martedì 12 gennaio 2010

Mafia e potere

Il 16 settembre 2008 si è tenuto a Milano, a Palazzo Marino, un dibattito pubblico per la ricorrenza del 30° anniversario della morte di Peppino Impastato, dal titolo “Mafia e potere a Milano a 100 passi dal duomo”.

Il dibattito è stato molto interessante.

Il tema è importantissimo, perché è evidente che siamo, nel nostro Paese, a una fase “nuova” della dinamica delle organizzazioni mafiose.

“Eliminati” i mafiosi con la coppola, i Reina, i Santapaola, i Provenzano, la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra non sono affatto finite.

Esse vivono e prosperano più che mai e, anzi, paradossalmente è quasi certo che abbiamo preso infine i Reina, i Santapaola e i Provenzano proprio perché alle mafie quelli come loro non servivano più.

E’ accaduto alle mafie quello che accade anche alle imprese.

C’è stato il tempo in cui l’impresa si faceva secondo certe logiche per così dire artigianali del dopo guerra.

Ma poi sono arrivati i figli di quegli imprenditori che la fanno in tutt’altro modo.

Mentre i loro padri mettevano da parte i soldi a poco a poco e parlavano ancora il dialetto, le nuove generazioni di imprenditori parlano le lingue e compiono audaci operazioni finanziarie.

Così, della mafia, della ‘nrangheta, della camorra vivono e operano oggi le “nuove generazioni”.

Le organizzazioni criminali oggi non sono più bassa manovalanza che ha contatti con il potere e l’economia. Sono pezzi perfettamente integrati del potere e dell’economia.

Non tengono più i soldi sotto il mattone e non si parlano con i “pizzini”.

Non ammazzano i giudici. Li fanno trasferire.

Non ammazzano i giornalisti. Li licenziano.

Non chiedono i subappalti del movimento terra, ma partecipazioni azionarie.

Non chiedono qualche centinaia di euro di pizzo, ma il finanziamento di un’opera pubbica.

Questo, ovviamente, condiziona insuperabilmente le dinamiche politiche ed economiche del Paese.

Chi ha potere – politico ed economico – ha anche legami dai quali non è possibile defilarsi a piacimento.

Certe relazioni producono condizionamenti insuperabili.

Difesa da tutto questo dovrebbero essere le leggi e i tribunali.

Proprio per questo i tribunali sono in corso di smantellamento e le leggi non sono più qualcosa di prestabilito da rispettare tutti, ma qualcosa che si cambia al bisogno per venire incontro alle esigenze di chi le può fare e disfare.

Il Parlamento non è più il luogo dove si discutono e si perseguono gli interessi generali del Paese, ma una sorta di proprietà privata di pochi segretari di partito che designano chi deve occuparlo e vi installano i portatori di tanti grandi e piccoli interessi privati.

Ciò che il potere e l’economia hanno sempre fatto nel nostro Paese è tentare di fare credere che i legami con le organizzazioni criminali non ci fossero o fossero del tutto accidentali e occasionali.

Purtroppo è assolutamente evidente che non è così.

I casi che lo dimostrano sono centinaia.

Basterebbe per tutti la vicenda di Michele Sindona e delle sue banche.

Pubblicato da "Uguale per tutti" a 22.34




19 commenti:
Antonio Candeliere ha detto...
interessante

29 settembre 2008 09.51
Luigi Morsello ha detto...
Un complimento vivissimo alla Redazione: siete formidabili !!!

29 settembre 2008 10.03
Anonimo ha detto...
A nome dei giornalisti licenziati. Grazie. Pino Finocchiaro

29 settembre 2008 11.38
Felice Lima ha detto...
Grazie di cuore a te, carissimo Pino (Finocchiaro), per la testimonianza di rettitudine e di coraggio che hai dato e dai con il tuo lavoro di giornalista che preferisce essere "licenziato" che "servo".

Felice Lima

29 settembre 2008 11.45
Marco Mambrini ha detto...
Segnalo che è possibile ascoltare la registrazione audio integrale (con dicascalie degli interventi) del dibattito pubblico del 16 settembre collegandosi a questo link: http://blip.tv/file/1281994/

Ringrazio per l'attenzione ed auguro buon lavoro!


29 settembre 2008 15.52
Stefania Tirelli ha detto...
Gent.ma Redazione,

Sono perfettamente d’accordo con quest’articolo, ma vorrei aggiungere qualcosa, se mi è consentito, senza voler peccare di superbia.
Credo che il problema vero sia ancora più grave e più profondo. Cerco di spiegarmi al meglio: qualsiasi riforma o cambiamento sia fatto in ambito di giustizia non porterà alcun miglioramento se non minimo. Anche se tutte le persone con procedimenti penali in corso fossero espulse dal parlamento e tutti i giudici corrotti fossero sostituiti, se le leggi cambiassero e i codici civili e penali fossero riscritti, il risultato sarebbe lo stesso!

Quello che voglio dire è che l’uomo è debole ed il potere “seduce”. La seduzione è qualcosa di sottile, che ti “prende i sensi” e “non ti fa più ragionare”. Non si tratta più di mafia e di connivenze politico-economiche con essa, ma di coscienza che non esiste più. Il potere, il denaro, il successo… Oggi sono questi gli “dei” da adorare e venerare!

L’onestà, la coerenza, la generosità, l’integrità morale... sono principi ormai dimenticati e che oggi possiamo trovare solo nelle persone umili (come noi che c’incontriamo in questo blog) o che hanno sofferto, alle quali purtroppo non è concesso di “emergere”. Con il termine “umili” non voglio essere dispregiativa, anzi… Credo che l'umiltà sia una qualità indispensabile per capire e aiutare. Gli “umili” sono i veri “illuminati”, i veri “nobili d’animo”... ai quali è concesso solo di scrivere su di un blog il loro parere!

E allora che fare? Possiamo continuare a lottare; per noi, per i nostri figli e per tutte le persone che amiamo! Possiamo “raccontare” le “verità nascoste” come i profeti divulgavano la parola di Dio nell’antichità! Da quei “vangeli” è nata una grande religione; dalle nostre parole potrebbe nascere “un grande mondo”.

Grazie a tutti voi per quello che scrivete!

Stefania – Reggio Emilia

29 settembre 2008 15.59
Luciana ha detto...
Interessante post, del quale mi piace soprattutto il passaggio seguente:

"Ciò che il potere e l’economia hanno sempre fatto nel nostro Paese è tentare di fare credere che i legami con le organizzazioni criminali non ci fossero o fossero del tutto accidentali e occasionali".

Ecco, non è da adesso che l'andazzo va avanti, è da SEMPRE.

I morti eccellenti ci sono stati perchè i poteri collusi, mafiosi, inprenditoriali e politici, dovevano solo affinare le armi, imparare il galateo, capire come si sta al mondo.
Ma è normale, venivano tutti fuori da una guerra mondiale, anzi due, quale galateo volevate che conoscessero se non quello del mercato nero?

Credo però che sia pericoloso pensare che ai novelli gattopardi bastino il potere e la quasi totale impunità raggiunti negli ultimi decenni.
Prova ne sono gli attentati sventati rivolti contro magistrati impegnati nell'antimafia.

No, purtroppo la violenza è un pilastro portante di certi "affari".

E, pensate come siamo ridotti, considero una benedizione certi licenziamenti o trasferimenti.

