. Tutti additano i “palestinesi”  come autori dell’attentato alla stazione di Bologna. Io ho sempre indicato quale autore materiale il “gruppo Carlos”, che nel 1980 agiva in forma autonoma e a pagamento. Tanto è vero che, anche dopo gli attentati alle stazioni e ai treni in Francia, Carlos troverà rifugio finale non in Tunisia o Libia, dove vi erano basi organizzative e operative “palestinesi”, ma in Sudan (è qui infatti che [nel 1994] le forze dell’intelligence francese lo cattureranno e lo trasferiranno subitamente in Francia, dove oggi da prigioniero reclama di essere sentito dall’autorità giudiziaria italiana circa la strage di Bologna, ma “risponderà solamente solo se trasferito dalle prigioni francesi in quelle italiane” e quest’ultimo aspetto dovrebbe far porre delle ulteriori domande agli inquirenti: con la sua eventuale venuta in Italia – anche se in carcere – l’Italia dovrebbe applicare il lodo Moro che garantiva “impunità” ? Se fosse così, allora è giusto che i francesi se lo tengano ristretto nelle loro prigioni… in Italia, forse, correrebbero il rischio di vederselo “evadere” )».
A pagina 256 sempre del libro Stragi e mandanti, viene citato un passo della sua partecipazione alla trasmissione “Samarcanda” andata in onda su Raitre il 29 novembre 1990 e precisamente quello in cui lei afferma: «Dal 1972 al 1976 l’Italia è stata utilizzata come punto di passaggio di esplosivi provenienti dall’Olp palestinese e dalla Falange libanese, destinati all’Eta e all’Ira. Il passaggio di questi esplosivi attraverso l’Italia sarebbe stato gestito da vari elementi della destra, tra i quali alcuni di Ordine Nuovo. I soggetti più attivi in questa operazione furono Lotta di Popolo per quanto riguarda il Centro-Sud e il gruppo di Freda al Nord».
Può precisare meglio questa dichiarazione?
«No! Se non solo sull’aspetto che quando citavo Ordine Nuovo facevo riferimento al gruppo veneto legato al Centro Studi Ordine Nuovo. Comunque non sono cose che ho vissuto e quindi è solo un “riportato”. Per vissuto direttamente posso oggi affermare che il Movimento Politico Ordine Nuovo avrebbe voluto avere rapporti con il “mondo” gravitante intorno alle organizzazioni palestinesi come anche con l’Ira, ma non è mai riuscito a trovare il “contatto” neanche quando il maggior dirigente nazionale si trovava rifugiato a Londra».
Lei il 17 maggio 1980 rilasciò al Secolo XIX di Genova un’intervista che però fu pubblicata solo il 19 agosto 1980, a più di due settimane dalla strage di Bologna, nella quale sosteneva tra l’altro collegamenti tra Brigate Rosse e Ordine Nuovo. Non si chiese come mai la sua intervista non fu pubblicata poco dopo che lei l’aveva rilasciata?
«È tuttora in corso un’indagine della magistratura. Mi permetta di rinunciare a rispondere».
Infine le vorrei chiedere una precisazione sull’ispettore dei RG francesi, al quale lei ha prima accennato, colui che si trovava a Bologna in quei giorni dell’estate 1980. Si riferisce forse a Paul Durand? Secondo la sentenza-ordinanza su Bologna del giugno 1986 «Paul Durand, all’epoca ispettore in prova presso la polizia giudiziaria di Versailles (ma fino ad aprile era stato addetto ai Renseignements Généraux, equivalente al nostro Ufficio Affari Riservati, col nome di copertura di Paul Dupuis) ed esponente di rilievo della Fane (Fédération d’Action Nationale et Européenne), organizzazione neonazista capeggiata da Marc Fredriksen, effettuò un viaggio in Italia nel luglio 1980». Il viaggio in Italia iniziò da Parigi il 4 luglio e si concluse il 28. Durand fece tappa a Bologna il 12- (13) luglio, ma non era a Bologna il 2 agosto 1980.
«Come sopra, mi permetta di rinunciare a rispondere».
Gabriele Paradisi
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Chi è Marco Affatigato
Marco Affatigato, nasce a Lucca nel 1956. È stato esponente del Movimento Politico Ordine Nuovo, sciolto nel 1973 con decreto del ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, a seguito della sentenza di primo grado del Tribunale di Roma per «ricostituzione del disciolto Partito fascista».
Dalla Corte di Assise di Arezzo, nel 1976, Affatigato viene condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione con l’accusa, sostenuta dal p.m. Mario Marsili (genero del venerabile Licio Gelli), di «promozione e organizzazione del disciolto Partito Fascista».
Dal Tribunale di Pisa, nel 1977, viene condannato a tre anni e sei mesi di reclusione con l’accusa di «favoreggiamento personale» a Mario Tuti.
Dalla Corte di Assise di Firenze, nel 1989, viene condannato a cinque anni di reclusione con l’accusa, sostenuta dal procuratore Pierluigi Vigna, di «partecipazione ad associazione sovversiva».
Vivrà alcuni anni latitante all’estero ed in particolare in Inghilterra (insieme a Clemente Graziani, leader indiscusso del Movimento Politico Ordine Nuovo), in Francia, Libano, Nicaragua.
Dal 1979 inizia una collaborazione coi servizi segreti francesi e americani come “agente infiltrato” in una cellula terroristica internazionale, finanziata dal regime iraniano dell’ayatollah Khomeini.
Coinvolto dai vertici del Sismi  quale presunto attentatore suicida nella strage di Ustica del 27 giugno 1980 e subito dopo nell’attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, viene arrestato in Francia e, in applicazione del Trattato di Yalta, estradato in Italia e rinchiuso nel carcere di Ferrara. Nel 1986 annullata dalla Francia l’estradizione verso l’Italia, non viene riconsegnato alle autorità francesi bensì sottoposto a regime di libertà condizionale.
Nel 1987 si rende nuovamente latitante per sfuggire all’ordine di arresto emesso dai magistrati fiorentini, Pier Luigi Vigna e Rosario Minna.
Nel 1992 cadute le accuse per una serie di mandati di cattura emessi e in conseguenza di applicazioni d’indulti, rientra in Italia.
Attualmente opera come consulente aziendale.

Pubblicato da: SEGRETI DI STATO del 24 Marzo 2013

giovedì 15 novembre 2012

Bologna, sapremo la verità sul viaggio di Saleh a Roma?


L’articolo di Segreti di Stato e Libero Reporter sul misterioso viaggio a Roma di Abu Anzeh Saleh ha portato ad una seconda interpellanza urgente, dopo la prima a cui il governo ha dovuto ammettere – con un certo imbarazzo – di non conoscere né i motivi né l’esito di quella missione del capo dell’Fplp in Italia, richiesta dai magistrati di Bologna nell’ambito dell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980.
