Cesa Connection
di Marco Lillo
Fondi Ue passati per un'agenzia Onu. E finiti all'Udc attraverso fatture gonfiate. Un pentito di mafia racconta gli affari del segretario. Ora indagato dai pm di Roma
L'ufficio nel quale mafia e politica hanno incrociato i loro destini si trova nel centro di Roma. All'ultimo piano di uno stabile di fronte a Palazzo Chigi, aveva l'ufficio il tesoriere del segretario dell'Udc Lorenzo Cesa. Si chiama Giovanni Randazzo. Questo siciliano di 35 anni, secondo i magistrati della Procura di Roma avrebbe organizzato un giro di fatture gonfiate nei confronti di un'agenzia delle Nazioni Unite per finanziare Cesa e il suo partito, l'Udc. A raccontarlo ai pm romani è stato un suo coetaneo palermitano che ha dichiarato di aver partecipato a quei traffici. Il ragazzo dal bel volto rassicurante che si vedeva spesso nell'ufficio della società di Randazzo, la G&B, si chiama Francesco Campanella. Proprio lui, il super pentito di mafia che ha gestito per anni il riciclaggio di Cosa Nostra, l'uomo che ha fornito la carta di identità a Provenzano. Ora le accuse di Campanella, secondo quanto risulta a 'L'espresso', hanno portato la Procura di Roma a iscrivere Cesa nel registro degli indagati per finanziamento illecito al partito in concorso con Randazzo. Nel palazzo di Largo Chigi ha sede anche 'Der Spiegel', il settimanale tedesco che ha dedicato un'inchiesta alla pioggia di miliardi europei destinati alla Sicilia. Si intitolava 'Bocconi ghiotti per la mafia' e si domandava dove sarebbero finiti tutti quei soldi. Per trovare la risposta i cronisti tedeschi non dovevano andare in Sicilia, ma bussare al vicino. Dietro quel portone verde sul loro stesso pianerottolo c'era il computer usato da Francesco Campanella per scrivere contratti di programma e proposte di finanziamento. Gli affari del cassiere della cosca di Villabate e del tesoriere di Cesa andavano a gonfie vele. Una volta, secondo il pentito, tra un processo per omicidio e un viaggio con Provenzano, a Largo Chigi si è visto anche il boss di Villabate, Nicola Mandalà. Finché un giorno Mandalà viene arrestato. E Campanella decide di pentirsi. Nell'ottobre 2005, dopo aver raccontato tutto sulle cosche, le sale Bingo e gli ipermercati della mafia, butta lì al pm Maurizio De Lucia: "Ah, poi ci sarebbe anche quella storia di Lorenzo Cesa...". Appena comincia a verbalizzare l'incredibile intrigo che coinvolge Onu, ministero degli Esteri, Unione europea e Udc, il pm palermitano lo ferma. Poi il pubblico ministero chiama i colleghi romani Angelantonio Racanelli e Giuseppe De Falco. Ed è davanti ai tre magistrati, il 15 dicembre del 2005, che Campanella racconta la sua verità: ben 120 pagine nelle quali il nome di Cesa compare una quarantina di volte in relazione ai canali di finanziamento dell'Udc. Poche settimane fa i pm hanno notificato a Cesa, difeso dall'avvocato Marcello Melandri, la proroga delle indagini. Secondo l'accusa, le società vicine al leader Udc avrebbero sovrafatturato le loro prestazioni a un'agenzia delle Nazioni Unite per poi finanziare con la differenza la 'struttura politica' di Cesa. Le indagini sono state affidate al Gico della Finanza di Roma. I finanzieri hanno perquisito Randazzo e la Global Media della famiglia Cesa: ora stanno esaminando i computer e quintali di documenti nei quali sono stati trovati alcuni riscontri alle dichiarazioni del pentito. Non è la prima volta che Cesa viene indagato. La Global Media è stata già perquisita nell'ambito di un'inchiesta per truffa su ordine del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. All'inizio degli anni Novanta Cesa è stato addirittura latitante. Quando si consegnò ai pm che lo accusavano per le mazzette Anas, disse: "Voglio vuotare il sacco". Stavolta però è diverso. Cesa è segretario. E ad accusarlo è un pentito di mafia che dice di avere trafficato con i suoi uomini. Pur premettendo di non aver mai conosciuto Cesa, Campanella elenca una serie di circostanze precise sui suoi rapporti con le società di Largo Chigi. Fatti che si svolgono tra il 2003 e il 2005, gli anni del grande ritorno di Cesa sulla scena dopo lo stop per l'inchiesta Anas durante Mani pulite. Campanella conosceva Randazzo sin dai primi anni Novanta, quando avevano collaborato insieme alla campagna di un giovane candidato della Dc: Totò Cuffaro. Secondo il cassiere delle cosche, Giovanni era lo sfigato del gruppo. Campanella, un bel ragazzone con gli occhi chiari, era entrato a Roma dalla porta principale. Alla fine degli anni Novanta è il segretario dei giovani del Ccd e dorme a casa di Cuffaro. Randazzo invece, piccolo, moro e stempiato, fatica a trovare la sua strada nel sottobosco romano e abita dalla nonna. Campanella qualche volta gli paga la cena, poi nel 2003 lo incontra di nuovo. È un'altra persona: Mercedes, begli abiti, casa e ufficio a Largo Chigi, vacanze a Vulcano e gommone da 20 metri. "Giovanni che hai fatto?". Il vecchio amico gli risponde, svelando il nome del suo re Mida: "Lorenzo Cesa mi ha inserito in un sacco di affari. Vuoi diventare il mio uomo in Sicilia?". Campanella accetta: "Randazzo mi disse che Cesa era la mente finanziaria dell'Udc, il factotum, colui che riempiva le casse attraverso questo sistema, che è il sistema di finanziamento dell'Udc". Anche Campanella entra nel 'sistema' per un grande affare. Si chiama Pptie, ed è il Programma di partnerariato territoriale per gli italiani all'estero. Il Fondo sociale europeo aveva stanziato 8 milioni di euro destinati al ministero degli Esteri per agevolare i rapporti con gli emigrati di successo. Per evitare le gare, racconta Campanella, Cesa e i suoi amici riuscirono a far assegnare il programma a un'agenzia dell'Onu, il Cif-Oil di Torino, per poi sovrafatturare il costo dei convegni e restituire una quota alla struttura politica di Cesa. Complessivamente, fino a oggi per il Pptie sono stati spesi circa 5 milioni di euro. La fetta spettante alle società dei Cesa e di Randazzo ammonterebbe a poco meno di 400 mila euro. Campanella si è occupato della parte siciliana del programma che si è conclusa all'Hotel Astoria di Palermo nel gennaio del 2004. Prima del pentimento, nell'ufficio palermitano della sua società Sinergia c'era ancora il cartellone dell'evento. Campanella sostiene di avere incassato, insieme ai suoi soci, 50 mila euro per un lavoro all'acqua di rose. I soldi non uscirono direttamente dalle Nazioni Unite, ma da due società incaricate di gestire la formazione. "Sono tutti per te", gli dice Randazzo, memore della sua vicinanza nei tempi bui. Quando Campanella, sorpreso e incuriosito, chiede: "Ma come fate a creare il nero per il partito?". Randazzo punta il dito sul cocktail organizzato per l'incontro nazionale al Grand Hotel di Roma: "L'abbiamo fatturato 300 mila euro". In realtà sembra che la spesa fatturata si aggiri sui 200 mila euro, comunque per Campanella poteva valere poco più di 50 mila, il resto, secondo quello che gli avrebbe riferito Randazzo, era per Cesa e compagni. I verbali del cassiere dei boss non parlano di mafia, Cesa con quel mondo non ha nulla a che fare. Raccontano invece il retrobottega dell'Udc, i segreti della elezione a segretario propiziata dallo spostamento delle truppe di Cuffaro sul politico laziale. A tessere la tela dell'avvicinamento fu proprio Randazzo. Finché la notte prima dell'elezione Cuffaro sveglia Cesa alle due e gli dice: "Ti devi candidare". Così questo democristiano atipico, a cavallo tra Andreotti e Berlusconi, deve uscire dall'ombra. Cesa nasce ad Arcinazzo, nell'altopiano che guarda la Ciociaria, 55 anni fa. Figlio del sindaco del paese, un andreottiano di ferro morto a 90 anni, alla vigilia della sua elezione a Strasburgo, è sempre stato un uomo di poche parole e tanti voti. Nel 1989 raccoglie a Roma 26 mila preferenze, ma resta defilato. Mentre Follini si mette in mostra in Rai e Casini fa il portavoce di Forlani, lui preferisce la segreteria del ministro dei Lavori pubblici Giovanni Prandini. Tangentopoli lo sorprende con in mano diverse borse piene di mazzette pagate dai costruttori per gli appalti Anas. Lui si difende: erano per il partito. Lo condannano a tre anni e tre mesi, ma la sentenza è annullata per vizi procedurali. Quel giorno del 2003 alla sede dell'Udc si ode un boato: in via Due Macelli spuntano pasticcini e spumante. Si brinda al ritorno sulla scena di 'Lorenzo il munifico'. In quelle stanze, ogni mattina, decine di clientes, imprenditori e questuanti varcano la porta della segreteria. A