Un giornalista licenziato può continuare a scrivere e denunciare.
Un giornalista morto no.

Un giudice trasferito, pur se ignobilmente, può continuare il suo lavoro.
Un giudice morto no.

Pagherei non so cosa pur di sapere che alcune delle migliori menti che questo Paese abbia mai avuto (penso a Giancarlo Siani, Pippo Fava, Borsellino, Falcone e tanti altri) sono ancora qui tra noi a spronarci, a darci coraggio.

No, malgrado tutto, non rimpiango i vecchi tempi, quando "sembrava" che non tutto fosse perduto.

Mi fa imbestialire invece vedere che non riusciamo a scrollarci dalle spalle queste carogne, perchè scrollarseli di dosso vorrebbe dire rinunciare anche a quei miseri privilegi che ci concedono.

E il popolo italiano non se la sente di fare un sacrificio del genere.
Preferisce andare a cena fuori dallo Zozzone...

Luciana

29 settembre 2008 17.43
Anonimo ha detto...
Grazie anche a Te Stefania, per le verità scritte!
Gianni Barbacetto fa parte di una minoranza di giornalisti non omogenei al "sistema" che per fortuna si stanno facendo spazio nel desolante panorama mediatico del paese. Onore al suo, ed al loro, coraggio!
Ma certamente non sono e non possono essere loro i depositari delle verità per le quali l'Italia si ritrova ad essere governata dall'attuale classe politica bipartisan e, grazie a quest'ultimi, a non essere più lo "Stato culla del diritto" come veniva considerata dai Paesi più evoluti del mondo.

29 settembre 2008 17.55
Anonimo ha detto...
Concordo con le belle parole di Stefania, anche se non apprezzo le "religioni laicizzate", senza Trascendente.

Quello che dice Stefania attiene alla morale. In realtà, per il buon funzionamento del diritto, non è necessario far ricorso alla morale profonda di ciascuno.

Basta un poco di senso civico, assai diffuso in molti paesi più civili del nostro.

29 settembre 2008 19.10
Anonimo ha detto...
Per Stefania e coloro che condividono le sue considerazioni.

Il ragionamento di Stefania è comprensibile. Spiega come soggetti dotati di cultura ,sensibilità ,intelligenza media possano auto lobotomizzare la propria capacità critica ,il proprio senso morale ed etico a fronte dei vantaggi apparenti (più spesso) o reali connessi ai soldi e al potere . Però se cogliamo il messaggio profondo trasmesso dal potere mafioso e colluso e dalla "spettacolarizzazione " mediatica dello stesso ,scorgiamo innanzitutto un'indicazione comportamentale e una minaccia sempre latente rivolta alla massa:"se vuoi essere ricco ,avere successo, emergere ,ti devi lobotomizzare,devi "cedere alla debolezza",devi farti sedurre, non devi "ragionare". Se non comporti così sarai povero, umile-umiliato e coglione. L'umanità è divisa in due :chi stà di quà e chi di là".
Ma il ragionare ,riflettere l'essere critico costituisce un modo d'essere se stessi dell'uomo e della donna contemporanei altrettanto naturale del cedere alla seduzione e in particolare alla seduzione del potere. Ciò che il potere colluso e mafioso pretende dalle masse è qualcosa che somiglia assai più alle forme di sottomissione al capo dei primati(gorilla e scimpanzè) che alla "sottile seduzione del potere". Non a caso i medici del S. Rita di Milano che hanno dichiarato agli inquirenti di "eseguire gli ordini del capo" cercavano l'immedesimazione in ridicoli modelli negativi :" Sono l'Arsenio Lupen della medicina.." .
Altre due considerazione :non è vero che non esiste più la coscienza ma è vero che l'istigazione a lobotomizzare la coscienza critica parte dall'alto.
Non è vero che i boss mafiosi non usano più i "pizzini" ma è vero che oggi li consegnano a stimatissimi avvocati ,come l'avvocato Trapani .
E' assolutamente falsa l'idea che " Qualsiasi riforma o cambiamento sia fatto in ambito di giustizia non porteterà alcun miglioramento se non minimo".
Da dove discende questa certezza della signora Stefania Tirelli?
Che sia difficile e problematico in questo contesto di governo è certamente lecito crederlo, ma la spensierata rassegnazione sul tema della giustizia esibita dalla signora da sinceramente fastidio.

29 settembre 2008 21.49
Anonimo ha detto...
Per anonimo delle 21.49.
Grazie, per quanto mi riguarda, in tema di considerazioni(avevo condiviso quelle di Stefania), da adesso condivido le tue!
b

29 settembre 2008 22.40
Anonimo ha detto...
POLIZIOTTI MORTI: MARONI, VINCEREMO CRIMINALITA'
...Gabriele Rossi e Davide Alighieri, i due agenti della Polizia di Stato morti il 26 settembre durante l' inseguimento di un' automobile guidata da un pregiudicato. ...
...Accanto a Maroni hanno preso posto il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, il deputato di An Mario Landolfi,...
Tralasciando il fatto che Maroni ha precedenti penali per aggressione ad un polizziotto in servizio e che il TG1 già nell'immediatezza della tragedia aveva dato la notizia che la volante stava inseguendo gli autori della strage di Castelvolturno (rivelatosi poi, l'inseguito, un semplice drogato)... gli altri due membri del governo non sono oggetto di indagini da parte della magistratura per collusione con il clan dei casalesi?

29 settembre 2008 23.07
stefania tirelli ha detto...
Per anonimo delle 21.49

Grazie per la critica alle mie parole; apprezzo sempre gli interventi intelligenti e meditati.

Forse sono veramente rassegnata… Lasciate però che vi spieghi il motivo.
Ho vissuto sulla mia pelle cosa significa “ribellarsi” a coloro che “comandano”; ho vissuto sulla mia pelle cosa significa “non tacere”, ma denunciare…
Il risultato? La mia vita e quella della mia famiglia è diventata un inferno! Minacce e intimidazioni anche da Pubblici Ufficiali, sentenze ingiuste ed ingiustificate, documenti ”scomparsi nel nulla” dopo essere passati di Procura in Procura… La mia casa messa all’asta e l’impossibilità di trovare un lavoro nella mia città! Articoli di giornale diffamatori al servizio dei “privilegiati”.
Per questo mio padre si è ammalato; per questo io mi sono ammalata; e poi mio fratello… E quando dico malata non intendo un banale influenza…

Come posso non avvertire questo senso di rassegnazione? Io continuo a combattere la mia battaglia, non mi fermo e non mi arrendo, ma vi assicuro che l’aiuto più grande l’ho avuto dalle persone più umili.

E ora ditemi… Chi può sopportare tutto questo? Solo chi crede fermamente in quello che fa; solo chi ha una coscienza pulita ed è certo di essere nel giusto! Null’altro conta! Solo la fede in se stessi! Perché nessuna persecuzione, fisica o psicologica, può intaccare un sincero ed innato senso morale ed etico.

Grazie ancora per avermi fatto riflettere.