Tre parlamentari hanno chiesto di conoscere «l'esatta scansione temporale del viaggio di Saleh da Bologna a Roma, per ragioni inerenti all'inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980», nonché di verificare se, nel periodo compreso tra il 15 agosto e il 31 dicembre 1981, Saleh abbia ottemperato regolarmente all’obbligo di firma che la Corte d'appello dell'Aquila gli aveva imposto nell'ambito del processo per il sequestro dei missili ad Ortona, avvenuto la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979.
Giovedì prossimo, 15 novembre 2012, il governo dovrà rispondere a questa seconda interpellanza urgente indirizzata al Ministro dell'interno e al Ministro della giustizia sul caso Saleh. L’atto di sindacato ispettivo è stato presentato il 7 novembre 2012 dall’onorevole Antonio Buonfiglio del Gruppo misto FareItalia per la costituente popolare, e firmata anche dagli onorevoli Enzo Raisi del Fli e Siegfried Brugger del Gruppo misto Minoranze linguistiche.
In primo grado, il 25 gennaio 1980, a Saleh e ai tre autonomi romani del collettivo di via dei Volsci Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Luciano Nieri, per la vicenda dei missili era stata comminata una pena a 7 anni di reclusione. Il 14 agosto 1981 però – un anno dopo l’attentato – l’unico a riottenere la libertà sarà proprio Saleh, pur dovendo ottemperare all’obbligo di dimora a Bologna, città dove risiedeva, e di presentarsi periodicamente presso la locale Questura.
Da una ricerca condotta da Segretidistato.it è emerso, infatti, un carteggio tra l’allora consigliere istruttore aggiunto Aldo Gentile e la sezione penale della Corte d’Appello dell’Aquila. Il magistrato bolognese, il 10 settembre 1981, quindi a nemmeno un mese dalla scarcerazione di Saleh, chiedeva al Tribunale de L’Aquila un’autorizzazione ad esentare Saleh dai suoi obblighi poiché s’era resa necessaria una sua convocazione a Roma per il periodo dal 15 al 21 settembre 1981 «ai fini procedimento relativo attentato stazione ferroviaria Bologna 2 agosto 80». Qual era il motivo di questo inspiegabile atto istruttorio che rendeva necessaria la presenza a Roma del capo del Fronte popolare di Habbash in Italia, pochi giorni dopo la sua scarcerazione?
Questo scambio di telex, cinque documenti in tutto, fa emergere per la prima volta nel contesto delle indagini sulla strage del 2 agosto, un ruolo, tutto ancora da decifrare, di Abu Anzeh Saleh, responsabile militare per l’Italia del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, garante del “lodo Moro” e ufficiale di collegamento con il gruppo Carlos.
Gian Paolo Pelizzaro nell’articolo “Strage Bologna, quel viaggio segreto a Roma di Abu Anzeh Saleh”, pubblicato susegretidistato.it il 17 settembre 2012 (http://news.liberoreporter.eu/index.php/2012/09/Speciali/strage-bologna-quel-viaggio-segreto-a-roma-di-abu-anzeh-saleh.html) ha messo in evidenza tutte le implicazioni di questo inedito e delicato passaggio.
Dunque, ottenuta l’autorizzazione dai magistrati della Corte d’Appello de L’Aquila, Saleh presumibilmente si recò a Roma. Ma purtroppo, agli atti non c’è alcuna traccia né di questo viaggio, né si conosce dove andò, tantomeno cosa gli fu chiesto, da chi e che cosa disse.
Il 25 settembre 2012, proprio sulla scorta degli interrogativi sollevati nell’articolo di Pelizzaro, l’onorevole Enzo Raisi presentò un’interpellanza urgente firmata da 50 deputati (http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=59997&stile=6&highLight=1&paroleContenute=%27INTERPELLANZA+URGENTE%27).
Il governo, per voce del sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, rispose giovedì 4 ottobre (http://www.camera.it/410?idSeduta=0697&tipo=stenografico#sed0697.stenografico.tit00060.sub00030)
ammettendo che «non risulta alcun documento idoneo a spiegare quale specifica attività d’inchiesta sulla strage di Bologna sarebbe avvenuta attraverso tale viaggio a Roma del precitato Saleh».
Non solo non esiste alcun riscontro negli atti del procedimento penale sulla strage, conservati presso il Tribunale di Bologna, ma nemmeno risulta traccia presso le autorità giudiziarie di Roma, di Chieti, de L'Aquila, né presso il dipartimento delle informazioni per la sicurezza e il Ministero dell'interno – Dipartimento di pubblica sicurezza.

SCRITTO DA GABRIELE PARADISI, GIAN PAOLO PELIZZARO E FRANÇOIS DE QUENGO DE TONQUÉDEC - LUNEDÌ 12 NOVEMBRE 2012 17:09

giovedì 18 ottobre 2012

FRAMMENTI DI UNA STORIA INCOMPIUTA. 2. Trento. 13 gennaio 2012. Dalla rete nera del crimine al quarto livello. II Parte


3. I rapporti con la Libia di Gheddafi
Di una particolare convergenza tra poteri occulti e massonici ebbi occasione di occuparmi in ragione della mia, per la verità anche troppo breve, permanenza a Trapani, dopo che ero stato “liberato”, come narrerò, dall’inchiesta di Trento nel 1984. Parlo della commistione di interessi tra l’Italia e tanti suoi governanti e centri di potere intrattenuti con arabi e in particolare con la Libia di Gheddafi, sulla cui recente eliminazione, dopo quella di Saddam Hussein e quella di Osama Bin Laden, forse ancora molto sarà da scrivere.
In questa sede introduttiva vale la pena ricordare, al fine di comprendere lo strano e apparentemente contraddittorio rapporto che si è instaurato così a lungo tra arabi e italiani in particolare dalla seconda metà degli anni Settanta, non credo si possa prescindere dall’esame - sia pure sintetico - del ruolo svolto dalla massoneria, o meglio, da un suo particolare settore in Italia e all’estero.
Come evidenziai già nel mio volume “Il quarto livello, Editori Riuniti, I ed. 1996, la massoneria, che pure presenta meriti rilevanti nella sua lunga storia per la diffusione di principi di fratellanza, dall’ultimo dopoguerra ha finito per svolgere attività dirette all’acquisizione di posizioni di potere trasversale e di contropotere reale rispetto alle istituzionali statali e soprastatuali.
A questo processo contribuirono in parte la scomunica di Clemente XII e le mai rimarginate ferite pontificie dei tempi di Porta Pia e della caduta di Roma. Questi fatti determinarono una ingiustificata demonizzazione e spinsero la massoneria in mano a una dinastia organica alla “libera muratoria”, favorendo il proliferare di obbedienze, più inclini a occuparsi di questioni profane di controllo del potere che dell’ “elevazione morale e spirituale dell’uomo e dell’umana famiglia”.