destra c'è la stanza di Follini, il segretario forbito con la cravatta di Hermès che parla al Tg1. Eppure tutti puntano decisi a sinistra dove c'è l'ufficio di Cesa. Nei verbali di Campanella c'è la descrizione dinamica di questo potere sommerso. Nel 2003, Campanella e Randazzo vanno al ministero delle Attività produttive per parlare di alcune richieste di agevolazione. Campanella rimane impressionato dal trattamento riservato a Randazzo. Il sottosegretario Antonio Galati saluta l'uomo di Cesa, poi Randazzo e Campanella si appartano con il capo di gabinetto e Campanella racconta: "Fu un'esperienza sconvolgente. Continuava a chiedere a Giovanni di intervenire su Lorenzo per far nominare un direttore generale". Tutto sembrava dipendere da Cesa, già allora: un ex consigliere comunale era il vero capo dell'Udc.Il sistema, secondo Campanella, si basa su una serie di società che prendono appalti nel settore del marketing al fine di generare il nero da girare a Cesa e al partito. Il perno del meccanismo, secondo il pentito, sarebbe un'agenzia che organizza tutto: hostess, alberghi, biglietti. Il pentito non ne ricorda il nome. Una sola cosa è certa: il convegno finale del Pptie al Grand Hotel di Roma è stato organizzato da Global Media. La società dei Cesa è nel mirino anche a Catanzaro. Il pm De Magistris indagando sulla malagestione dell'emergenza rifiuti e sul ruolo della ditta Pianimpianti ha scoperto che Global Media ha incassato da questa sigla ben 360 mila euro. Pianimpianti è legatissima all'Udc e in particolare al suo leader calabrese Giuseppe Galati. Il suo vicepresidente è stato l'ex senatore Dc Franco Bonferroni, vecchio amico di Cesa, processato e assolto come lui per le mazzette Anas. Bonferroni è indagato per i suoi rapporti con Pianimpianti e nei giorni scorsi si è fatto interrogare per chiarire la sua posizione. Al pm che gli chiedeva conto di quei 360 mila euro avrebbe detto: non sono a conoscenza di alcun rapporto commerciale che giustifichi quell'esborso. Gli investigatori ora si stanno domandando: perché tutti sono così generosi con la società della famiglia Cesa? Global Media è stata fondata nel 1994 da Lorenzo insieme a un'effervescente operatrice del settore (nel 2001 la signora patteggerà una pena per favoreggiamento della prostituzione: era accusata di offrire belle ragazze a politici e manager di società pubbliche) che venderà le sue quote nel 1995 alla moglie di Cesa. Fattura 6,7 milioni l'anno grazie anche alle commesse di società nelle quali la politica ha un peso: Lottomatica, Enel, Alitalia e l'immancabile Anas. Solo da Finmeccanica, nella quale l'amico Bonferroni è consigliere, Global Media ha preso più di un milione di euro. La società dei Cesa lavora molto anche per l'Udc: tra i suoi clienti sul sito vanta la G&B di Randazzo. Quando Cesa scende in campo alle Europee del 2004, secondo il pentito la potenza di fuoco delle società amiche si fa sentire. Cesa prende 103 mila preferenze, più del doppio di Buttiglione. Randazzo in quelle elezioni è il suo mandatario elettorale, cioè tesoriere e pagatore. Secondo Campanella i fondi accumulati grazie alle fatture gonfiate sarebbero stati usati per cene, alberghi, viaggi e qualche volta anche per noleggiare un aereo privato. Le commesse dell'agenzia Cif-Oil non sarebbero l'unico canale di finanziamento occulto. Il cassiere della mafia di Villabate sostiene di avere lavorato con Randazzo anche nel settore delle agevolazioni alle imprese. Per ogni pratica presentata, Randazzo incassava 500 euro, 80 dei quali andavano a Campanella. Il pentito descrive una catena di montaggio: suo cugino faceva la spola tra Palermo e Roma con un trolley pieno di pratiche. Campanella le compilava e Randazzo le presentava. Al ministero era garantito un trattamento di favore: quando c'era bisogno di chiarimenti, secondo Campanella, non erano loro a muoversi. Un importante collaboratore del sottosegretario Galati prendeva il taxi e andava a Largo Chigi. n
Girandola di società
L'indagine su Cesa trova un ostacolo nella natura del Cif Oil. L'agenzia che ha pagato le società vicine al segretario Udc è un ente sovranazionale e i suoi dipendenti sono funzionari delle Nazioni Unite. I pm romani non possono neanche perquisirli. L'affare del Pptie, descritto dal pentito Campanella, coinvolge quattro soggetti: il ministero degli Esteri assegna i milioni del Fondo sociale europeo al Cif-Oil. L'agenzia Onu dovrebbe svolgere l'incarico senza alcun profitto, nel rispetto di canoni francescani: niente taxi e alberghi di lusso. La realtà descritta da Campanella è diversa: grazie alle entrature di Lorenzo Cesa, Cif-Oil delega l'organizzazione degli eventi alle società amiche che sovrafatturano creando la provvista per il segretario Udc. Quest'ultimo è il passaggio che gli inquirenti devono provare. Il programma Pptie si è svolto realmente e gli accordi di partnerariato sono stati firmati. I pm devono dimostrare che il tourbillon di eventi è stato montato con lo scopo di accantonare fondi. L'affare parte a fine 2003 quando, secondo il pentito, Randazzo gli dice: "Ci sono 8 milioni di euro e Cesa mi ha creato i rapporti per gestirne una parte". Campanella organizza in 15 giorni gli incontri di Palermo e diventa di casa a Largo Chigi: "Entravo e mi sedevo al computer. Stavo per mettere la targa della mia società accanto a quella della G&B di Randazzo. Condividevamo la carta intestata e lui aveva già messo la targa G&B nel mio ufficio siciliano". Il pentimento stronca il gemellaggio. A Largo Chigi non appare la targa di Campanella, ma quella di una società vicina alla famiglia Cesa: la Media & Project. L'affitto? Lo paga Cesa.
sabato 14 marzo 2009
IL CRAC DELLA REGGIANA
Nove gli indagati per il fallimento granata
di Tiziano Soresina
REGGIO. A tre anni e mezzo dal fallimento della «vecchia» Reggiana il procuratore capo Italo Materia ha chiuso le indagini sul crac granata mettendo sotto inchiesta nove persone, divaricando però le imputazioni. L’amministratore delegato Ernesto Foglia e i 5 consiglieri d’amministrazione (Federico Spallanzani, Paolo Farri, Claudio Zambelli, Nando De Napoli e Marco Pecoraro Scanio) sono accusati di bancarotta fraudolenta, mentre i 3 componenti del collegio sindacale (Franco Tranquilli, Luca Reverberi e Alfredo Ferrarini) sono indagati per bancarotta semplice. Più grave l’accusa rivolta a Foglia ed ai consiglieri d’a mministrazione rispetto a chi componeva il collegio sindacale. Secondo la procura i sei vertici granata avrebbero innanzitutto violato gli articoli del codice civile relativi alle «false comunicazioni sociali» e «false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori». In che modo? Il pm Materia lo illustra - nel capo d’imputazione - facendo riferimento a due situazioni precise. CREDITO INESISTENTE. In primo luogo patron e consiglieri avrebbero esposto nel bilancio d’esercizio ordinario della vecchia Reggiana - al 30 giugno 2003 e al 30 giugno 2004 - «un inesistente credito di 2 milioni e 5mila euro verso la Tuttogiglio spa (finanziaria costituita per la gestione degli spazi commerciali dello stadio Giglio, ndr), in realtà costituito da un credito verso la controllante Acr Fin srl originatosi da prelevamenti effettuati dall’amministratore delegato e a tale società destinati. In tal modo - prosegue il pm capo - con l’i ntenzione d’ingannare il pubblico e al fine di fare conseguire un ingiusto profitto consistente nell’appropriazione dei 2 milioni e 5mila euro da parte di tale società, occultavano il percepimento della somma in questione mediante impugnazione di un credito verso terzi in contabilità, senza specificare in nota integrativa il soggetto effettivamente debitore, omettendo d’indicare l’effettiva situazione patrimoniale e finanziaria della società ed esponendo fatti materiali non rispondenti al vero, alterando in modo sensibile la situazione patrimoniale ed economica. Ed infatti - rimarca la procura - nel caso in cui fosse stato esposto un credito verso la controllante Acr Fin srl (effettivo destinatario della somma) la società avrebbe dovuto necessariamente svalutare detto credito, tenuto conto dello stato economico finanziario del debitore che gli impediva di restituire tutto o in parte le somme in questione. Tale comportamento ha comportao un danno per i creditori, che hanno conntinuato ad intrattenere rapporti economici e finanziari con la società facendo affidamento su una diversa situazione economica e finanziaria, che indicava maggiori crediti esigibili verso terzi».