Stefania – Reggio Emilia

30 settembre 2008 08.17
Anonimo ha detto...
Stefania
"Non ti curar di lor, ma guarda e passa"
b

30 settembre 2008 09.47
Anonimo ha detto...
per anonimo delle 23.07. Spero che qualcuno segnali a Maroni questo blog ,cosicchè possa rendersi conto di come viene recepita da una parte dei cittadini "vittoria dello stato" per la sconfitta delle bande armate di cammorristi casalesi e di come l'esultanza per il successo delle forze di polizia cozzi con le grottesche figure dei politici di "riferimento" dei clan che siedono vicino a lui. Non credo che Maroni per aver auto qualche precedente per colluttazioni durante manifestazioni pubbliche o cortei possa neppure minimamente essere paragonato a un Cosentino O Landolfi. Eppure il ridicolo della nostra casta politica che non conosce i normali ricambi necessari in una seria democrazia rappresentativa si manifesta proprio in questi fotogrammi ufficiali che vedono il ministro dell'interno ispiratore del bliz accanto ai sottosegretari o segretari indagati per collusioni con gli autori degli efferati delitti camorristi oggetto del bliz stesso.Nella precedente legislatura potevamo ammirare il senatore Andreotti accanto a Furio Colombo e Felice Casson(tanto per fare un esempio).
Per Stefania Tirelli . Mi piacerebbe se raccontasse il suo caso con più precisione.

30 settembre 2008 16.06
salvatore d'urso ha detto...
2 MAFIE...

UNA VESTE LA COPPOLA...

L'ALTRA LA CRAVATTA...

LA PRIMA LA VEDIAMO PUBBLICIZZATA IN TV... CON LE SUE STRAGI... E I TANTI SQUALLIDI MODI DI AGIRE...

LA SECONDA E' QUELLA CHE CI MOSTRA LA PRIMA IN TV... AFFINCHE' CONTINUI A RIMANERE NASCOSTA... E CONTINUARE A COLTIVARE... INDISTURBATA I SUOI AFFARI...

IL TORERO MOSTRA AL TORO IL SUO MANTELLO ROSSO... IL TORO ANZICHE' CONCENTRARE LA SUA ATTENZIONE SUL TORERO CONTINUA AD ATTACCARE INSTANCABILMENTE IL DRAPPO ROSSO... FINO A QUANDO IL TORO SFIANCATO CROLLA SOTTO I RIPETUTI AFFONDI DEL TORERO... SE IL TORERO VENISSE INFILZATO DAL TORO IL DRAPPO ROSSO CADREBBE A TERRA SENZA RAPPRESENTARE PIU' ANCH'ESSO ALCUNA MINACCIA...

MA IL COLORE... DEL MANTELLO E' TROPPO BELLO DA GUARDARE...

30 settembre 2008 17.09
Luciana ha detto...
X Stefania Tirelli

Hai tutta la mia solidarietà.

Luciana

30 settembre 2008 17.22
Stefania Tirelli ha detto...
Per anonimo delle 16.06
e per tutti coloro che mi hanno dimostrato solidarietà o che comunque si sono interessati con serietà alla mia storia.

Vorrei tanto raccontare ciò che è successo, con nomi e cognomi, ma prima di farlo vorrei sapere se, dal punto di vista giuridico, ci possono essere delle conseguenze, visto che i processi sono ancora in corso… Lo chiedo perché sono stata accusata dalla D.I.G.O.S. di aver personalmente ed intenzionalmente divulgato la mia storia, dandola in paso ai giornali… Come se avessi bisogno di altre minacce o ingiustizie!!!!!!

Per il momento mi limito ad una breve sintesi dei fatti (diversamente dovrei scrivere un libro!) e cercherò di essere molto “fredda” ed “obbiettiva” ma altrettanto sincera… alla faccia di tutti gli ipocriti che” istigano” le brave persone a denunciare i reati invece di voltarsi dall’altra parte o addirittura diventare complici!

Tutto ha avuto inizio circa quattro anni fa; per una serie di inquietanti circostanze mi sono ritrovata catapultata in un mondo nel quale massoneria deviata o non, autorità, servizi segreti nazionali ed internazionali e “DELINQUENTI” di classe privilegiata (tutti d’accordo tra loro) regnavano (o dovrei dire regnano) incontrastati su tutto ciò che di illegale si può immaginare, oltre che al “consueto (ormai all’ordine del giorno!) riciclaggio” di denaro sporco. Nella mia immensa ingenuità, ma profonda onestà, mi sono rivolta alla D.I.G.O.S. ed ho denunciato quanto sapevo!
Da quel giorno la mia vita e quella della mia famiglia non sono più state le stesse. Avrei potuto fingere di non aver capito oppure avrei potuto entrare a far parte di questo “mondo privilegiato” dove il denaro, il potere e la politica sono già di per sé un’associazione a delinquere!
Sicuramente la mia vita sarebbe stata più facile e non mi sarei ritrovata SOLA a combattere “GOLIA” (per usare un eufemismo!). Con altrettanta certezza però so che la mia coscienza mi avrebbe uccisa se mi fossi comportata diversamente. Quindi ho preso una decisione: denunciare! Non mi pento di ciò che ho fatto, ma sicuramente non mi aspettavo tutta questa “collaborazione” di malavitosi ad ogni livello: dal carabiniere di provincia al giudice del tribunale, dalle autorità alle istituzioni, da Reggio Emilia a Roma!
Ma in fondo cosa potevo saperne io? Nella mia ignoranza, prima di questi fatti, nemmeno sapevo, per esempio, chi erano Licio Gelli o Sindona o i vari Ministri o i nomi dei mafiosi più ricercati (che in confronto ai personaggi attuali sono “agnellini sacrificali”)... La politica non faceva parte della mia vita! e nemmeno la mafia!

Oggi mi sembra di essere un’enciclopedia! Sono diventata addirittura custode di segreti di stato! Non certo un privilegio, visto che non ho nemmeno più la casa!!! Nonostante tutto riesco ancora a sorridere alla vita, perché in fondo al mio cuore so di avere fatto la cosa giusta. L’unica cosa che mi fa soffrire immensamente è che a pagarne le conseguenze non sono solo io, ma tutta la mia famiglia… Per fortuna anche loro (e da dove sarei potuta uscire altrimenti???) sono brave persone e non mi rimproverano nulla di ciò che ho fatto!

Grazie ancora a tutti voi per l’interesse.

Buona giornata.

Stefania – Reggio Emilia

Il prefetto che non sa (!?) ma stra-parla




Camorra a Parma, il prefetto: “Da Saviano solo sparate”.



di Maria Chiara Perri
(Giornalista)


da Repubblica.it del 27 marzo 2009


Il rappresentante del governo attacca lo scrittore che in diretta televisiva parla degli affari dei Casalesi a Parma. La città al centro delle inchieste del magistrato Raffaele Cantone, dove si è registrata la prima condanna in primo grado per associazione di stampo camorristico nel nord Italia. Nei giorni in cui si costituisce l’associazione Libera e il Pd presenta due interrogazioni sulle infiltrazioni mafiose fatte al ministero dell’Interno.

Titoli shock scorrono sul teleschermo. Roberto Saviano con enfasi pacata ne sottolinea la volontà, ancor prima di mistificare, di riflettere e consolidare la mentalità criminale che divora una terra.

Incolla al teleschermo, mercoledì sera, 4 milioni e mezzo di telespettatori.

Parla anche di Parma, per tre volte, per esemplificare come i tentacoli della camorra abbraccino anche le realtà apparentemente più periferiche del nord Italia.

Due giorni dopo un quotidiano locale, Informazione di Parma, pubblica un’intervista al prefetto Paolo Scarpis. Titolo? “Camorra a Parma? Solo ‘sparate’”.