Già nel 1925 Antonio Gramsci aveva sostenuto che la massoneria era l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese avesse avuto per lungo tempo. Indebolitasi l’organizzazione nel periodo tra le due guerre, la vocazione profana delle logge massoniche, come noto, si accrebbe nel periodo dell’intervento in Italia degli americani con il richiesto appoggio alla mafia di settori dei servizi di controspionaggio americani (Oss), in larga parte appartenenti alla massoneria di rito scozzese. Successivamente divenne più massiccia, quando dai movimenti studenteschi del ’68 e dalle rivendicazioni sindacali dell’epoca, iniziò quella stagione di tensioni che tutti conosciamo, almeno nei suoi aspetti più evidenti.
Mentre in Italia si accentuavano i tentativi, palesi e occulti, di frenare l’avanzata del comunismo, si verificarono sempre maggiori convergenze tra la massoneria italiana e quella americana, sempre attenta a “controllare” il nostro paese.
La logica di questo intervento si può ritrovare nella dottrina formulata ufficialmente dal presidente degli Stati Uniti Truman il 12 marzo 1947: la sicurezza americana doveva considerarsi in gioco laddove e ogni qual volta fosse esistita una minaccia comunista. Di qui la concezione di un Occidente inteso come territorio in guerra permanente contro il comunismo.
In queste vicende non possono però essere trascurati gli aspetti più propriamente legati all’affarismo, nazionale e internazionale. Spesso vi si manifestarono, infatti, significative presenze massoniche, che resero possibili rapporti interpersonali di carattere trasversale, con caratteri associativi certamente nuovi rispetto ai principi di fratellanza affermati dall’utopia massonica.
Un personaggio che, a questo proposito, forse è stato sottovalutato fu, sin dagli anni Settanta, Muammar Gheddafi, leader della Libia dal 1969, il cui nome è comparso nelle più strane vicende, dalle forniture petrolifere agli acquisti di armi, dagli appoggi al terrorismo a quelli all’eversione nera. Il tutto in una chiave antioccidentale e antiamericana.
Queste vicende avrebbero dovuto, sotto un profilo logico, condizionare in senso negativo l’atteggiamento dell’Italia nei confronti del leader libico.
Di fatto le cose andarono molto diversamente: Gheddafi trovò nei nostri uomini di governo un atteggiamento quasi sempre benevolo e talora difficilmente spiegabile anche secondo le giustificazioni imposte dagli interessi di Stato, condizionati dalle nostre esigenze energetiche.
La acquisizione in Sicilia, dagli anni ’80, di prove sull’operatività della massoneria “coperta”, potrebbe consentire una più approfondita lettura di alcuni episodi che riguardano Gheddafi. In particolare, nel 1986, a Trapani, presso un apparentemente insignificante centro studi, venne scoperto un luogo di incontro e di raccordo di numerose logge occulte, con affiliati della più varia natura: mafiosi, politici, trafficanti di droga, templari, massoni vicini agli ambienti del Vaticano, ma anche personaggi stranieri particolarmente importanti, come il leader libico Muammar Gheddafi, nella persona del suo rappresentante in Sicilia, un avvocato di Catania.
Vale la pena ricordare che, ancora allievo nella accademia militare britannica di Sandhursi, Gheddafi era stato reclutato nella setta massonica dei Senussi di cui il suo predecessore, il re Idris, era stato gran maestro. I Senussi costituivano allora e costituiscono ancor oggi uno degli strumenti usati dai servizi segreti britannici per l’attività di controllo dell’area meridionale del Mediterraneo. La stessa conquista della Libia da parte dell’Italia era stato probabilmente il risultato di un’operazione decisa a Londra per fermare l’influenza francese in Africa e in Medio Oriente.
Le reti spionistiche britanniche in Libia - che avevano già lavorato a una convergenza tra gli interessi inglesi e quelli dell’oligarchia veneziana -, sotto il fascismo avevano accentuato questa tendenza affidando la carica di governatore della Libia a Giuseppe Volpi, conte di Misurata: Volpi, ultimo doge di Venezia, aveva acquisito il titolo nobiliare di Misurata, traendolo dal nome di una cittadina libica sulla costa. La sua politica era stata poi continuata dal suo successore il quadrumviro Italo Balbo, gran maestro della massoneria segreta durante il periodo fascista.
Questo particolare tipo di massoneria è stato un tutt’uno con la polizia segreta fascista (Ovra) e ha costituito il modello, il trampolino di lancio e l’ossatura della futura loggia P2.
Le vecchie reti fasciste dell’Ovra e quelle libiche erano quasi un’unica rete, da cui “nacque” Gheddafi. Questi, salito al potere nel 1969, si appoggiò al centro studi trapanese che rappresentò un momento di contatto tra massoneria, componenti arabe e personaggi siciliani.
Gheddafi sostenne i movimenti indipendentisti siciliani e anche numerose azioni terroristiche nel quadro della sua lotta agli Stati Uniti e del suo sforzo per “allontanare” il più possibile gli americani dalla Sicilia.
Sin dall’inizio degli anni Settanta, fu fondata un’associazione (italo-araba), che favorì alcune iniziative libiche e cercò persino - come risulta da indicazioni contenute in vecchi atti processuali - di dar vita a un vero e proprio esercito di liberazione siciliano. Questa storia emerse da vecchie dichiarazioni del terrorista Bernardino Andreola, inviato in Sicilia con un’organizzazione finanziata da Gheddafi, per “studiare il modo di applicare il metodo mafioso alla lotta politica”.
Accanto all’Associazione italo-araba siciliana, l’altro punto di penetrazione libica in Italia fu l’Associazione Italia-Libia (con sede a Ferrara), sostenuta anch’essa dalla Libia e poi dichiarata fuorilegge perché troppo caratterizzata come organizzazione terroristica di destra. Era stata fondata nel 1973 da una decina di ex appartenenti al Msi, allontanatisi dalla linea ufficiale del partito giudicata troppo morbida. Presidente di questa associazione, che aveva ufficialmente lo scopo di sviluppare i rapporti culturali e di amicizia tra il popolo italiano e il popolo libico, fu un estremista della destra italiana ed europea, Claudio Mutti.
Sulla scorta delle varie investigazioni susseguitesi nel tempo, si potrebbe ipotizzare che questa sia stata la rete ideologica da cui prese le mosse il terrorismo italiano.
Ma anche altre piste conducono a Gheddafi e alla vecchia rete di Balbo, il cui nipote, Claudio Orsi, apparve uno dei primi creatori di gruppi maoisti a Ferrara e nel Veneto e precisamente dell’Associazione Italia-Cina di Ferrara. Attorno a questa ruotarono Franco Freda, Giovanni Ventura e il conte veneto Pietro Loredan, i cui nomi comparvero poi nelle indagini per le bombe di piazza Fontana.