LA PLUSVALENZA. In seconda battuta gli inquirenti fanno riferimento al bilancio d’esercizio della «vecchia» Reggiana al 30 giugno 2004 in cui i sei vertici granata avrebbero esposto «una plusvalenza di 5.473.884 euro originatasi da una cessione fittizia della partecipazione Mirabello 2000 spa (finanziaria costituita per la costruzione dello stadio Giglio, ndr) effettuata a società di proprietà dell’amministratore delegato Foglia, con modalità inusuali, quali il pagamento differito nell’a rco di tre anni e rateizzato, concesso ad una società in evidente stato di difficoltà finanziaria, come documentato dal fallimento nell’anno successivo, di tutti i soggetti intervenuti nella transazione (venditore, cessionario e società oggetto della transazione). Tale operazione - indica il pm capo - era effettuata entro il 31 marzo 2004 al solo scopo di far conseguire una plusvalenza alla società solo nominale e permettere l’iscrizione al campionato di calcio dell’eercizio successivo (in serie C1, ndr), ben sapendo gli organizzatori dell’operazione che la vendita non poteva avere effettiva attuazione». CLUB DANNEGGIATO. Ma le accuse non finiscono qui per l’allora «ghota» granata, perché il procuratore Materia ha ravvisato la violazione di altri due articoli del codice civile, cioè «indebita restituzione dei conferimenti» e «infedeltà patrimoniale». Per la procura i sei «senza causa alcuna e sebbene la società fosse in una situazione di oggettivo squilibrio finanziario, versavano la somma di 2 milioni e 5mila euro - tra il marzo e l’aprile 2003 - alla controllante Acr Fin srl, così attuando una restituzione del capitale sociale con azzeramento del patrimonio sociale dell’Ac Reggiana spa. Tale fatto, tenuto conto delle modalità d’attuazione e dell’occultamento in contabilità della dazione alla controllante, imputando quale contropartita della somma uscita dalle banche un credito inesistente verso la Tuttoglio spa, costituisce altresì una ipotesi d’infedeltà patrimoniale perché, nonostante vi fosse un interesse in conflitto con quello della società, veniva compiuto un atto di disposizione dei beni sociali, cagionando un danno rilevante alla società, consistente nel versamento senza titolo apparente alla Acr Fin srl di 2 milioni e 5mila euro».
Sempre il procuratore Materia indica altre infedeltà patrimoniali - escludendo però il consigliere Farri - scrivendo nelle imputazioni che veniva corrisposta «senza titolo la somma complessiva di 2.052.434, 30 euro (al netto della restituzione) a Foglia dal primo luglio 2004 al 30 giugno 2005, nonché la somma di 134mila euro alla Acr Fin srl nel periodo 13 luglio 2004-16 novembre 2004 al fine di far conseguire a costoro un ingiusto profitto così cagionando intenzionalmente un danno patrimoniale alla società». Sempre nell’ambito della bancarotta fraudolenta, il pm capo accusa Foglia, Spallanzani e Zambelli «per avere nell’imminenza del fallimento ed utilizzando parte della somma derivante dall’incasso dell’ultima tranche del credito verso la Tuttogiglio spa, effettuato il pagamento di 455mila euro a favore della Foglia & c. srl (impresa edile, ndr) quale parziale restituzione del credito che la società aveva, allo scopo di favorire tale creditore con danno degli altri creditori sociali». MANCATO CONTROLLO. I tre componenti del collegio sindacale - dal 28 febbraio 2002 al 30 novembre 2004 - vengono invece accusati di bancarotta semplice. Secondo il pm capo «tenevano un comportamento superficiale ed imperito omettendo di effettuare un serio controllo contabile sulle poste creditorie della società e sulle movimentazioni finanziarie e bancarie che avevano comportato atti di depauperamento del patrimonio sociale. Inoltre, con riferimento alla cessione della partecipazione Mirabello 200 spa, avrebbero dovuto imputare la plusvalenza riducendo il credito a lunga e media scadenza dell’improto di 581mila euro (anche per effetto della sola omissione di tale appostazione di bilancio, l’esercizio al 30 giugno 2004 avrebbe chiuso con una perdita di circa 550mila euro in luogo di un utile di 30mila euro e dunque con un’alterazione del risultato economico e della situazione patrimoniale superiore alle soglie di punibilità.
Gazzetta di Reggio
(03 marzo 2009)
di Tiziano Soresina
REGGIO. A tre anni e mezzo dal fallimento della «vecchia» Reggiana il procuratore capo Italo Materia ha chiuso le indagini sul crac granata mettendo sotto inchiesta nove persone, divaricando però le imputazioni. L’amministratore delegato Ernesto Foglia e i 5 consiglieri d’amministrazione (Federico Spallanzani, Paolo Farri, Claudio Zambelli, Nando De Napoli e Marco Pecoraro Scanio) sono accusati di bancarotta fraudolenta, mentre i 3 componenti del collegio sindacale (Franco Tranquilli, Luca Reverberi e Alfredo Ferrarini) sono indagati per bancarotta semplice. Più grave l’accusa rivolta a Foglia ed ai consiglieri d’a mministrazione rispetto a chi componeva il collegio sindacale. Secondo la procura i sei vertici granata avrebbero innanzitutto violato gli articoli del codice civile relativi alle «false comunicazioni sociali» e «false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori». In che modo? Il pm Materia lo illustra - nel capo d’imputazione - facendo riferimento a due situazioni precise. CREDITO INESISTENTE. In primo luogo patron e consiglieri avrebbero esposto nel bilancio d’esercizio ordinario della vecchia Reggiana - al 30 giugno 2003 e al 30 giugno 2004 - «un inesistente credito di 2 milioni e 5mila euro verso la Tuttogiglio spa (finanziaria costituita per la gestione degli spazi commerciali dello stadio Giglio, ndr), in realtà costituito da un credito verso la controllante Acr Fin srl originatosi da prelevamenti effettuati dall’amministratore delegato e a tale società destinati. In tal modo - prosegue il pm capo - con l’i ntenzione d’ingannare il pubblico e al fine di fare conseguire un ingiusto profitto consistente nell’appropriazione dei 2 milioni e 5mila euro da parte di tale società, occultavano il percepimento della somma in questione mediante impugnazione di un credito verso terzi in contabilità, senza specificare in nota integrativa il soggetto effettivamente debitore, omettendo d’indicare l’effettiva situazione patrimoniale e finanziaria della società ed esponendo fatti materiali non rispondenti al vero, alterando in modo sensibile la situazione patrimoniale ed economica. Ed infatti - rimarca la procura - nel caso in cui fosse stato esposto un credito verso la controllante Acr Fin srl (effettivo destinatario della somma) la società avrebbe dovuto necessariamente svalutare detto credito, tenuto conto dello stato economico finanziario del debitore che gli impediva di restituire tutto o in parte le somme in questione. Tale comportamento ha comportao un danno per i creditori, che hanno conntinuato ad intrattenere rapporti economici e finanziari con la società facendo affidamento su una diversa situazione economica e finanziaria, che indicava maggiori crediti esigibili verso terzi».