Un’affermazione che il rappresentante del governo non precisa e non ridimensiona, che consola una città dove nel frattempo sta nascendo l’associazione Libera e le due parlamentari del Pd, Albertina Soliani e Carmen Motta, presentano due interrogazioni sulle infiltrazioni mafiose nel nord Italia fatte al ministro dell’Interno.

Saviano ha citato la città ducale per gli interessi, già raccontati anche da un’inchiesta dell’Espresso, di quel Pasquale Zagaria che insieme al fratello Michele le mise occhi e mani addosso nel campo dell’edilizia.

Ha parlato di come la patria di Maria Luigia, oltre a Milano, sia terra in cui le attività dei criminali si intrecciano con quelle di imprenditori e forse anche politici.

Persino durante il sequestro del piccolo Tommaso Onofri, la camorra si è occupata di Parma: i boss lanciarono sulle colonne di un quotidiano partenopeo una sorta di accorato appello ai rapitori: liberatelo e faremo in modo che non vi succeda niente, fategli del male e ve la faremo pagare.

Tutto questo ha raccontato Saviano nel corso delle tre ore in diretta televisiva, che oggi vengono smontate dal rappresentante del governo.

“Sono ‘sparate’ di una persona che sta a 800 chilometri di distanza, che ha visto Parma di passaggio – si legge nell’intervista pubblicata dall’Informazione di Parma – Durante una riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica avevo chiesto al procuratore ella Repubblica un resoconto di eventuali posizioni aperte nel parmense sentendo anche la Dda di Bologna e la Dia di Firenze: la risposta è stata “non ci sono indagini di questo tipo”. Il tentativo di allarmismo è quindi del tutto fuori luogo e se qualcuno è così convinto di saperne di più dei professionisti del settore, che si faccia avanti facendo nomi e cognomi”.

C’è una cosa che forse Saviano teme più delle minacce che lo costringono a una vita da recluso. Quella di essere delegittimato. Che le accuse di “scrivere favole” che gli rivolgono tanti conterranei possano attecchire e vanificare l’opera di denuncia che tanto gli è costata.

Ai microfoni di Tv Parma, il prefetto Scarpis precisa che in città ci sono realtà di criminalità organizzata, cioè messa in opera da più di due persone, ma non infiltrazioni di stampo mafioso, che presuppongono il controllo del territorio tramite infiltrazioni negli organi che lo governano: non gli risultano indagini di alcun tipo che riguardino mafia, camorra e n’drangheta.

Eppure, l’assalto della camorra sulla città tramite un patto del cemento tra imprenditori del nord e i casalesi, in cui non mancarono contatti con la politica locale, è stato oggetto anche di una recente conferenza di Raffaele Cantone, magistrato che coordinò le indagini su Pasquale Zagaria e scoperchiò gli interessi di Gomorra sulla città ducale.

Parlò di affari da otto milioni di euro, delle capacità imprenditoriali di Zagaria, di una delle più grosse società immobiliari di Parma confiscata, e della prima condanna per associazione camorristica del centro-nord. Una condanna in primo grado per una immobiliare locale.

E anche di un incontro in un albergo romano con un politico, che poi ammetterà di non sapere chi fosse quell’uomo.

Pochi giorni fa la polizia ha arrestato a Colorno, “Michè lo Svizzero”.

E’ Ciro Dell’Ermo, del clan degli Orefice, residente nel parmense con obbligo di firma.

Lo scorso giugno approfittò di un permesso di cinque giorni per tornare ad Acerra e tentare un’estorsione da 100.000 euro ai danni di un imprenditore edile.

I sindacati emiliani dell’edilizia hanno chiesto di estendere l’obbligo delle certificazioni antimafia a tutte le attività, perché “è noto l’intresse di mafia, camorra e n’drangheta per gli appalti di opere pubbliche e private. La presenza della criminalità organizzata è documentata soprattutto a Parma, Reggio Emilia e Modena”.

E sulla ‘ndrangheta c’è anche l’ultima relazione della Dia in cui si parla delle infiltrazioni dei clan calabresi nel territorio provinciale.

La società civile si sta organizzando per costituire nella città ducale l’associazione di Don Ciotti. Una prima riunione c’è stata e vede in prima fila il pastore metodista Giuseppe La Pietra, già responsabile di Libera in Abruzzo. Diverse le realtà locali coinvolte, tra cui l’Agesci, l’Arco e il coordinamento Libera Emilia Romagna.

In questo contesto “Camorra a Parma? Solo sparate” non sfigurerebbe nella collezione dei titoli di Saviano mandati in onda l’altra sera.



Pubblicato da "Uguale per tutti" a 09.22




Stefania Tirelli ha detto...
A domanda del Prefetto,

ogni buon cittadino deve rispondere! Lei chiede agli abitanti del luogo di fare nomi e cognomi…
Non è questa la sede più opportuna e quindi evito di citare persone, ma mi metto a disposizione del Dott. Scarpis per spiegargli le affermazioni di Saviano; il Tribunale di Parma ha tutti i miei recapiti, visto che la mia denuncia ha “soggiornato” (e null’altro!!!!) nella Procura della sua città per diverso tempo, salvo poi essere trasferita a Brescia (perché proprio Brescia?) e definitivamente archiviata! Io abito a 13 km da Parma; è una distanza ragionevole, Sig. Prefetto, per poter esprimere un’opinione?

Visto che le sue interrogazioni a Bologna e Firenze non hanno avuto riscontri in merito, potrei suggerirle di chiedere al Ministero degli Interni a Roma se ci sono sospetti su quanto denunciato da Saviano… Potrei suggerirle di rivolgersi al Prefetto De Stefano – sezione antiterrorismo - per avere delucidazioni in merito, oppure (sempre per restare nei paraggi della città) al Direttore della D.I.G.O.S. di Parma, che la sottoscritta ha avuto il piacere di incontrare proprio per alcuni problemi che, sempre per evitare strumentalizzazioni, non riporto sul blog. Dimenticavo… Potrebbe anche rivolgersi al Questore di Parma (Dott. Gallo), persona che stimo e ammiro!

Oppure potrebbe leggere la Gazzetta di Parma…

Insomma, i mezzi a sua disposizione per informarsi sono sicuramente maggiori dei miei… Allora perché io so e lei no?

Spero che l’Informazione di Parma non abbia riportato correttamente le sue affermazioni, perché in caso contrario sarebbe veramente grave.