Costoro - come anche estremisti di destra - si richiamavano, oltre che al pensiero di Mao, a quello del colonnello Gheddafi, da cui sembra giungessero, secondo molte indicazioni, aiuti concreti. Collaboratore di Claudio Orsi era Claudio Mutti, autore di articoli volti a celebrare il socialismo libico, per la rivista Ordine Pubblico, una pubblicazione diretta dal principe Alliata di Montereale (iscritto alla P2 e frequentatore della loggia di Trapani) e vicina alla organizzazione Rosa dei Venti di Verona.
Lo stesso nome di Mutti emerse nelle indagini sulla strage di piazza della Loggia a Brescia e su quella del treno Italicus.
Come hanno evidenziato numerose indagini giudiziarie, tutto il gruppo veneto faceva riferimento, per molti aspetti, ai generali Vito Miceli (direttore del Sid) e Gianadelio Maletti (responsabile del reparto “D” dello stesso Sid), entrambi piduisti. Il loro nome comparve nelle indagini di piazza Fontana, nel tentato colpo di Stato del “fratello” Junio Valerio Borghese, nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti e così via.
In questo contesto vanno anche ricordati alcuni fatti poco conosciuti particolarmente indicativi dell’epoca e di cui si trova traccia in documenti che per lungo tempo sono rimasti nascosti.
Dal reparto “D” del Sid venne compilato, tra l’ottobre del ’74 e la fine del ’75, un fascicolo segreto chiamato M.Fo.Biali (dal nome: Mario Foligni-Libia) che conteneva indagini “riservate” eseguite sul Nuovo partito popolare (Npp), che l’esponente politico democristiano Mario Foligni aveva creato, nel ’75, nel tentativo di spaccare la Dc. In questa attività affiorarono strani collegamenti con i movimenti indipendentisti siciliani dell’epoca e con numerosi personaggi appartenenti alla massoneria (nel direttivo del partito ne figuravano sette).
Non è casuale la scelta di evidenziare queste convergenze massoniche. L’ottica è quella di evidenziare non le responsabilità penali ma episodi indicativi di particolari raccordi ideologici non semplicemente inseribili nell’ordinario e generalizzato contesto storico italiano filoamericano dell’epoca.
Il fascicolo sopracitato (M.Fo.Biali) - contenente anche rilevantissimi accertamenti, eseguiti, sempre nel 1975, sui traffici tra personaggi vari della stessa Guardia di Finanza, politici, esponenti dei servizi segreti, e il leader libico Gheddafi - fu scoperto tra le carte del giornalista Mino Pecorelli, solo dopo la sua uccisione, avvenuta il 20 marzo 1979.
Nel fascicolo esistono riferimenti sulle ragioni che, a quell’epoca, determinarono le “benevole disponibilità” del leader libico nei confronti degli italiani. Come si apprende da alcune conversazioni registrate, Mario Foligni a un certo punto spiegò: “Volevano mettere una bomba sotto il palco di Gheddafi durante i festeggiamenti del primo settembre. Noi lo abbiamo fatto avvisare. Gli abbiamo salvato la vita e ciò è valso a ottenere da lui eccelsa gratitudine. Gheddafi ha detto: il petrolio l’avrete perché io offro all’Arabia Saudita... alcune cose... faccio una transazione... ve lo faccio dare io da questo Stato”. È stato questo, forse, il primo trattamento di favore italiano riservato a Gheddafi e anche il primo atto che ha unito operatori finanziari italiani e l’ente petrolifero saudita Petromin: quattro anni dopo, con le commesse petrolifere Eni-Petromin, sarebbe stato perfezionato un colossale tentativo di corruzione di Stato.
In un’altra conversazione registrata tra Foligni e un suo interlocutore, il primo a un certo punto affermava: “...Alcuni gruppi della Dc si sono recati con innocenza alla massoneria... dal “Grande saggio”, una persona di 82 anni, presidente di un Tribunale di Giustizia al quale si ricorre allorquando qualcuno deve essere stroncato”.
La persona in questione veniva, nel fascicolo, identificata nello “pseudoduca Ottorino Fragola, residente a Roma, capo della massoneria internazionale a livello europeo, giudice supremo della massoneria, settimo massone nel direttivo del Nuovo partito popolare”.
Al di là della scarsezza di indicazioni contenute negli atti in questione (dai quali non emergono specifiche prove di responsabilità penale), quel che si vuole evidenziare è piuttosto l’indubbia interconnessione tra aspetti affaristici, politici, massonici. Certamente inquietanti - qualsiasi sia il senso da attribuire alle parole - appaiono le definizioni dei ruoli svolti dal descritto supremo “Tribunale di Giustizia” e dal supremo “Grande saggio”, al quale ci si doveva appellare per “stroncare” chi avesse potuto porre in essere qualche non ben definito torto.
Queste affermazioni potrebbero apparire quasi fuori della realtà. Non hanno rappresentato invece solo ipotesi di scuola il piano di rinascita democratica di Licio Gelli in quegli anni e la ramificazione della loggia P2 in tutti gli apparati dello Stato, la sua estensione ai preferenziali rapporti con gli Stati Uniti e la sua penetrazione in attività economiche, finanziarie, bancarie, militari, politiche.
La reale portata di tutto ciò - al di là delle assoluzioni penali che ci sono state - rimane ancor oggi nel mistero, mentre i punti di fondo di quel programma relativi al controllo sui mass media e sulla magistratura continuano a costituire aspetti nevralgici anche dell’attuale vita politica e sociale.
Nemmeno possono considerarsi fuori della realtà le interconnessioni tra massoneria e mafia siciliana, da quelle risultanti nei vecchi rapporti tra alti esponenti di Cosa nostra italo americana con Sindona, a quelle più capillari descritte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 e, piú recentemente, da numerosi collaboratori di giustizia.
Dalle analisi numeriche degli iscritti alle logge siciliane della Gran Loggia di piazza del Gesù, integrate con gli elenchi di altri affiliati alle logge siciliane, emerge il fatto che è stato nel periodo 1976-1980 (e cioè nel periodo successivo alle elezioni politiche del 1976, le quali avevano visto l’avanzata comunista) che si è verificato il momento della massima espansione delle associazioni massoniche in Sicilia. Questa indicazione concorda con le più recenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i quali hanno fatto riferimento a quel periodo, come a quello in cui i vertici massonici chiesero ai capi di Cosa nostra di far affiliare due uomini d’onore per ogni provincia.