LA PLUSVALENZA. In seconda battuta gli inquirenti fanno riferimento al bilancio d’esercizio della «vecchia» Reggiana al 30 giugno 2004 in cui i sei vertici granata avrebbero esposto «una plusvalenza di 5.473.884 euro originatasi da una cessione fittizia della partecipazione Mirabello 2000 spa (finanziaria costituita per la costruzione dello stadio Giglio, ndr) effettuata a società di proprietà dell’amministratore delegato Foglia, con modalità inusuali, quali il pagamento differito nell’a rco di tre anni e rateizzato, concesso ad una società in evidente stato di difficoltà finanziaria, come documentato dal fallimento nell’anno successivo, di tutti i soggetti intervenuti nella transazione (venditore, cessionario e società oggetto della transazione). Tale operazione - indica il pm capo - era effettuata entro il 31 marzo 2004 al solo scopo di far conseguire una plusvalenza alla società solo nominale e permettere l’iscrizione al campionato di calcio dell’eercizio successivo (in serie C1, ndr), ben sapendo gli organizzatori dell’operazione che la vendita non poteva avere effettiva attuazione». CLUB DANNEGGIATO. Ma le accuse non finiscono qui per l’allora «ghota» granata, perché il procuratore Materia ha ravvisato la violazione di altri due articoli del codice civile, cioè «indebita restituzione dei conferimenti» e «infedeltà patrimoniale». Per la procura i sei «senza causa alcuna e sebbene la società fosse in una situazione di oggettivo squilibrio finanziario, versavano la somma di 2 milioni e 5mila euro - tra il marzo e l’aprile 2003 - alla controllante Acr Fin srl, così attuando una restituzione del capitale sociale con azzeramento del patrimonio sociale dell’Ac Reggiana spa. Tale fatto, tenuto conto delle modalità d’attuazione e dell’occultamento in contabilità della dazione alla controllante, imputando quale contropartita della somma uscita dalle banche un credito inesistente verso la Tuttoglio spa, costituisce altresì una ipotesi d’infedeltà patrimoniale perché, nonostante vi fosse un interesse in conflitto con quello della società, veniva compiuto un atto di disposizione dei beni sociali, cagionando un danno rilevante alla società, consistente nel versamento senza titolo apparente alla Acr Fin srl di 2 milioni e 5mila euro».
Sempre il procuratore Materia indica altre infedeltà patrimoniali - escludendo però il consigliere Farri - scrivendo nelle imputazioni che veniva corrisposta «senza titolo la somma complessiva di 2.052.434, 30 euro (al netto della restituzione) a Foglia dal primo luglio 2004 al 30 giugno 2005, nonché la somma di 134mila euro alla Acr Fin srl nel periodo 13 luglio 2004-16 novembre 2004 al fine di far conseguire a costoro un ingiusto profitto così cagionando intenzionalmente un danno patrimoniale alla società». Sempre nell’ambito della bancarotta fraudolenta, il pm capo accusa Foglia, Spallanzani e Zambelli «per avere nell’imminenza del fallimento ed utilizzando parte della somma derivante dall’incasso dell’ultima tranche del credito verso la Tuttogiglio spa, effettuato il pagamento di 455mila euro a favore della Foglia & c. srl (impresa edile, ndr) quale parziale restituzione del credito che la società aveva, allo scopo di favorire tale creditore con danno degli altri creditori sociali». MANCATO CONTROLLO. I tre componenti del collegio sindacale - dal 28 febbraio 2002 al 30 novembre 2004 - vengono invece accusati di bancarotta semplice. Secondo il pm capo «tenevano un comportamento superficiale ed imperito omettendo di effettuare un serio controllo contabile sulle poste creditorie della società e sulle movimentazioni finanziarie e bancarie che avevano comportato atti di depauperamento del patrimonio sociale. Inoltre, con riferimento alla cessione della partecipazione Mirabello 200 spa, avrebbero dovuto imputare la plusvalenza riducendo il credito a lunga e media scadenza dell’improto di 581mila euro (anche per effetto della sola omissione di tale appostazione di bilancio, l’esercizio al 30 giugno 2004 avrebbe chiuso con una perdita di circa 550mila euro in luogo di un utile di 30mila euro e dunque con un’alterazione del risultato economico e della situazione patrimoniale superiore alle soglie di punibilità.
Gazzetta di Reggio
(03 marzo 2009)
I Have a Dream (Io ho un sogno)
Martin Luther King: "I Have a Dream" (Io ho un sogno)
Discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963
... Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice. Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione. E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell'arroganza dell'ingiustizia, colmo dell'arroganza dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e giustizia. Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!. Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l'America vuole essere una grande nazione possa questo accadere. Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà. E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".
Discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963
... Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice. Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione. E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell'arroganza dell'ingiustizia, colmo dell'arroganza dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e giustizia. Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!. Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l'America vuole essere una grande nazione possa questo accadere. Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà. E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".
mercoledì 4 febbraio 2009
Sonia Alfano getta ombre e sospetti sull’operato della Procura reggiana
Reggio non è un’isola felice rispetto alle infiltrazioni mafiose e già nel 1994 alcuni omicidi eccellenti, avvenuti in poco tempo, fecero capire che anche nella nostra città tirava aria pesante. E per contrastare la malavita organizzata è indispensabile trasparenza nell’assegnazione degli appalti, controllando non solo le ditte capofila ma anche i subappalti.Ad affermare «c’è qualcosa a Reggio che non mi convince assolutamente» è stata Sonia Alfano, ieri in occasione del convegno organizzato dalla lista civica Gente di Reggio e dagli Amici di Beppe Grillo all’hotel Posta, a cui ha partecipato assieme a Salvatore Borsellino. Una denuncia ripresa poi dal presidente della Cna Enrico Bini che ha rimarcato che «se le infiltrazioni mafiose ci sono, è perché c’è chi dà lavoro a ditte chiacchierate» e come spesso abbia avvertito «un senso di solitudine in questa mia battaglia».Un’analisi quella di Sonia Alfano, figlia del magistrato ucciso dalla Mafia, in cui ha mescolato la politica («C’è una parte che ha permesso che si infiltrassero Cosa Nostra, la Camorra e ’Ndrangheta, così come ha permesso l’arrivo della mafia cinese») e la magistratura gettando ombre, in un ragionamento tutto condito nel brodo della «teoria del sospetto», sul procuratore capo Italo Materia.«Mi sono documentata - ha detto - e nella primavera 2009 il Comune di Reggio assegnerà appalti per molti milioni di euro. Vi siete mai chiesti perché arrivano a Reggio tante ditte dalla Campania e dalla Calabria?».E cita l’esempio della ditta di trasporti Ciampà di Crotone che da tempo opera su Reggio e «che è citata nell’interpellanza presentata in ottobre dall’onorevole Napoli di An». «E mi chiedo - ha aggiunto - come mai la magistratura non sia intervenuta. Non vorrei che ci fosse stata una disattenzione da parte della magistratura reggiana. Sarebbe un atto gravissimo e continuerebbe a ritirare fuori delle ombre sul procuratore capo Italo Materia. Perché dico questo? Mi riferisco alle dichiarazioni rese da Italo Materia nel processo di mafia che ha visto condannato il suo amico e magistrato Giovanni Lembo. Quest’ultimo più di Italo Materia è stato l’artefice di una relazione che ha consentito al falso pentito messinese Luigi Sparacio di godere dei benefici di legge».Poi Sonia Alfano si addentra ulteriormente su un terreno irto di ombre e sospetti. Per dire che «Italo Materia è nato nello stesso paese (Terme Vigliatore in provincia di Messina) in cui è nato il boss pentito Giuseppe Chiofalo e che quest’ultimo in una sua deposizione ha dichiarato di essere stato fatto cadere da una sorta di complotto tra vertici delle forze dell’ordine, della magistratura e il clan affiliato ai Santapaola».Tutte costruzioni che hanno lasciato muto l’uditorio e obbligato lo stesso organizzatore del convegno Mario Monducci a prendere le distanze da Sonia Alfano sottolineando come «se esistono mele marce, ci sono ma anche forze sane in politica e nella magistratura» e di aver presentato un’interpellanza per la trasparenza negli appalti.Anche l’assessore comunale Franco Corradini ha voluto prendere le distanze da Sonia Alfano. «La Dda di Bologna - ha detto - sta compiendo indagini sul Reggiano proprio su richiesta della magistratura reggiana». Poi è stata la volta del presidente di Cna Enrico Bini, che, dopo aver ricordato la sua denuncia quattro anni fa della ditta Ciampà a Reggio, ha affermato: «Se ci sono a Reggio ditte chiacchierate è perché c’è chi offre loro lavoro, come Assopiastelle che opera al massimo ribasso e la cooperazione. E’ anche capitato che una ditta allontanata dalla Dda dai cantieri della Tav la settimana dopo ricomparisse con una nuova ragione sociale ma con gli stessi mezzi e le stesse targhe». Poi conclude: «Avevo due camion e uno l’ho venduto perché non c’è lavoro e ci sono aziende che in poco tempo hanno aumentato il loro parco mezzi».