Cordiali saluti.
Stefania Tirelli – Reggio Emilia

28 marzo 2009 11.07

Lettera aperta al Dott. Saracino

Illustre Dott. Saracino,

approfitto "spudoratamente" della Sua presenza costante sul blog nonostante il periodo festivo, per porgerle una domanda che in parte riguarda gli avvenimenti degli ultimi giorni. Più precisamente la riapertura delle indagini sulle stagi di Capaci e Via D'Amelio, ma anche sui dubbi sorti in questi ultimi giorni sulla strage di Bologna.
Domanda alla quale non riesco a dare una risposta ed alla quale neppure Lei è obbligato a rispondere nel caso non lo ritenga opportuno.
L'accorato appello del Dott. Ingroia (adesso chi sa, parli!!!) che stimo e ammiro, così come stimo e ammiro tutti i magistrati che scrivono su questo blog, mi ha fatto riflettere a lungo.
Io credo che ci siano molte persone che potrebbero diradare in parte la nebbia che avvolge i più grandi misteri d'Italia o perlomeno dare uno spunto, senza accusare o assolvere qualcuno, per approfondire le indagini in corso.
Probabilmente persone comuni, umili, che non hanno mai avuto a che fare direttamente con la mafia, ma che per pura coincidenza si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato.
E' successo anche a me, seppur in circostanze diverse... E proprio perchè so cosa significa non voltarsi dall'altra parte, ma rivolgersi alle autorità compententi e denunciare, Le chiedo: cos'é più nobile? Compiere un atto di giustizia, mettendo a repentaglio non tanto la propria vita, ma quella della propria famiglia e dei propri cari? O fingere di non sapere?
Premesso che se avessi l'opportunità di tornare indietro rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto, Le dico sinceramente che se un amico mi chiedesse un consiglio, non credo che risponderei. Non lo inciterei a tacere, ma nemmeno a denunciare.
Non si tratta di omertà, come la gente comune potrebbe pensare... Si tratta di conseguenze ad un gesto fatto in nome della verità e della giustizia. Coloro che hanno il coraggio di rivolgersi alle autorità pagano a caro prezzo la loro scelta. Vengono abbandonate al loro destino, vengono annientate economicamente, psicologicamente e professionalmente. Vengono minacciate e denigrate sui giornali. E solo la consapevolezza di avere fatto la cosa giusta, dà loro la forza di resistere alle ingiustizie a cui vengono sottoposte. Ma c'è un limite a ciò che è umanamente sopportabile... Vedere i propri cari subire lo stesso destino... Vedere le persone che amiamo logorarsi e consumarsi di giorno in giorno a causa di un'azione meritevole... Questo è insopportabile! Non lo si augura nemmeno al peggior nemico, figuriamoci a qualcuno che si ama.
Mi scusi se mi sono dilungata, ma era necessario per farle comprendere la mia domanda. Se Lei si trovasse nella condizione di dover mettere in pericolo la vita e la stabilità dei suoi cari, avrebbe la forza (non il coraggio! quello non lo metto in dubbio!) di denunciare? So che in qualità di Magistrato probabilmente vive questa situazione quotidianamente (è proprio per questo che mi sono rivolta a Lei), ma dove si trova una giustificazione per fare tanto male alle persone che più ci volgiono bene?
Lo chiedo perchè è veramente "massacrante" il dolore che si prova...
Grazie per ogni sua parola e per ogni suo intervento.
Con profonda stima.
Stefania Tirelli - Reggio Emilia

7 agosto 2009 8.45


Nicola Saracino ha detto...
Gentile Stefania, quello che lei pone è un problema "culturale".

In un paese normale esiste una netta demarcazione tra il lecito e l'illecito.

E tutti coloro che si mettono in gioco per difendere le istituzioni democratiche attraverso la legalità sanno di poter contare sull'approvazione sociale.

Non sempre così, purtroppo, avviene in Italia dove sembra essere smarrita proprio la cultura della legalità e dove i furbetti di questo o quel quartierino attirano più solidarietà (politica, istituzionale, mediatica) di quanta se ne risevi alle loro vittime.

In questo incide molto l'inesistenza di una stampa libera perché è attraverso la pubblica informazione che si diffondono i valori in tutti gli strati della popolazione.

Quando primeggiano modelli comportamentali disinvolti ed inneggianti al successo (non importa come raggiunto), chi si pone come antagonista rispetto ad essi non ha vita facile.

Qunato lei afferma è, dunque, profondamente sensato. Se la comune insensibilità verso il malaffare prende il sopravvento questo di certo non ne favorisce l'emersione.

E', quindi, una questione di "messaggi" culturali.

Quello lanciato dai magistrati siciliani va nel senso della legalità ed offre uno stimolo positivo a quanti vogliano raccoglierlo.

Nicola Saracino

Oltre il quarto livello

Mafia, politica, servizi segreti, massoneria, alta finanza e terrorismo internazionale.Le indagini giudiziarie del giudice Carlo Palermo svelano una sconvolgente realtà odiernadi Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante

Interamente tratto dalle investigazioni e dagli studi del giudice Carlo Palermo esposti in particolare nei volumi Il quarto livello, Editori Riuniti, 1996 - Il Papa nel mirino, editori Riuniti, 1998.