Nella seconda metà degli anni Settanta, si è dunque verificata una serie di fenomeni concomitanti: la crescita, unico caso tra gli altri paesi europei, del partito comunista; la saldatura, attorno a questo fatto, tra alcuni centri di potere, palesi e occulti, in Sicilia, con la mafia e con il leader libico Gheddafi: la convergenza, al massimo livello, di interessi italiani e ambienti islamici e in particolare di quelli rappresentati dalla mafia pachistana e da altri partner arabi che hanno goduto di trattamenti preferenziali con l’Italia, come l’Arabia Saudita del principe Fahd e l’Irak di Saddam Hussein.
Se tutto ciò è avvenuto in concomitanza con la crescita della massoneria e in particolare della P2, con il manifestarsi in Italia di gravissimi fatti, legati all’eversione di destra e di sinistra, con eventi stragisti, con l’eliminazione diretta di magistrati impegnati dal nord al sud nella lotta al terrorismo e alla mafia, evidentemente, non è stato un caso.
E non è stato certamente un caso che proprio in quel periodo si sono create e realizzate le maggiori convergenze, a livello occulto, tra servizi segreti paralleli o deviati, americani e italiani, che sempre più spesso hanno operato il collegamento con servizi segreti di altri paesi orientali, mantenendo solo apparentemente e formalmente uno stato di conflittualità.
È stata un’epoca, in definitiva, in cui si è realizzata una saldatura di interessi e di convergenze sotterranee tra centri di potere italiani e americani, di originaria matrice di destra e anticomunista, e centri di potere islamici, che facevano riferimento, dapprima, per una situazione logistica del tutto particolare, al leader libico Gheddafi, e poi, tramite questi, ad altri gruppi islamici integralisti, accomunati sia da interessi ideologici che dai grandi guadagni resi possibili dai commerci di petrolio e dalle forniture militari.
4. Il Quarto Livello
Dal contesto qui accennato è sempre emerso che delle operazioni in cui si mescolano insieme forniture di armi, traffici di droga, fondi occulti, finanziamenti illeciti, tangenti o “lecite” intermediazioni, una traccia rimane spesso in quei sacri santuari, le banche, ove tutto per necessità transita.
Al di là degli specifici episodi e delle ipotizzabili responsabilità penali, esistono alcune possibili chiavi di lettura, utili per decifrare il significato dei legami presenti in questo torbido intreccio di interessi che più volte ha visto uniti mafia, terrorismo, massoneria, integralismo, poteri trasversali nazionali e internazionali.
Poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo - Milano, in connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi libanesi.
In tale ricorrente asse - forse poco approfondito nel comune convincimento che la mafia operi solo in Sicilia - possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche), tutti ruotanti attorno a operazioni bancarie.
Anche più recentemente, l’esistenza di superficiali e lacunose notizie sugli aspetti bancari e finanziari connessi alla pur pluriennale attività svolta da Osama bin Laden e dai taleban  con alcuni centri di potere dell’Occidente, talora sotto la protezione del governo della Regina, talora sotto quella dei potentati e delle multinazionali statunitensi, ancora una volta appaiono far arenare le ricerche di chi crede che, da ieri a oggi, l’angolo bancario costituisca la traccia sulla quale si sono intersecati affari di droga, di armi, di terrorismo, di faccendieri, di massoni, di agenti segreti, di politici corrotti: traccia che ha sempre costituito il punto ultimo delle indagini per chi ha cercato di scoprire la verità.
È forse questa la pista - scritta e leggibile, ma ben celata da molte omertà di Stato - che consentirebbe la comprensione delle interconnessioni occulte: la chiave d’accesso al quarto livello, al centro direttivo delle componenti trasversali internazionali (bancarie, economiche, finanziarie, politiche).
Sono queste che realmente, al di là delle apparenze formali, gestiscono il potere in un contesto soprastatuale, ovvero tentano di gestirlo e di condizionarlo secondo propri superiori criteri. È questo il livello supremo che “non può” essere scoperto, perché dietro di esso si celano solo i nomi e gli interessi dei poteri diretti e trasversali di Stato: la chiave di una porta che non è consentito aprire.
L’individuazione di queste componenti presenta infatti estreme difficoltà.
L’analisi consente, comunque, alcuni possibili sviluppi logici, anche se, chiaramente, del tutto ipotetici e condizionati dalla impostazione di base.
Analizzando il fenomeno della mafia siciliana (che opera, tuttavia, a livello internazionale: con arabi e colombiani per le forniture di droga; con americani e russi per lo smercio; con mediorientali, serbi, russi, tedeschi, per le armi; con banche svizzere ed altre isole fiscali, per pagamenti e operazioni di riciclaggio), parrebbe indubbio che la sua “dirigenza” prevalentemente si manifesti nel massimo organo rappresentativo, la “Commissione”, e nella posizione di preminenza di un capo indiscusso che è stato per lungo tempo Salvatore Riina, e poi dai suoi seguaci.
Questa identificazione attiene - a ben vedere - al braccio armato della organizzazione: è questo, infatti, che detiene, afferma e manifesta, con atti “militari”, il massimo del potere, il controllo del territorio e la forza dell’autorità. Gli esempi potrebbero essere molteplici.
Passando all’esame delle altre componenti - quelle del massimo livello (bancarie, economiche, finanziarie, politiche) -, non potrebbe tentarsi una medesima impostazione di ricerca?
La componente “reale”, nella politica dei governi, è forse quella che si palesa nei patti politici, negli atti ufficiali, nei trattati internazionali, ove vengono siglate alleanze, accordi di non proliferazione nucleare, embarghi militari? Oppure va ricercata in quelle altre condotte - segrete - conosciute solo al massimo livello decisionale: forniture di armi a un paese formalmente nemico, partecipazioni azionarie in sconosciute società o banche estere, atti di interferenza nella vita di altri paesi? E tutto ciò non è forse voluto, al massimo livello, per imporre “proprie” scelte e “proprie” decisioni?
Anche su questo punto, numerosi potrebbero essere gli esempi: dai molteplici nostri rapporti con Gheddafi, con Saddam, alle forniture militari all’Irak come all’Iran, all’Argentina, alla Nigeria, allo stesso Osama bin Laden e ai taleban; dai sostegni diretti o indiretti ad attività segrete, alle interconnessioni economiche e bancarie, sconosciute al grande pubblico, ma note ai massimi vertici decisionali.
In questo contesto rientrano e si sviluppano evidentemente tutte quelle ipotesi di coperture di fatti politicamente rilevanti: segreti di Stato, segreti Nato, depistaggi, archiviazioni di procedimenti ministeriali, ecc.
E non si ha forse la percezione che il massimo potere possa spesso coincidere con il suo braccio militare?
Superservizi, cellule impazzite, servizi deviati, menti raffinatissime: tutti termini che indicano direttrici occulte, ma comunque gestori del potere reale, e capaci di dar vita ad “attività concrete” che condizionano la vita sociale e politica del paese?