Roberto Fontanili
Gazzetta di Reggio del 26 Ottobre 2008
Roberto Fontanili
Gazzetta di Reggio del 26 Ottobre 2008
"Posti pilotati dai politici" Indagati anche 007 e generali
Intrecci tra mafia, palazzi del potere e massoneria. L’indagine di un pm di Catanzaro coinvolge 24 persone. Bondi: "Un polverone". I verbali dell'inchiesta: "Pizzo sul salario a esponenti di sinistra"
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
Catanzaro - «In Calabria gli intrecci affaristici tra politica, imprenditoria, massoneria e poteri occulti rappresentano, ormai, un sistema collaudato, con radicati e consolidati rapporti a Roma». L’ultimo terremoto giudiziario ha l’epicentro nella procura di Catanzaro, ma attraverso le 275 pagine del decreto di perquisizione firmato dal pm Luigi De Magistris la scossa si propaga a tutto il Paese. Ventiquattro indagati per associazione per delinquere, truffa, corruzione e - per dieci di loro - violazione della Legge Anselmi sulla massoneria. E una raffica di perquisizioni. Nell’inchiesta anche due persone che per il Pm sono vicine a Romano Prodi: Franco Bonferroni, nel Cda di Finmeccanica, e Piero Scarpellini. Il primo è «uomo cerniera tra sistema bancario e politica, in grado di far ottenere commesse bancarie nei momenti topici delle operazioni finanziarie».
L’amico di Prodi
Scarpellini, per De Magistris, «insieme al figlio rappresenta persona di assoluta fiducia del premier Prodi», di cui Piero «è consulente, con base a San Marino, e sembra avere una passione per gli affari tra Italia e nord Africa». Palazzo Chigi precisa: è
«un consulente non pagato». Ma a settembre scorso L’Espresso ne sottolineava il ruolo nei rapporti tra Italia e Libia, ricordando l’amicizia con Prodi e il fatto che «gira spesso su auto della presidenza del Consiglio». Inoltre, «suo figlio Alessandro, 30enne che ha studiato un anno in Libia, è dal 2004 il portaborse di Prodi».
L’asse Ds-Udc
Indagati anche quattro politici, tra cui il vicepresidente del consiglio regionale calabrese Nicola Adamo, Ds. Coinvolti anche il capo di stato maggiore della Guardia di finanza Paolo Poletti, per un presunto affare relativo all’informatizzazione degli archivi Gdf, nonché il capocentro del Sismi a Padova e una dipendente del Cesis. L’inchiesta scava su presunti sperperi di denaro pubblico. «I patti illeciti - scrive il Pm - (...) si verificano soprattutto nell’approvazione dei contratti d’area e di programma, ove significativo dal punto di vista investigativo è apparso l’asse Ds-Udc». Tra gli esempi, un finanziamento di 300 milioni arrivato all’Udc per l’appalto dell’ospedale di Vibo Valentia. Personaggio cardine dell’inchiesta è Antonio Saladino, referente al Sud per la Compagnia delle Opere e in grado di «controllare» la Cisl calabrese. Di lui De Magistris scrive: «È posto al centro di un potere politico-economico non discutibile. In virtù dell’incarico direttivo alla Cdo manifesta una conoscenza verso esponenti politici di riferimento nazionali e regionali di prim’ordine». Per il magistrato «il sistema consisteva nella possibilità di ottenere lavori e in cambio Saladino assumeva le persone segnalate dai politici che glieli facevano ottenere».
Vescovo raccomandato
Non solo politici. Ma anche carabinieri, questori, prefetti, magistrati, imprenditori. E un vescovo al quale Saladino prova a
«sistemare» la nipote. Una rete di rapporti impressionante. Tra le persone eccellenti da «accontentare» Saladino annovera, per il pm Donato Veraldi, europarlamentare della Margherita, l’ex presidente Chiaravalloti, il deputato Pino Gentile, Adamo e la moglie, l’imprenditore Pietro Macrì («uomo vicino all’area di Prodi»). Ma ci sono relazioni anche «con l’onorevole dei Dl Gigi Meduri (sottosegretario alle Infrastrutture), al quale Saladino e il suo socio Franzé hanno assunto tramite la società di lavoro interinale Why Not il figlio», «con il senatore Pietro Fuda, al quale Saladino ha fatto assumere diverse persone da lui segnalate». E secondo quanto racconta al Pm una «gola profonda», ex collaboratrice di Saladino, quest’ultimo avrebbe avuto rapporti «ravvicinati» con i seguenti politici nazionali: Pisanu, Cesa, Gasparri, Alemanno, Dini, Rutelli, Mastella, Cuffaro, Soru, Minniti, Bassolino, Formigoni, Amendola, Galati «e con il professor Rossi, pugliese, persona vicina al ministro D’Alema». È comunque Adamo per il Pm il politico più attivo nel segnalare le persone da assumere.
Spunta il «compagno G»
È sempre la superteste a introdurre il capitolo sulla «Loggia San Marino», con riferimento a Pietro Macrì. Nel «comitato d’affari» spunta «tale Castellucci, persona di Primo Greganti, che Saladino avvicinò tramite Vincenzo Bifano, all’epoca presidente regionale della Cdo, che oggi frequenta gli ambienti dei Ds in Calabria».
Altro personaggio investigato da De Magistris è Cristina Sanesi, portavoce dei «circoli Margo» di Rutelli. Tutto il decreto è un ginepraio di nomi, intercettazioni, verbali. Si trovano pure gli onnipresenti Mancini, Pollari e Tavaroli. C’è spazio per criticare l’attività «non istituzionale di alcuni ufficiali della Gdf», oltre a Poletti, si parla del capo del generale Cretella Lombardo. Ma l’azzurro Sandro Bondi parla di «ennesimo polverone» e annuncia un’interpellanza parlamentare, solidarizzando con Poletti.
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
Catanzaro - «In Calabria gli intrecci affaristici tra politica, imprenditoria, massoneria e poteri occulti rappresentano, ormai, un sistema collaudato, con radicati e consolidati rapporti a Roma». L’ultimo terremoto giudiziario ha l’epicentro nella procura di Catanzaro, ma attraverso le 275 pagine del decreto di perquisizione firmato dal pm Luigi De Magistris la scossa si propaga a tutto il Paese. Ventiquattro indagati per associazione per delinquere, truffa, corruzione e - per dieci di loro - violazione della Legge Anselmi sulla massoneria. E una raffica di perquisizioni. Nell’inchiesta anche due persone che per il Pm sono vicine a Romano Prodi: Franco Bonferroni, nel Cda di Finmeccanica, e Piero Scarpellini. Il primo è «uomo cerniera tra sistema bancario e politica, in grado di far ottenere commesse bancarie nei momenti topici delle operazioni finanziarie».
L’amico di Prodi
Scarpellini, per De Magistris, «insieme al figlio rappresenta persona di assoluta fiducia del premier Prodi», di cui Piero «è consulente, con base a San Marino, e sembra avere una passione per gli affari tra Italia e nord Africa». Palazzo Chigi precisa: è
«un consulente non pagato». Ma a settembre scorso L’Espresso ne sottolineava il ruolo nei rapporti tra Italia e Libia, ricordando l’amicizia con Prodi e il fatto che «gira spesso su auto della presidenza del Consiglio». Inoltre, «suo figlio Alessandro, 30enne che ha studiato un anno in Libia, è dal 2004 il portaborse di Prodi».
L’asse Ds-Udc
Indagati anche quattro politici, tra cui il vicepresidente del consiglio regionale calabrese Nicola Adamo, Ds. Coinvolti anche il capo di stato maggiore della Guardia di finanza Paolo Poletti, per un presunto affare relativo all’informatizzazione degli archivi Gdf, nonché il capocentro del Sismi a Padova e una dipendente del Cesis. L’inchiesta scava su presunti sperperi di denaro pubblico. «I patti illeciti - scrive il Pm - (...) si verificano soprattutto nell’approvazione dei contratti d’area e di programma, ove significativo dal punto di vista investigativo è apparso l’asse Ds-Udc». Tra gli esempi, un finanziamento di 300 milioni arrivato all’Udc per l’appalto dell’ospedale di Vibo Valentia. Personaggio cardine dell’inchiesta è Antonio Saladino, referente al Sud per la Compagnia delle Opere e in grado di «controllare» la Cisl calabrese. Di lui De Magistris scrive: «È posto al centro di un potere politico-economico non discutibile. In virtù dell’incarico direttivo alla Cdo manifesta una conoscenza verso esponenti politici di riferimento nazionali e regionali di prim’ordine». Per il magistrato «il sistema consisteva nella possibilità di ottenere lavori e in cambio Saladino assumeva le persone segnalate dai politici che glieli facevano ottenere».