Da Trento a Trapani, da Trapani alla Russia, al Libano, alla Turchia, agli Stati Uniti seguendo un filo sottile che collega molti misteri irrisolti ai traffici internazionali di armi e stupefacenti. E’ il 1979 quando Assim Akkaia racconta al dirigente della Mobile di Milano Enzo Portaccio che la città di Trento costituisce il punto di congiunzione tra la mafia turca e quella siciliana. Gli alberghi Karinall e Romagna, appartenenti al trentino di origine altoatesina Karl Koefler, fungerebbero da centro di smistamento di morfina base ed eroina pura destinati a raffinerie siciliane e quindi al mercato italiano e statunitense. Le indagini, che iniziano l’anno seguente, conducono alla scoperta di 200 chilogrammi di tali sostanze nelle zone di Trento, Bolzano e Verona importate da una organizzazione che in due anni ha portato in Italia almeno 4000 chilogrammi di sostanze stupefacenti. Il fascicolo che viene consegnato al giudice istruttore Carlo Palermo contiene circa trenta pagine comprendenti un rapporto della polizia e un grafico raffigurante quasi tutti i paesi del mondo. Al centro: Trento collegata alla Sicilia. Ben presto le indagini, svolte in contemporanea con quelle del giudice Giovanni Falcone che avevano smascherato le raffinerie di Trabia e Carini fornite dalla stessa organizzazione trentina, portano in Austria, in Germania, in Svizzera, in Jugoslavia, in Turchia, in Bulgaria e ancora all’individuazione di traffici occulti di armi e petrolio tra il nostro paese e la Libia e al collegamento tra i servizi segreti italiani, americani e orientali nella compravendita di armamenti. Nel 1983 le indagini condotte da Palermo sulle connessioni tra i nostri servizi di sicurezza e l’attentato al Papa approdano a documenti riguardanti Bettino Craxi, da poco presidente del Consiglio, in rapporto a forniture militari all’Argentina in cambio dell’appalto per i lavori della metropolitana di Buenos Aires. E’ del giugno del 1984 la richiesta del giudice trentino di aprire un processo contro lo stesso Craxi ed altri ministri ed esponenti del Psi (vedi ad es. Lagorio, De Michelis, Pillitteri, Mach di Palmstein, Rezzonico, Larini). Il successivo 20 novembre le Sezioni Unite della Cassazione, accusando il giudice Palermo ed alcuni colleghi che avevano pubblicamente espresso solidarietà nei suoi confronti di non essere più “attendibili” ed “imparziali”, spostano a Venezia tutte le inchieste condotte dallo stesso Palermo: tre anni di intenso lavoro racchiuso in oltre trecentomila carte processuali. Il 17 febbraio del 1985, su sua specifica richiesta, il giudice prende servizio presso la Procura della Repubblica di Trapani e il suo primo atto in quella sede è la trasmissione di documenti riguardanti la fornitura alla Libia di tre containers contenenti materiale elettronico rigenerato collegati a tale Antony Gabriel Tannoury, un libanese residente a Parigi considerato il braccio destro di Gheddafi. Anche lui inserito nella stessa inchiesta di Trento nella quale figura Bettino Craxi. Il 2 aprile di quell’anno, mentre la Commissione inquirente è chiamata a decidere sulla richiesta di archiviazione della denuncia mossa al Presidente del Consiglio, a Pizzolungo un’autobomba destinata al giudice Palermo uccide due gemellini di sei anni e la loro madre. Circa un mese più tardi viene scoperto ad Alcamo, in provincia di Trapani, il più grande laboratorio di morfina base d’Europa, appartenente a Cosa Nostra e rifornito sempre dalla stessa organizzazione operante a Trento. Nel 1986, poco dopo il trasferimento del giudice Palermo a Roma (come funzionario del Ministero di Grazia a Giustizia), viene scoperta a Trapani, nascosta dietro la facciata del Centro studi “Scontrino”, una serie di logge massoniche coperte. Sede di incontri tra massoni, templari, politici, mafiosi – tra cui quelli indiziati di aver partecipato all’attentato di Pizzolungo – e dell’Associazione musulmani d’Italia presieduta dal sostituto in Sicilia di Gheddafi. Solo nel 1992, l’anno dell’assassinio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con l’arresto di Mario Chiesa che da il via agli scandali di “Mani Pulite” vengono confermate le teorie formulate nell’inchiesta di Trento in merito al caso Craxi. Nel dicembre dello stesso anno Carlo Palermo, in qualità di deputato de “La Rete”, presenta insieme a tutti i componenti del movimento un’interrogazione parlamentare riferita a vari quesiti emersi nel corso delle indagini di Trento e Trapani. Tra questi il caso Calvi, la P2, lo scandalo della Bcci (Banca di Credito e Commercio Internazionale) e i suoi collegamenti con la svizzera Ubs e altri importanti istituti bancari, le collusioni tra la mafia siciliana e quella pachistana, le forniture militari all’Iraq, la causa delle uccisioni di Falcone e Borsellino, l’attentato al Papa. La reazione dell’allora ministro Martelli è durissima in particolare per le richieste di chiarimenti relative al Conto Protezione. Ma l’arresto, avvenuto pochi giorni dopo, del socialista Silvano Larini successivamente alle sue ammissioni proprio su tale argomento lo spingeranno alle dimissioni. “D’un colpo – spiega il giudice Palermo nel suo libro Il quarto livello - quei misteri che si erano accumulati per tanti anni – che in vario modo riguardavano personaggi diversi, da Fiorini a Gelli, da Larini a Craxi – andavano chiarendosi. Anche se si intuiva che altri ne sarebbero rimasti, e forse quelli più oscuri, che riguardavano l’impiego dei fondi occulti, dei proventi dei vari traffici, di quelle ingentissime somme, cioè, che, in modi talvolta rocamboleschi, dopo infiniti giri, potevano rimanere depositati su conti bancari di qualche istituto più o meno sconosciuto, per venire impiegati al momento opportuno da ignoti utilizzatori.” L’occasione per meglio comprendere alcuni di tali e tanti misteri irrisolti si presenta al giudice Palermo a Washington, nel corso di alcuni incontri politici con deputati e senatori del Congresso statunitense. Siamo nell’ottobre del 1993 quando un ufficiale di collegamento, stretto collaboratore di un congressista del Partito Repubblicano, chiede di parlare con lui.

Task Force on
Terrorism & Unconventional Warfare

“L’incontro è cordiale e, da parte sua, accuratamente preparato. Conosce l’italiano e ... le indagini di cui mi sono occupato in passato. Conosce anche i miei “chiodi fissi”, specialmente quelli relativi alla Bcci, la Banca di Credito e Commercio Internazionale, la Kriminal bank. Mi consegna alcune relazioni segrete redatte su carta intestata ad una certa Task Force on Terrorism & Unconventional Warfare. Anche se scritte in inglese, non mi è difficile, scorrendone il testo (un centinaio di pagine), apprezzarne il contenuto: descrivono i traffici internazionali di stupefacenti ed armi ed il ruolo svolto dall’integralismo islamico, in particolare attraverso la Bcci. Contengono riferimenti precisi su fatti ed episodi degli ultimi dieci anni. L’ultima di queste relazioni è datata 13 luglio 1993. E’ composta da una trentina di pagine. Ricca di nomi è dedicata ai più recenti legami della mafia italiana con quella russa, sino alle stragi di Roma e Firenze di quest’estate! E’ la stessa “pista” su cui mi ero imbattuto dieci anni fa. Allora, come giudice, ero stato fermato da politici e dalla mafia, mentre si verificava una quasi incredibile sovrapposizione di indagini: da una parte, sui legami politici ed economici del Psi a livello interno ed internazionale; dall’altra, sulla mafia, sui commerci di armi, sui servizi segreti, su Gheddafi e sulla Bcci. Nel lontano 1983, in un rapporto della Finanza di Milano, erano stati descritti i ruoli svolti da questo istituto bancario. Erano delineati alcuni elementi di contatto con i ‘nostri’ misteri, quello della P2, dell’Ambrosiano, dell’attentato al Papa, della morte di Calvi, del Supersismi. Tutto risultava collegato ai commerci internazionali di armi, al terrorismo e al ruolo svolto dai servizi segreti americani. Questi ultimi venivano indicati come gli occulti direttori e controllori del nostro paese, considerato territorio in stato di guerra permanente in relazione al conflitto sotterraneo con il comunismo e l’Unione Sovietica. Oggi, dopo dieci anni, e pur non essendo più un giudice, vengo, per motivi che ignoro, “scelto” per entrare in possesso di delicati documenti. Mi si forniscono importanti indicazioni, tratte da fonti completamente diverse da quelle notoriamente conosciute, utili a comprendere misteri del passato e connivenze del presente: sino alle attuali stragi italiane. Ricorrono sempre le forniture di armamenti attraverso organizzazioni islamiche: le più recenti provengono direttamente dagli arsenali ex sovietici. Mi sembra quasi impossibile: tra Mosca e Washington chiudo un cerchio. E’ come un gioco, in cui non mi è dato di conoscere chi muove gli impercettibili fili e quale sia l’obbiettivo finale”. (Tratto da Il giudice di Carlo Palermo, Reverdito Edizioni, 1997)