Le manifestazioni di questo potere non si sono forse accompagnate spesso a episodi di natura “violenta”? Con effetti talora destabilizzanti, talora stabilizzanti, secondo le esigenze del momento e secondo matrici e motivazioni normalmente non coincidenti con quelle affermate a livello ufficiale?
Non è stato forse così nelle stragi di Stato, nei processi di eversione, nelle partecipazioni a strutture occulte o clandestine, nelle attività di sostegno al terrorismo nel quadro della lotta all’avanzata del comunismo?
Per avvicinarsi alla individuazione di tali componenti occulte e costanti nel tempo forse bisognerebbe porsi un primo quesito di fondo: chi ha “comandato” realmente in Italia, nei primi sessanta anni della nostra Repubblica? Sono stati i nostri temporanei governanti, nominati più o meno direttamente dal popolo? O, piuttosto, le “componenti” americane? Con sostegni economici, ma anche con ricatti; con finanziamenti ai partiti “in linea” ma anche con condizionamenti di scelte politiche; con accordi di favore ma anche con occupazioni di potere; con affermazioni di principi di libertà democratica, ma anche con interferenze nell’esercizio delle libertà sociali individuali e collettive; con declamazioni di pace, ma anche con attività occulte dirette a considerare un popolo “in pace” in uno stato di guerra permanente?
Seguendo questa logica si potrebbe arrivare a un’altra domanda: se sono state le componenti americane a dirigere realmente la politica italiana nel nostro paese, chi, a sua volta, le avrebbe dirette?
Qualcuno probabilmente risponderebbe: il presidente degli Stati Uniti.
Sarebbe una risposta sciocca e superficiale, anche solo a tener conto della temporaneità delle cariche. A chi in America gli pose la stessa domanda, William Cloen Skousen, professore della Brigham Young University rispondese: chi comanda realmente è il Council on Foreign Relations (Cfr), il Consiglio per le relazioni internazionali, una associazione costituita a Parigi nel lontano 1919 da Edward Mandell House (il “colonnello” House), un influente uomo d’affari texano, eminenza grigia che accompagnò il presidente Wilson alla Conferenza per la pace, quando nella capitale francese le nazioni vincitrici del primo conflitto mondiale si spartivano il globo.
Ancor oggi, questa associazione ha il suo quartier generale ad Harold Pratt House, in un edificio donato dai Rockefeller, sull’elegante Park Avenue: è qui che vengono “formati” i funzionari e i consiglieri governativi degli Stati Uniti, come Henry Kissinger e Zbignew Brzezinski, per citare i più noti del passato.
Il Cfr è la filiazione di una società segreta che, affondando le proprie radici nell’Inghilterra vittoriana e nei gruppi della Round Table, si propone di indirizzare la politica estera del governo statunitense nel senso di una affermazione planetaria della razza anglosassone.
Da questo “ambiente” è derivata la spinta decisiva all’intervento degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale. Negli stessi ambienti è stata impostata, nel dopoguerra, la strategia della guerra fredda; poi, quella, “alternativa”, dell’indebolimento di Mosca, realizzata attraverso la penetrazione occidentale: questo intendimento è stato di fatto perseguito tramite una “concezione” incentrata essenzialmente sull’importanza del settore bancario, unico a consentire una segreta e globale interferenza nei tessuti economici, finanziari, politici dei paesi da controllare; infine, quella “sostitutiva” della guerra fredda, introdotta con gli avvenimenti dell’11 settembre del 2001 e formalmente accettata da Vladimir Putin, che ha determinato un nuovo assetto nei centri di potere mondiali, fondato non più sulla “paura” del comunismo, bensì sul “terrore” dell’integralismo islamico, giustificativo di una nuova conflittualità che assume le stesse connotazioni della “guerra permanente” intrapresa dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra contro il comunismo e di per sé legittimante, allora come ora, nuovo esercizio di potere, nuove spartizioni del mondo, nuovo controllo degli interessi economici del XXI secolo.
Sotto tale profilo, partendo da una analisi sugli aspetti “italiani” di tale impostazione, può forse disconoscersi l’effettiva predominanza - all’interno delle nostre istituzioni, economiche, politiche, militari - delle componenti riconducibili a questa politica americana, espressione dell’imperialismo intercontinentale di ispirazione pananglista? Non è forse questo il potere reale che più ha influenzato e interagito nella nostra vita sociale, dal dopoguerra sino a oggi? Attraverso personaggi influenti e vicini al mondo bancario e alle oligarchie (anche massoniche) anglosassoni?
Non derivano da questi influssi le origini della nostra storia repubblicana? Le sue connessioni istituzionali con le componenti militari e massoniche americane? Le convergenze attorno alle attività occulte celate dietro i servizi segreti Oss, e poi Cia, Nsa, ecc.? Talora anche alcune connessioni con la mafia e con la destra eversiva? I collegamenti massonici che hanno trovato ispirazione e origine nelle componenti oligarchiche inglesi, nell’Ordine cavalleresco di Malta, nella P2 e nelle ultime sue propaggini?
Allargando poi l’analisi agli aspetti di più vasta portata, come non porsi domande sul ruolo svolto in passato da quei personaggi legati a queste impostazioni, quali Henry Kissinger, George Bush, e, ancora, Theodore Shackley ed Edward Wilson, soci nella vecchia Nugan Hand Bank e nei traffici di armi e droga degli anni Sessanta e Settanta, che poi ricomparvero in attività legate al commercio di attrezzature belliche direttamente collegato agli interessi americani e poi alla BCCI sino al 1990?
O, sul fatto che sarebbe stato proprio Terpil - ex agente della Cia e collegato al suo collega e amico Shackley (ex vice capo della stazione della Cia a Roma) -, a presentare negli anni Sessanta Gelli al generale Haig, consigliere di Nixon per la sicurezza nazionale, vice di Kissinger nominato nel 1974 comandante supremo alleato in Europa? O sui rapporti esistenti, tra Shackley, Pavone, la P2 e la società Agusta? E ancor oggi Kissinger non è forse un esponente del Defence Policy Board, organismo di consulenza del Pentagono, in cui venne ammesso dal presidente dell’organismo Richard Perle insieme al quale caldeggiò l’espansione delle operazioni della “coalizione anti terrorismo” per estendere simultaneamente le ostilità contro diversi paesi islamici, a cominciare  contro l’Afganistan, per poi proseguire contro l’Irak, contro la Libia, e poi infine contro l’Iran?
Anche tralasciando i misteri tuttora legati al “suicidio” di Calvi e alle forniture militari all’Argentina e all’ormai definitivo abbandono, in relazione all’attentato al Papa del 1981, della pista bulgara - il quale conferisce attendibilità alla contrapposta pista dei servizi segreti occidentali (americani e inglesi) quantomeno sotto il profilo dei depistaggi -  può forse mettersi in dubbio il collegamento strutturale esistente tra i Secret Intelligence Services (Sis), ovvero i servizi segreti britannici, e le principali banche inglesi? Al livello più alto di queste, non c’era forse il principe Michael di Kent, cugino della Regina, ma anche ufficiale del Sis?