Vescovo raccomandato
Non solo politici. Ma anche carabinieri, questori, prefetti, magistrati, imprenditori. E un vescovo al quale Saladino prova a
«sistemare» la nipote. Una rete di rapporti impressionante. Tra le persone eccellenti da «accontentare» Saladino annovera, per il pm Donato Veraldi, europarlamentare della Margherita, l’ex presidente Chiaravalloti, il deputato Pino Gentile, Adamo e la moglie, l’imprenditore Pietro Macrì («uomo vicino all’area di Prodi»). Ma ci sono relazioni anche «con l’onorevole dei Dl Gigi Meduri (sottosegretario alle Infrastrutture), al quale Saladino e il suo socio Franzé hanno assunto tramite la società di lavoro interinale Why Not il figlio», «con il senatore Pietro Fuda, al quale Saladino ha fatto assumere diverse persone da lui segnalate». E secondo quanto racconta al Pm una «gola profonda», ex collaboratrice di Saladino, quest’ultimo avrebbe avuto rapporti «ravvicinati» con i seguenti politici nazionali: Pisanu, Cesa, Gasparri, Alemanno, Dini, Rutelli, Mastella, Cuffaro, Soru, Minniti, Bassolino, Formigoni, Amendola, Galati «e con il professor Rossi, pugliese, persona vicina al ministro D’Alema». È comunque Adamo per il Pm il politico più attivo nel segnalare le persone da assumere.
Spunta il «compagno G»
È sempre la superteste a introdurre il capitolo sulla «Loggia San Marino», con riferimento a Pietro Macrì. Nel «comitato d’affari» spunta «tale Castellucci, persona di Primo Greganti, che Saladino avvicinò tramite Vincenzo Bifano, all’epoca presidente regionale della Cdo, che oggi frequenta gli ambienti dei Ds in Calabria».
Altro personaggio investigato da De Magistris è Cristina Sanesi, portavoce dei «circoli Margo» di Rutelli. Tutto il decreto è un ginepraio di nomi, intercettazioni, verbali. Si trovano pure gli onnipresenti Mancini, Pollari e Tavaroli. C’è spazio per criticare l’attività «non istituzionale di alcuni ufficiali della Gdf», oltre a Poletti, si parla del capo del generale Cretella Lombardo. Ma l’azzurro Sandro Bondi parla di «ennesimo polverone» e annuncia un’interpellanza parlamentare, solidarizzando con Poletti.
Il Giornale.it
n. 30 del 2009-02-04 pagina 6
Calabria, affari e massoneria: sotto inchiesta anche Bisignani
L'indagine sui fondi erogati dall'Unione europea
Corpo
CATANZARO - Luigi Bisignani è accusato dalla procura di Catanzaro di associazione a delinquere, truffa, violazione della «legge Anselmi» sulle associazioni segrete ed è anche ritenuto «potenzialmente idoneo a gestire operazioni finanziarie finalizzate al riciclaggio di denaro». Casa e uffici sono stati perquisiti. Il pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, è arrivato a Bisignani attraverso le inchieste avviate in Calabria e in Basilicata sui finanziamenti pubblici nazionali, europei e regionali drenati da comitati d' affari interpartitici e interistituzionali e ha individuato proprio in lui una delle «teste» del comitato d' affari che munge denaro pubblico per centinaia di milioni di euro, «operando con modalità occulte e con soci occulti e alimentando circuiti affaristici illegali, costituiti da professionisti, faccendieri, politici e imprenditori». Secondo la pubblica accusa (del caso si occupa anche Panorama in edicola oggi), questo dei quattrini erogati dall' Unione europea è ormai «un sistema». «Apparentemente - dice il pm -, un sistema per favorire lo sviluppo e l' interesse generale». In realtà, un modo più «diretto» per finanziare se stessi: si tratti del proprio partito, della lobby di appartenenza, o del proprio conto corrente. Tanto è vero che de Magistris sta anche cercando conti esteri, sia perché il comitato d' affari avrebbe «solidi legami anche all' estero», sia perché utilizza utenze telefoniche belghe, britanniche, americane - solo in entrata o solo in uscita - in un giro di «contatti circolari e numerosissimi» nel quale si ritrovano sempre gli stessi, eminentissimi personaggi. Tutti, in un modo o nell' altro riconducibili, per coincidenze strane, o anche «per scherzo», come sostiene Antonio Saladino, ras della Compagnia delle Opere nel Sud Italia e tra i personaggi chiave della vicenda, alla cosiddetta Loggia di San Marino. Sarebbe questo il nuovo centro di potere affaristico-massonico che, sempre secondo l' accusa, guarderebbe con favore sia a destra che a sinistra e porterebbe diritto a uomini dell' entourage del presidente del Consiglio, Romano Prodi. Non solo per la presenza, tra gli indagati, di Piero Scarpellini, che di Prodi è stato consigliere per gli affari esteri, e di suo figlio Alessandro. Di Piero Macrì, definito da Saladino «uomo di Prodi e della loggia di San Marino» e di Franco De Grano (capo dipartimento per i fondi comunitari e cognato di Macrì). Ma anche per il ruolo di due società, Delta spa e Ilte spa, e di due utenze telefoniche mobili. La Ilte spa fa capo a Luigi Bisignani, definito dal pm «ex socio attivo della P2». Il traffico telefonico della Ilte è stato rintracciato nel cellulare sequestrato al generale della Guardia di finanza, Cretella Lombardo, al quale viene attribuito «un ruolo centrale e a dir poco inquietante nella fitta rete, occulta, per colludere in diversi ambienti istituzionali». Chi parlava con la Ilte, cioè con Bisignani? Tutti gli indagati eccellenti di questa vicenda, Delta spa in testa (tra i cui soci fondatori ci sarebbe la Cassa di Risparmio di San Marino). Questa società, dicono i risultati investigativi finora noti, utilizzava due diverse schede telefoniche Sim Gsm e lo faceva sullo stesso telefono in cui venivano utilizzate altre schede Sim Gsm «equivoche». Contatti e colloqui «riservati» a 360 gradi, dunque, «di assoluto pregio investigativo», anche con il finanziere Francesco Micheli, alcune attività del quale sono legate a Bisignani e per questo sottoposte a indagini, e persino «con la società di intercettazioni Sio srl, che esegue servizi di intercettazioni e altre attività per conto dell' autorità giudiziaria». Ma la cosa più sorprendente è che nella memoria del cellulare sequestrato ad Antonio Saladino il numero di Delta spa è registrato con il nome «Romano Prodi». Potrebbe trattarsi di una coincidenza. Ma è da quella utenza che almeno per un paio di anni Scarpellini, e non solo lui, parlano con Bisignani, Saladino e le altre persone coinvolte a vario titolo (indagate e non) nel «programma criminoso consistente nella distribuzione di ruoli tra imprenditori, professionisti e pubblici amministratori, finalizzato a percepire illecitamente finanziamenti pubblici attraverso la costituzione di società o la partecipazione in società già costituite». E i progetti fioccano. Quello denominato Euromediterraneo vale 1.100 milioni di euro, fa capo a Scarpellini e dovrebbe studiare «i flussi migratori dalla Libia». E il cellulare? Rimane sempre attivo. Nel 2005 e fino al 2006 lo utilizzano «L' Ulivo - I democratici». Da quest' anno è passato direttamente alla presidenza del Consiglio dei ministri.