La Jihad contro
l’Occidente

Nell’agosto del 1995, nell’ambito di un’operazione di polizia denominata “Sfinge”, la Digos arresta dodici egiziani e sequestra diversi documenti i quali attestano il collegamento di un centro culturale islamico con sede a Milano - all’interno del quale era nascosta una cellula dell’organizzazione fondamentalista Jamaa Islamya – con le attività di un campo paramilitare situato nei pressi di Bergamo e adibito all’addestramento di combattenti bosniaci e terroristi islamici all’uso delle armi. Capo dell’organizzazione, la quale si occupava di finanziare attacchi terroristici, era l’imam Anwar Shaban detentore di centinaia di migliaia di dollari depositati in una banca svizzera e amico degli sceicchi Omar Abdel Rahman e Osama bin Laden. Questi ultimi sono stati accusati di aver organizzato un attentato al World Trade Center di Manhattan. Nell’ottobre del ’95, Rahman è stato giudicato responsabile dell’ideazione di un complotto che prevedeva una serie di attentati simultanei a New York, al Palazzo dell’Onu, ai tunnel Lincoln e Holland sotto il fiume Hudson, al ponte George Washington e alla sede dell’Fbi. Tutto ciò in nome della Jihad, la guerra santa contro gli infedeli, contro l’Occidente, l’America, il Papa e al tempo stesso la guerra per l’affermazione di una identità nazionale smembrata in seguito alla decisione presa dalle Nazioni Unite, nel 1947, di dividere la Palestina in stato ebraico e stato arabo. Il noto scrittore Tahar Ben Jelloun in occasione del sequestro di un aereo francese, nel gennaio del 1995, ad opera di integralisti islamici scrive che la situazione è complessa, "i fratelli musulmani in Egitto vogliono governare al posto di Mubarak. Aspettano questa occasione da più di 60 anni. Per combattere una crociata, bisogna essere al potere, avere il potere... E bisogna anche considerare la ricaduta della guerra del Golfo: a causa delle alleanze maturate allora, molti musulmani pensano oggi che l’Occidente sia schierato su posizioni antislamiche...". Vanno poi considerate "altre cose... la povertà, l’incertezza di un qualsiasi lavoro, l’umiliazione di chiedere, sono cause di quella spinta aggressiva... la cui causa prima è la corruzione, e quando dico corruzione penso che ogni musulmano, anche il più povero e insignificante, è a contatto con questo fenomeno. Non sono i ricchi che cercano favori dal governo. La macchina statale funziona solo con il bakshish, con la mancia, a cominciare dagli uscieri che stanno seduti davanti agli uffici. Un cittadino qualunque vede che la moralità islamica non viene rispettata. E così, molto spesso nel sistema corrotto, scopre anche una mancanza di identità, un furto culturale... che viene addebitato all’Occidente, rispetto al quale i paesi musulmani provano un senso di inferiorità e di umiliazione, specie per chi emigra...". Per risolvere questa situazione, già negli anni Settanta Khomeyni parlava di una guerra che prevedeva la diffusione dell’islamismo in Europa e in America e quindi di una rivoluzione proiettata verso l’Occidente. “Nel decennio 1970-1980, l’Iran si concentrò, quindi, nella istituzione di <>, che avrebbero avuto la funzione di mantenere le proprie posizioni (anche per anni), sino al momento della realizzazione di compiti più specificamente militari. Secondo questa strategia, dopo il completamento di un’operazione, sarebbe stata utilizzata un’altra <>, mentre quella originaria sarebbe ritornata clandestina fino all’operazione successiva”. Ne abbiamo un tragico esempio nei recenti fatti di Washington.
Ma, se i principali mezzi di comunicazione ci tengono quotidianamente informati sulla guerra ideologica combattuta contro i “nemici dell’Islam”, poco si sa degli interessi che legano il mondo islamico a quello occidentale. Non rari sono, per restare in Italia, i collegamenti tra gruppi di fondamentalisti e mafiosi scoperti sia nella zona di Trapani che in quella di Roma e che, solo per citare alcuni esempi, sono facilmente riscontrabili in mali sociali quali la prostituzione, il traffico di clandestini o quello di stupefacenti. A questi vanno poi aggiunti i commerci illegali di armi, merce particolarmente richiesta dai paesi del terzo mondo a cui sono state spesso fornite sofisticate tecnologie militari. “Questo è avvenuto con complicità e connivenze spesso presenti al massimo livello delle nostre istituzioni, <> dalla coincidenza fra interessi dell’industria bellica e interessi economici di Stato. Tutto ciò ha creato un giro di facili tangenti e di fondi occulti, sotto l’equivoco nome delle intermediazioni o delle consulenze, pagate avvalendosi di una miriade di operatori esteri, banche di comodo, paradisi fiscali, che offrivano l’efficace garanzia dell’anonimato e dell’omertà.” All’ombra di ideologie e interessi di Stato sono sorti rapporti commerciali, economici e finanziari con i più grossi criminali del mondo mediorientale, “corruzioni governative, formazioni di apparati segreti, operazioni di appoggio o di supporto per azioni criminali terroristiche, specifiche attività dirette alla eliminazione di personaggi scomodi o pericolosi.” Tra questi Giovanni Paolo II, anch’egli vittima di attentati, forse perché nella sua opera di pacificazione universale diretta anche ai paesi sovietici “andava contro l’interesse americano volto ad alimentare il clima di tensione necessario a ostacolare l’avanzata in Europa del comunismo.”
Oggi si comincia inoltre a parlare del ruolo dell’Afghanistan , della Siria e del Libano, in particolare, in relazione al traffico di armi e stupefacenti prima e a quello di terrorismo poi. E’ stato infatti tramite soggetti provenienti da Siria e Libano e operanti in Europa e in special modo in Italia che si sono allacciati con entrambi i paesi rapporti criminali successivamente ramificatisi negli ambienti dell’economia e della finanza italiana. La Siria, stando a quanto rilevato da fonti investigative americane, sarebbe coinvolta a pieno titolo nel traffico di stupefacenti in collegamento con il Libano, il più grande coltivatore di cannabis del mondo. La Bekaa e la Siria sono inoltre centri per la lavorazione dell'eroina proveniente da Iran, Afghanistan, Pakistan e Turchia oltre che dalle proprie produzioni di oppio. La maggior parte delle attività di lavorazione è protetta dai servizi segreti militari e dalle forze armate e controllata dalle “élite Allawite” e dalle persone di fiducia del presidente siriano Hafiz al-Assad. Il fratello Rif’at al-Assad, collegato ai capi dei servizi segreti militari e alle forze armate sia del Libano che della Siria, si sarebbe arricchito investendo in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Anche i figli di Rif’at al-Assad, Firas e Darid, sarebbero coinvolti in traffici illeciti operati tramite i servizi segreti e la criminalità organizzata dell’Europa occidentale. In particolare con quella francese. “L’oppio viene trasportato dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Turchia a Damasco e successivamente incanalato verso i laboratori del Libano per una lavorazione strettamente controllata a livello governativo”. In Siria è proprio il governo, infatti, che si assicura il monopolio del commercio della droga punendo il contrabbando non autorizzato spesso con la pena capitale. Lo stesso trattamento viene riservato anche in Libano e in Iran. Già “negli anni 1985-87, l’eroina era contrabbandata in Francia insieme a esplosivi e detonatori, per finanziare attività terroristiche. Allo stesso modo i servizi segreti siriani fornivano ai terroristi curdi droga da trasferire oltre i confini turchi”. Negli anni successivi l’<> ha permesso un avvicinamento del terrorismo all’Europa e agli Usa. Si tratta di un “contratto” stipulato tra il cartello di Medellin di Pablo Escobar e Damasco dal momento che quest’ultima non era più in grado di soddisfare i bisogni di cocaina in Europa occidentale: estratto di coca in cambio di esperti ed equipaggiamenti terroristici per “controllare i governi locali e fronteggiare qualsiasi intervento degli Stati Uniti”.
Non vanno in ultimo dimenticati i rapporti di dipendenza legati alle risorse energetiche e petrolifere nei quali si inseriscono ancora interessi di Stato, convergenze economiche e politiche criminali. “Certa e reale è, infine, la caratteristica di <> presente nella mafia e nel terrorismo, anche se con diversi obiettivi. Sia l’una che l’altro, operando contro lo Stato, le sue istituzioni, i suoi simboli, concepiscono la lotta armata come strumento operativo e di affermazione. Inoltre si fondano su rapporti tipicamente sotterranei e occulti, avvalendosi spesso di strutture segrete legate ai servizi di sicurezza o ad associazioni occulte, come logge massoniche, sette religiose o pseudoreligiose: rapporti tutti fondati sull’omertà.”