Non è forse esatto che il Sis - il servizio più segreto ed esperto del mondo, con una fortissima presenza in tutta la zona del Mediterraneo e del Medio Oriente (il “cordone ombelicale” con l’India) - sia stato il primo servizio segreto “controllore” di Mazzini e Proudhon, di Otto von Bismarck, di Benito Mussolini, e per certi aspetti primo sostenitore di Adolf Hitler?
Non hanno questi servizi propaggini che consentono loro di controllare anche gruppi religiosi musulmani come gli sciiti, i sufi?
La stessa Loggia P (Propaganda) 2 di Licio Gelli e il ricorrente constatato collegamento di essa con la destra estremista italiana e internazionale non riassume forse terminologie simboliste che richiamano i movimenti ed ordini votati alla “propaganda” e alla affermazione sufi dell’Islam assunta nel 1918 dal nucleo della società segreta Thule, fondata dal barone von Sebottendorf, che aveva già costituito a Berlino, nel 1910, il primo Centro islamico tedesco, come succursale dell’Ordine derviscio del Bektashi (sufi) e ancora, nel 1912, il Germane Ordnung?
E la utilizzazione, per tale loggia, del contrassegno numerico “2” - che mai ha incuriosito gli studiosi -, non intende forse integrare il tentativo di una ricostituzione di quella prima riorganizzazione internazionale della Massoneria operata a Londra da Giuseppe Mazzini (che nel 1870 ristrutturò la massoneria internazionale, raggiungendo un accordo con il generale in pensione Albert Pike, facente parte della rete dei servizi segreti britannici negli Stati Uniti, per la creazione del Rito Supremo, una specie di banca segreta all’interno del raggruppamento di Rito scozzese), seguito poi da Adriano Lemmi e Francesco Crispi, pur sempre sotto il controllo delle oligarchie e dei servizi inglesi?
Questo particolare tipo di massoneria non fu forse un tutt’uno con la polizia segreta fascista (Ovra) costituendo il modello, il trampolino di lancio e l’ossatura della futura loggia P2?
È solo un’ipotesi il legame tra questi servizi con Gheddafi, nella setta massonica dei sedussi con l’ayatollah Khomeyni, che risultò affiliato alla Loggia di Londra, creata in onore di Seyyed Jamaleddin Afghani, sotto la guida del Gran Maestro Sir Edward Grei, fondatore delle logge islamiche?
Andando anche al di là degli spunti offerti in passato dai collegamenti con l’integralismo islamico operati dai massimi centri di potere occulto degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, quali emersi negli scandali della Nugand Hand Bank e della Bcci, in quale altro modo possono considerarsi alcune protezioni che risultano essere state offerte anche più recentemente, nel cuore di Londra, a personaggi o a gruppi estremisti dell’Islam?  Come a Osama bin Laden, che nel 1994 vi si stabilì per alcuni mesi aprendo un ufficio con il nome di “Advisory and Reformation Commitee” e dando luogo a rapporti talmente imbarazzanti, che gli Stati Uniti furono costretti ad assumere pubblicamente posizioni di accusa del Regno Unito di favorire il terrorismo e il riciclaggio grazie alle protezioni consentite dalla eccessiva riservatezza assicurata dalle banche? O come le protezioni al movimento di resistenza islamica “Hamas”, i cui ordini per operazioni suicide sono spesso apparsi provenire dagli uffici londinesi del mensile Filisteen al Muslima e la cui ala militare, la Izeddin al Kassam (su cui ricadono le responsabilità dirette e concrete di numerosi attentati suicidi) risultò avere un importante ufficio a Londra, con finanziamenti provenienti dalla Interpal, la divisione di Hamas per la raccolta di fondi, anch’essa con sede a Londra. O, ancora, come le protezioni al Gruppo islamico della Jihad egiziana, che ha, parimenti, la sua sede generale a Londra, e rispetto al quale, ad esempio, nel febbraio 1997, il governo inglese concesse ad Abel Abdel Majid, già implicato nell’assassinio del Presidente egiziano Anwar Sadat, avvenuto nell’ottobre dei 1981, e ad Adei Tawflq al Sirri, condannato in contumacia per l’attentato contro il Primo ministro egiziano Atif Sidqi del 1993, residenti a Londra, di aprire uffici per la raccolta fondi sotto il nome di Internationai Bureau for the Defense of Egyptian People e di Islamic Observatory che le autorità egiziane avevano già ufficialmente denunciato come centrale dell’organizzazione?
5. Ed oggi?
Gli argomenti introduttivi che ho qui accennato e riassunto al fine di inquadrare la storia delle mie indagini e, insieme, della mia vita, possono apparire estremizzazioni, talora teoriche, fantasiose, costruzioni fittizie e irreali. Queste accuse mi vennero in particolare mosse quando  mi scontrai con l’allora presidente Bettino Craxi; specialmente dopo che ebbi la ventura di svolgere indagini nei confronti di esponenti del suo partito e poi di denunciarlo per l’ipotesi, sino ad allora mai applicata, del finanziamento illecito dei partiti, …e per altre più inquietanti ipotesi di collusioni.
A maggior ragione, estremizzazioni e fantasie potrebbero apparire ora, a distanza di tanti anni e quindi in presenza di un apparente scarso interesse d’attualità. 
Di certo oggi poco sfugge al web e forse in questo si trovano ma anche si camuffano o si disperdono notizie e informazioni un tempo difficili da rinvenire e ancor più da verificare.
Comunque, tenendo conto che alla individuazione delle supreme convergenze occulte da me segnalate la prima volta ormai oltre quindici anni fa (a cui rimonta la pubblicazione del mio volume “Il Quarto Livello”, da cui sono tratte le considerazioni riportate nel punto precedente), non posso stupirmi più di tanto di fronte alle rappresentazioni di poteri occulti che anche il presente ci rappresenta quotidianamente.
E così oggi, dopo avere scritto quello che ho appena riassunto sul Council on Foreign Relations (Cfr, il Consiglio per le relazioni internazionali), come reale centro di potere che ha sostanzialmente determinato la politica nel nostro Paese alla luce della storia della nostra Repubblica, mi dovrei meravigliare se a questa aggregazione interstatuale, occulta nella sua reale operatività, viene ora ricollegato un personaggio di governo quale l’attuale Presidente del Consiglio Mario Monti? Numerose notizie e informazioni sulla sua colleganza a tali organismi supremi (un tempo veramente occulti) vengono diffuse sul web. E così si apprende che Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, con una intervista rilasciata il 25 novembre 2011 ad Affaritaliani.it  avrebbe appoggiato apertamente il nuovo governo Monti; si indicano i membri della Commissione Trilaterale e in particolare l’European Group di cui questi sarebbe sarebbe Chairmen; o si cita il TG1 del 9 novembre 2011, in cui  è stato esplicitamente detto, mentre si parlava di lui, appena nominato senatore a vita e con ogni probabilità prossimo Premier del Governo Italiano, che “Mario Monti fa parte del Bilderberg Group”.