06/07/2007
Corriere della Sera
Carlo Vulpio
Corpo
CATANZARO - Luigi Bisignani è accusato dalla procura di Catanzaro di associazione a delinquere, truffa, violazione della «legge Anselmi» sulle associazioni segrete ed è anche ritenuto «potenzialmente idoneo a gestire operazioni finanziarie finalizzate al riciclaggio di denaro». Casa e uffici sono stati perquisiti. Il pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, è arrivato a Bisignani attraverso le inchieste avviate in Calabria e in Basilicata sui finanziamenti pubblici nazionali, europei e regionali drenati da comitati d' affari interpartitici e interistituzionali e ha individuato proprio in lui una delle «teste» del comitato d' affari che munge denaro pubblico per centinaia di milioni di euro, «operando con modalità occulte e con soci occulti e alimentando circuiti affaristici illegali, costituiti da professionisti, faccendieri, politici e imprenditori». Secondo la pubblica accusa (del caso si occupa anche Panorama in edicola oggi), questo dei quattrini erogati dall' Unione europea è ormai «un sistema». «Apparentemente - dice il pm -, un sistema per favorire lo sviluppo e l' interesse generale». In realtà, un modo più «diretto» per finanziare se stessi: si tratti del proprio partito, della lobby di appartenenza, o del proprio conto corrente. Tanto è vero che de Magistris sta anche cercando conti esteri, sia perché il comitato d' affari avrebbe «solidi legami anche all' estero», sia perché utilizza utenze telefoniche belghe, britanniche, americane - solo in entrata o solo in uscita - in un giro di «contatti circolari e numerosissimi» nel quale si ritrovano sempre gli stessi, eminentissimi personaggi. Tutti, in un modo o nell' altro riconducibili, per coincidenze strane, o anche «per scherzo», come sostiene Antonio Saladino, ras della Compagnia delle Opere nel Sud Italia e tra i personaggi chiave della vicenda, alla cosiddetta Loggia di San Marino. Sarebbe questo il nuovo centro di potere affaristico-massonico che, sempre secondo l' accusa, guarderebbe con favore sia a destra che a sinistra e porterebbe diritto a uomini dell' entourage del presidente del Consiglio, Romano Prodi. Non solo per la presenza, tra gli indagati, di Piero Scarpellini, che di Prodi è stato consigliere per gli affari esteri, e di suo figlio Alessandro. Di Piero Macrì, definito da Saladino «uomo di Prodi e della loggia di San Marino» e di Franco De Grano (capo dipartimento per i fondi comunitari e cognato di Macrì). Ma anche per il ruolo di due società, Delta spa e Ilte spa, e di due utenze telefoniche mobili. La Ilte spa fa capo a Luigi Bisignani, definito dal pm «ex socio attivo della P2». Il traffico telefonico della Ilte è stato rintracciato nel cellulare sequestrato al generale della Guardia di finanza, Cretella Lombardo, al quale viene attribuito «un ruolo centrale e a dir poco inquietante nella fitta rete, occulta, per colludere in diversi ambienti istituzionali». Chi parlava con la Ilte, cioè con Bisignani? Tutti gli indagati eccellenti di questa vicenda, Delta spa in testa (tra i cui soci fondatori ci sarebbe la Cassa di Risparmio di San Marino). Questa società, dicono i risultati investigativi finora noti, utilizzava due diverse schede telefoniche Sim Gsm e lo faceva sullo stesso telefono in cui venivano utilizzate altre schede Sim Gsm «equivoche». Contatti e colloqui «riservati» a 360 gradi, dunque, «di assoluto pregio investigativo», anche con il finanziere Francesco Micheli, alcune attività del quale sono legate a Bisignani e per questo sottoposte a indagini, e persino «con la società di intercettazioni Sio srl, che esegue servizi di intercettazioni e altre attività per conto dell' autorità giudiziaria». Ma la cosa più sorprendente è che nella memoria del cellulare sequestrato ad Antonio Saladino il numero di Delta spa è registrato con il nome «Romano Prodi». Potrebbe trattarsi di una coincidenza. Ma è da quella utenza che almeno per un paio di anni Scarpellini, e non solo lui, parlano con Bisignani, Saladino e le altre persone coinvolte a vario titolo (indagate e non) nel «programma criminoso consistente nella distribuzione di ruoli tra imprenditori, professionisti e pubblici amministratori, finalizzato a percepire illecitamente finanziamenti pubblici attraverso la costituzione di società o la partecipazione in società già costituite». E i progetti fioccano. Quello denominato Euromediterraneo vale 1.100 milioni di euro, fa capo a Scarpellini e dovrebbe studiare «i flussi migratori dalla Libia». E il cellulare? Rimane sempre attivo. Nel 2005 e fino al 2006 lo utilizzano «L' Ulivo - I democratici». Da quest' anno è passato direttamente alla presidenza del Consiglio dei ministri.
06/07/2007
Corriere della Sera
Carlo Vulpio
OPERAZIONE CAMERETTE
OPERAZIONE CAMERETTE .
La fornitura mascherata da commercio di mobili
Traffico d' armi e spie
Ex agente Sismi offri' macchinari per proiettili a Gheddafi.
Confermata la "pista" del giudice Casson Il business ideato dalla "centrale" torinese Le rivelazioni di uno degli 11 arrestati Ex agente Sismi offri' macchinari per proiettili a Gheddafi
SALERNO . L' inchiesta risale al luglio scorso. Undici persone finirono in manette su provvedimenti di custodia cautelare emessi dalla Procura della Repubblica di Napoli per un traffico d' armi internazionale tra il nostro Paese e la ex Jugoslavia. All' epoca se ne parlo' come di una delle tante azioni di polizia tese a contrastare traffici poco puliti e operazioni di riciclaggio della criminalita' organizzata, ma dalle pieghe di un' indagine riservata emergono oggi scenari inquietanti. Faccendieri, informatori dei servizi segreti, alti esponenti del regime libico. E, sullo sfondo, la vendita al Paese arabo di un macchinario . di produzione italiana . per la fabbricazione di munizioni e bossoli per cannoni, organizzata da due informatori dei servizi segreti italiani e con il diretto coinvolgimento del centro Sismi (il nostro Servizio informazioni militare) di Torino. Ed e' proprio uno degli arrestati nel blitz di luglio, Giovanni Antista, a confermare le intuizioni degli investigatori in un interrogatorio reso diversi mesi fa al sostituto procuratore Salvatore Sbrizzi. Dopo una iniziale reticenza Antista, infatti, ha parlato dell' offerta di vendita alla Libia come successiva alle indicazioni fornitegli da Giuseppe Liguori, che all' epoca dei fatti era il responsabile del centro Sismi di Torino, della quale Giovanni Antista era collaboratore. Fu proprio lui a parlare a Liguori della necessita' di smistare quel macchinario. L' impianto si trovava, fermo, da alcuni mesi in un capannone alle porte del capoluogo piemontese, che era di proprieta' di una ditta . fallita qualche tempo prima . il cui titolare, un ingegnere, era gia' finito sotto inchiesta per un' indagine condotta dal giudice Felice Casson su un vasto traffico internazionale di armi. Quello speciale macchinario faceva gola a molti Paesi e il Sismi lo offri' al leader libico Gheddafi. Il "rais" avrebbe coordinato in prima persona l' importante trattativa utilizzando come portavoce un suo familiare, El Fituri, misterioso e sfuggente trafficante d' armi, conosciuto dai servizi segreti di mezzo mondo con il soprannome di "il cognato del matto". Proprio El Fituri avrebbe dovuto incontrarsi con Giovanni Antista e Giorgio Palandella (anch' egli informatore stabile del Sismi e arrestato), a Ginevra per discutere gli ultimi dettagli della vendita. L' operazione era stata chiamata in codice "Camerette" perche' coperta da una trattativa commerciale illegale consistente nella vendita alla Libia di una prima tranche di 25 mila camere da letto da far passare attraverso la Tunisia evitando, cosi' , l' embargo al quale il Paese arabo e' sottoposto. I contatti con i rappresentanti del colonnello Gheddafi erano tenuti proprio da Giorgio Palandella, che era molto ben introdotto nell' entourage del "rais" al quale, in anni e anni di frequentazione, aveva proposto numerosi altri "affari". Palandella, pero' , muore nel carcere di Poggioreale ai primi di luglio, pochi giorni dopo il suo arresto. Viene stroncato da un infarto, ma la notizia non oltrepassa le roventi mura del carcere napoletano. Un informatore del Sismi arrestato per traffico d' armi e poi morto in circostanze non del tutto chiare non e' cosa da poco. Soprattutto se la moglie, disperata e adirata nei confronti dei "superiori" che non avrebbero preso le difese di suo marito, appare intenzionata a divulgare l' episodio, chiedendo maggiori spiegazioni sulla sua morte. Una delle prime persone che la donna sente e' Giuseppe Liguori, il capo al quale suo marito passava tutte le informazioni di cui veniva in possesso. Liguori, ascoltato due volte dal sostituto procuratore Sbrizzi in qualita' di persona informata dei fatti, rassicura e promette, a puro titolo personale, il suo concreto interessamento per alleviare le pessime condizioni economiche in cui la donna dice di trovarsi. La rabbia della signora, pero' , non dura molto. In pochi giorni, cosi' come emerge da conversazioni telefoniche intercettate dalla Guardia di finanza, la donna viene messa a tacere con il versamento di denaro. Una somma che lei stessa, una volta interrogata dal pm, ammette di aver ricevuto; presentandola, pero' , come una sorta di "risarcimento" versato alla vedova di un dipendente dello Stato.
Pecoraro Rossano
Pagina 13(9 gennaio 1995) - Corriere della Sera
La fornitura mascherata da commercio di mobili
Traffico d' armi e spie
Ex agente Sismi offri' macchinari per proiettili a Gheddafi.