Ora che tali strutture sono presenti sul web anche con siti illustrativi ed allettanti per tutti, e con formidabili appartenenti di indiscussa notorietà, il Council on Foreign Relations, il Gruppo Bildberg, la Trilaterale, non fanno quasi più impressione ed annoverano iscritti famosi, politici, industriali, benefattori, bancari; anche se poi trattano, in direttivi ristretti e in tutto riserbo, i temi globali dell’economia, della politica e dei sistemi bancari. L’ultimo incontro del gruppo Bildberg risulterebbe avvenuto dal 9 al 12 Giugno in Svizzera; ogni anno in Europa, ogni 4 anni negli Usa o in Canada, dal 29 maggio del 1954; dopo che tale Gruppo venne fondato dalle oligarchie olandesi due anni prima, nel 1952, prendendo il nome da un nota località di quel Paese.
Di certo tali odierne informazioni e notizie possono essere errate, imprecise, anche queste forse fantasiose o del tutto inventate. Anche spiritose possono poi apparire caricature che pur sono a loro corredo, a disposizione di tutti i lettori nel web.
Personalmente mi auguro siano fantasiose e frutto della divulgazione senza troppi controlli che avviene sul web.
Di certo non sono state solo fantasie tante storie che hanno interessato in particolare il nostro Paese nel suo lungo percorso di democrazia, e che spesso ci portano a ricordare misteri irrisolti e fantasmi funesti che inseguono molti di noi.
Io li definisco: le ombre delle streghe. Spiegherò il perché.
Dal 1998 inizia ad apparire, al Parlamento europeo, anche qualche interrogazione parlamentare che chiede di far luce sulla ragione della presenza di numerosi commissari europei alle riunioni del Bilderberg; alcune chiedono anche se Mario Monti e Romano Prodi facciano parte del comitato esecutivo del gruppo. Le risposte, a quanto sembra, sono costanti: costoro parteciperebbero in quanto invitati in qualità dei ruoli che rivestono e la loro partecipazione resterebbe a titolo personale, senza partecipazione di alcuno al comitato direttivo, sia del Bilderberg che della Trilateral.
Peraltro, come avevo già scritto in passato, anche rispetto a queste supreme strutture ed organismi soprastiali e senza investiture rappresentative - che pur dirigono (in affannoso segreto) la politica mondiale - i reali  “direttòri” del Potere, i manovratori occulti e trasversali, sono quelli che costituiscono “il braccio armato”, le componenti militari, i creatori degli armamenti, i distributori di morte… 
Per quanto mi riguarda, quindi, nel contesto da me riassunto e prospettato, non mi stupirei più di tanto, anche di fronte alle attuali ipotesi, che poi non riguardano solo nostri governanti; anzi conforterebbero tesi da me sostenute tanto tempo fa, in epoche non sospette: le ho menzionate in questa sede riassuntiva se non altro perché in qualche modo si ricollegano, attualizzandole, a rappresentazioni e costanti che hanno richiamato la mia attenzione nel passato con un occhio al presente, anche perché… questo presente in realtà non avrei dovuto vederlo e conoscerlo, e nemmeno posso ormai verificarlo con i poteri di un giudice.
Altri giudici, se vorranno, potranno indagare, se ci creeranno i presupposti e se sussisteranno estremi penali, su questi fatti. I quali, in ogni caso, non potranno vedere un epilogo o comunque una fine… Perché descrivono solo la complessa storia che viviamo, da ieri ad oggi. E questa è iniziata prima di noi e continuerà anche senza di noi.
Di queste relazioni tra traffici internazionali e componenti occulte parlavo già, in particolare, nelle connessioni e nei fatti esposti alla Commissione Inquirente nel lontano 1984, poco prima che la mia indagine venisse fermata da una convergenza di soggetti straordinariamente uniforme nella richiesta di far concludere la mia istruttoria: imputati (italiani e stranieri), avvocati di tutta Italia, politici (di un certo filone, ma non solo), magistrati e colleghi, vicini e più o meno modesti (della Procura e della Procura Generale di Trento), e magistrati lontani, investiti della suprema autorità (Procura Generale della Cassazione e Suprema Corte di cassazione). Tutti vollero, insieme, che non continuassi più.
Ma così non avvenne.
Quella mia denuncia, inoltrata nell’estate del 1984, sapevo bene che avrebbe potuto essere  archiviata.
Ma io ero…giovane...
Avevo 37 anni.
Ero ancora pieno, ricco di illusioni e credevo ancora nella giustizia.
Con quei profondi valori che mi aveva trasmesso mio padre, ex magistrato, e che ogni sera mi trasfondeva, confortandomi e dicendomi al telefono: non avere timore, vai avanti, finché puoi, finché la coscienza te lo impone!
Ed io continuai.
E in pochi giorni mi ripulirono la scrivania e l’ufficio dalle 300.000 carte che lo occupavano.
Ed allora andai, intenzionalmente, seguendo l’istinto, a Trapani, ad occupare il posto lasciato vuoto da Ciaccio Montalto, per riprendere, da lì, ciò che avevo dovuto lasciare a Trento.
Allora non sapevo quando e se quella mia suprema denuncia alla Commissione Inquirente avrebbe avuto un seguito o sarebbe stata archiviata.
E, a quei tempi, senza web e l’informazione di oggi, né io né altri seppero esattamente cosa avvenne, né  come, né quando.
Io, come racconterò, lo scoprii solo molti anni dopo.
Sarebbe dovuta intervenire la archiviazione (come potevo sperare qualcosa di diverso?) esattamente otto giorni dopo quella data che non potrò mai dimenticare: il 2 aprile 1985.
La data che mi avrebbe dovuto cancellare…
E che divise la mia vita in due: quella in cui “ero” e quella in cui… “sono”; quella in cui sapevo, potevo sapere o fare certe cose… e quella in cui non avrei più, dovuto sapere o fare certe cose.
A proposito, al termine di questo quadro riassuntivo del contesto in cui mi trovai ad operare alla fine degli anni ‘70, sono risalito al 1952.
Sono quasi arrivato all’inizio della mia ricostruzione.
Resta da fare solo un ultimo passo indietro, di un anno.
Rimane solo un tassello da evidenziare.
E poi la mia storia può iniziare ad essere raccontata.

pubblicata da Carlo Palermo il giorno Venerdì 13 gennaio 2012 alle ore 19.43