Confermata la "pista" del giudice Casson Il business ideato dalla "centrale" torinese Le rivelazioni di uno degli 11 arrestati Ex agente Sismi offri' macchinari per proiettili a Gheddafi
SALERNO . L' inchiesta risale al luglio scorso. Undici persone finirono in manette su provvedimenti di custodia cautelare emessi dalla Procura della Repubblica di Napoli per un traffico d' armi internazionale tra il nostro Paese e la ex Jugoslavia. All' epoca se ne parlo' come di una delle tante azioni di polizia tese a contrastare traffici poco puliti e operazioni di riciclaggio della criminalita' organizzata, ma dalle pieghe di un' indagine riservata emergono oggi scenari inquietanti. Faccendieri, informatori dei servizi segreti, alti esponenti del regime libico. E, sullo sfondo, la vendita al Paese arabo di un macchinario . di produzione italiana . per la fabbricazione di munizioni e bossoli per cannoni, organizzata da due informatori dei servizi segreti italiani e con il diretto coinvolgimento del centro Sismi (il nostro Servizio informazioni militare) di Torino. Ed e' proprio uno degli arrestati nel blitz di luglio, Giovanni Antista, a confermare le intuizioni degli investigatori in un interrogatorio reso diversi mesi fa al sostituto procuratore Salvatore Sbrizzi. Dopo una iniziale reticenza Antista, infatti, ha parlato dell' offerta di vendita alla Libia come successiva alle indicazioni fornitegli da Giuseppe Liguori, che all' epoca dei fatti era il responsabile del centro Sismi di Torino, della quale Giovanni Antista era collaboratore. Fu proprio lui a parlare a Liguori della necessita' di smistare quel macchinario. L' impianto si trovava, fermo, da alcuni mesi in un capannone alle porte del capoluogo piemontese, che era di proprieta' di una ditta . fallita qualche tempo prima . il cui titolare, un ingegnere, era gia' finito sotto inchiesta per un' indagine condotta dal giudice Felice Casson su un vasto traffico internazionale di armi. Quello speciale macchinario faceva gola a molti Paesi e il Sismi lo offri' al leader libico Gheddafi. Il "rais" avrebbe coordinato in prima persona l' importante trattativa utilizzando come portavoce un suo familiare, El Fituri, misterioso e sfuggente trafficante d' armi, conosciuto dai servizi segreti di mezzo mondo con il soprannome di "il cognato del matto". Proprio El Fituri avrebbe dovuto incontrarsi con Giovanni Antista e Giorgio Palandella (anch' egli informatore stabile del Sismi e arrestato), a Ginevra per discutere gli ultimi dettagli della vendita. L' operazione era stata chiamata in codice "Camerette" perche' coperta da una trattativa commerciale illegale consistente nella vendita alla Libia di una prima tranche di 25 mila camere da letto da far passare attraverso la Tunisia evitando, cosi' , l' embargo al quale il Paese arabo e' sottoposto. I contatti con i rappresentanti del colonnello Gheddafi erano tenuti proprio da Giorgio Palandella, che era molto ben introdotto nell' entourage del "rais" al quale, in anni e anni di frequentazione, aveva proposto numerosi altri "affari". Palandella, pero' , muore nel carcere di Poggioreale ai primi di luglio, pochi giorni dopo il suo arresto. Viene stroncato da un infarto, ma la notizia non oltrepassa le roventi mura del carcere napoletano. Un informatore del Sismi arrestato per traffico d' armi e poi morto in circostanze non del tutto chiare non e' cosa da poco. Soprattutto se la moglie, disperata e adirata nei confronti dei "superiori" che non avrebbero preso le difese di suo marito, appare intenzionata a divulgare l' episodio, chiedendo maggiori spiegazioni sulla sua morte. Una delle prime persone che la donna sente e' Giuseppe Liguori, il capo al quale suo marito passava tutte le informazioni di cui veniva in possesso. Liguori, ascoltato due volte dal sostituto procuratore Sbrizzi in qualita' di persona informata dei fatti, rassicura e promette, a puro titolo personale, il suo concreto interessamento per alleviare le pessime condizioni economiche in cui la donna dice di trovarsi. La rabbia della signora, pero' , non dura molto. In pochi giorni, cosi' come emerge da conversazioni telefoniche intercettate dalla Guardia di finanza, la donna viene messa a tacere con il versamento di denaro. Una somma che lei stessa, una volta interrogata dal pm, ammette di aver ricevuto; presentandola, pero' , come una sorta di "risarcimento" versato alla vedova di un dipendente dello Stato.
Pecoraro Rossano
Pagina 13(9 gennaio 1995) - Corriere della Sera
QUI SI RISENTE ODORE DI P2
Da Panorama del 12 dicembre 1996
QUI SI RISENTE ODORE DI P2
ACCUSE. David Monti sostituto procuratore di Aosta. Con l'inchiesta Phoney Money ha messo a soqquadro il mondo politico e i vertici di alcuni colossi pubblici. Ora l'indagine, che ipotizzava anche l'esistenza di una lobby occulta, gli è stata sottratta. Martedì 17 dicembre, Monti deporrà davanti al Consiglio superiore della magistratura.
<>. Cosa vuole dire? <>. Per esempio? <>. Sta dicendo che lei è stato fermato da quegli stessi poteri che stava inquisendo? <>. I1 sostituto procuratore di Aosta David Monti, il promotore dell'inchiesta Phoney money, sta affilando le armi in vista dell'audizione, prevista per martedì 17 dicembre, al Consiglio superiore della magistratura. In quella sede il magistrato lancerà le sue accuse contro coloro, a cominciare dal procuratore capo di Aosta, che gli hanno sottratto le indagini (aperte la scorsa primavera, dopo aver scoperto un coiossale traffico di titoli falsi) su una lobby occulta. Punterà I'indice molto in alto. È convinto, Monti, che <>. Ha sostenuto che esiste una trama per mettere in difficoltà il presidente della Repubblica. Lo conferma? <> spiega. Informazioni nel senso che ha scoperto dossier riservati sul capo dello Stato? <>. Solo sul conto di Oscar Luigi Scalfaro? <>. All'opera, dunque, sia nella Prima che nella Seconda repubblica, <>. Parole pesanti, dottor Monti: frutto di sue deduzioni o di prove raccolte? <>. Per scoprire che cosa? <>. E dunque? Visto che quei personaggi rispondono ai nomi di Enzo De Chiara e Mario Ferramonti, da me indagati, posso sostenere che il loro ruolo non è da sottovalutare>>.Ferramonti, leghista della prima ora, è però un piccolo faccendiere...
<>. Sta dicendo che esiste ancora quella loggia? <> Ma non è acqua passata? <> Vuole fare un esempio? <>. Forse perché le prove della presunta cospirazione non hanno retto fino alla sentenza definitiva. <>. Allora lei è stato un ingenuo ad aprire un'indagine su una questione cosi difficile e controversa. <>. Quando ha capito che sarebbe stata un'impresa ardua? Dopo aver iscritto nel registro degli indagati personaggi di primo piano come l'amministratore del colosso Stet o il vicecomandante della Finanza? <>. Come fa a sostenere una simile accusa? <>. E con Foligni era apparso un trafficante libico, Omar Yaia, ora riemerso nell'inchiesta dei magistrati di La Spezia... <>. Dottor Monti, siamo un po' alla preistoria... <>. Vuole dire che i suoi imputati sono legati a doppio filo a una trama mai spezzatasi? <>. Forse è un po' poco per sostenere un intreccio perseguibile penalmente. A meno che lei, che ha seguito da vicino il tentativo di formare il governo da parte di Antonio Maccanico mettendo sotto controllo alcuni telefoni, abbia raccolto elementi non ancora venuti alla luce. <>. Eppure, interrogando alcuni testimoni, lei ha posto domande sulla appartenenza di Maccanico alla massoneria. <>. Circola voce che lei sia, diciamo, troppo emotivo, che volesse interrogare pure il presidente Clinton... <>. I1 senatore Giovanni Pellegrino accusa i magistrati di dipietrismo, Luciano Violante denuncia l'esistenza di una repubblica giudiziaria. I1 Pds, partito cui appartengono i due uomini politici, vi ha abbandonato? <>. Vogliamo definire il potere occulto? <> Qual è il loro ruolo? <>. Dottor Monti, lei da studente è stato iscritto alla massoneria. <>. Cos'è il distintivo che ha sul bavero? <>.
Marcella Andreoli
QUI SI RISENTE ODORE DI P2
ACCUSE. David Monti sostituto procuratore di Aosta. Con l'inchiesta Phoney Money ha messo a soqquadro il mondo politico e i vertici di alcuni colossi pubblici. Ora l'indagine, che ipotizzava anche l'esistenza di una lobby occulta, gli è stata sottratta. Martedì 17 dicembre, Monti deporrà davanti al Consiglio superiore della magistratura.
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Marcella Andreoli
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