La Banca di Credito e Commercio Internazionale

Tra i progetti di sostegno alla causa islamica un ruolo di primo piano riveste sicuramente la Banca di credito e commercio internazionale (Bcci) fondata dall’uomo d’affari Agha Assan Abedi con l’intento di introdursi il più possibile nell’economia occidentale. Aperta nel 1971, nel ’72 contava già sei uffici dislocati tra Londra, Lussemburgo, Beirut ed Emirati Arabi del Golfo di Dubai, Sharjah e Abu Dhabi e in breve tempo vantava 146 filiali in 32 paesi. Di queste, 45 erano soltanto nel Regno Unito. L’istituto, tra i cui soci fondatori ricordiamo cinque principi sauditi, quattro sceicchi, la Bank of America, la Unione Banche Svizzere (Ubs) e il finanziere saudita Gaith Pharaon, si divise poi in due società con sede nei paradisi fiscali di Lussemburgo e delle isole Cayman e, con l’appoggio di personaggi della portata di Clark Clifford, ex segretario alla Difesa e membro del Partito Democratico, acquistò quattro banche. La più grande di queste era la Financial General, la più importante di Washington, che venne ribattezzata First American. Da notare che tra i prestanome vi erano numerosi azionisti dello stesso istituto bancario e tra questi il capo dei servizi segreti dell’Arabia Saudita Kamal Adham che consentì alla banca di mantenersi in stretta relazione con buona parte dei servizi segreti del Terzo Mondo. Nel 1976 la Bcci aprì a Ginevra la Banque de Commerce et de Placement e nel 1977 l’ascesa al potere del dittatore pakistano Zia ul-Haq, protettore di Abedi, permise l’acquisto della maggior parte dei pozzi di petrolio pakistani. Nel 1978 venne istituita a Roma la Italfinanze mentre Cia e agenzie segrete dell’Arabia Saudita si univano nella guerra al terrorismo antiamericano. Il servizio segreto dell’Arabia Saudita, in particolare, era diretto da Kamal Adham e Abdul-Raouf Khalil, entrambi membri della Bcci. “La minaccia del terrorismo non fu la sola causa che propiziò lo stretto legame tra i servizi segreti militari americani e i governi del Medio Oriente. Una serie di importanti cambiamenti avvenne a partire dal 1979. Lo sceicco iraniano Mohammed Reza Pahlavi era, all’epoca, considerato come uno dei più importanti alleati del Medio Oriente. Con le sue ingenti forze militari lo scià poteva agire come uomo politico dell’America nel Golfo Persico. Un suo forte sostenitore fu William P. Rogers, il primo segretario di Stato di Nixon, che, a sua volta, favorì la vendita di armi americane all’Iran. L’11 febbraio 1979 lo scià dell’Iran venne rovesciato (dall’Ayatollah Khomeyni ndr.). Nel novembre, in Arabia, i fondamentalisti si impossessarono della grande moschea nella Mecca e iniziarono l’attacco al regime. Dopo settimane di combattimenti e centinaia di morti, i ribelli vennero catturati e 63 di loro giustiziati. Nel dicembre successivo vi fu un altro rilevantissimo fatto: l’invasione dell’Afghanistan da parte dei sovietici. Questa invasione indusse gli Stati Uniti, in Arabia e in Pakistan, a incrementare il numero di militari e collegamenti tra i vari servizi segreti. Si moltiplicarono gli intrighi per le forniture di armi all’Iran e all’Irak, e una serie di operazioni coperte per aiutare i guerriglieri afghani. La Bcci, con i suoi stretti legami con Washington e Riyad, rimase profondamente coinvolta in queste vicende. Il Pakistan cercò aiuti finanziari nei paesi arabi per far fronte alla nuova minaccia sovietica. Il generale Zia volò immediatamente in Arabia per batter cassa e si recò poi negli Stati Uniti. Insieme con il governo pachistano, la Cia si impegnò in una campagna di sostegno ai ribelli afghani e fu in questa occasione che la Bcci emerse ancora una volta, e sempre più chiaramente, come uno strumento di collegamento dei servizi.” Nel 1982 iniziò a collaborare con la Bcci l’ex dittatore panamense e narcotrafficante Manuel Antonio Noriega mentre nel 1984 la banca acquisì un nuovo cliente: il re della cocaina colombiana Pablo Escobar. Milioni di dollari provenienti dal traffico di stupefacenti del cartello di Medellin, almeno secondo le accuse mosse dal Gran giurì della Florida, sarebbero stati riciclati dalla Banca di credito e commercio internazionale, la quale offriva svariati servizi ai boss. Solo per citare un esempio, in un’occasione fece da tramite tra un gruppo di trafficanti d’armi israeliani e il cartello di Medellin per la vendita di mitragliatori. Nella seconda metà degli anni Ottanta nell’ambito dell’operazione “C-Chase”, messa in atto dall’ufficio del Servizio doganale di Tampa (Florida) al fine di identificare i canali di riciclaggio del denaro provenienti dal mercato della droga, un trafficante rivelò il ruolo della Bcci nella gestione di tali affari illeciti. Scattarono i primi arresti mentre l’istituto aiutò Noriega a nascondere 23 milioni di dollari in conti bancari europei. Il blitz che segnò la fine dell’istituto pakistano scattò il 5 luglio del 1991. Si scoprì che la Bcci era implicata nei più loschi traffici di armi, droga, terrorismo, che aveva “scremato” fondi umanitari destinati ai paesi del Terzo Mondo, che condizionava e manipolava funzionari e autorità straniere, che aveva contribuito a finanziare i progetti di costruzione della bomba atomica araba. Ci vollero mesi di investigazioni soltanto per scoprire le dimensioni del lavaggio di denaro sporco operato dalla banca e al quale aveva largamente contribuito Gerardo Moncada, uno dei capi del cartello di Medellin, detto anche “Don Chepe”, “Kiko” o “Arturo”. Moncada venne accusato di estorsione e riciclaggio di denaro sporco nel settembre del 1991, nell’ambito di un’operazione che coinvolse anche Swalah Naqvi.

Il ruolo della
Massoneria

Nell’aprile del 1986 viene scoperta a Trapani, dietro l’apparentemente innocuo Centro Scontrino, una complessa organizzazione composta da massoni, mafiosi, trafficanti di eroina, politici e agenti del leader libico Gheddafi. La presenza in Sicilia di cellule islamiche “in affari” con la mafia, oltre che con l’esistenza di un forte legame massonico, si spiega con la necessità manifestata dal leader libico di appoggiare il progetto dei movimenti indipendentisti, della stessa mafia e dell’eversione di destra al fine di allontanare il più possibile la presenza americana dall’isola, troppo vicina al continente africano. Contemporaneamente, le stesse forme di terrorismo vengono sostenute proprio dagli americani, interessati invece a creare una barriera all’avanzata del comunismo contro il quale ritengono che l’Europa occidentale sia da considerarsi in guerra permanente. Seguendo tale ragionamento si comprenderà che non è un caso che solo in seguito alla caduta del Muro di Berlino si viene a conoscenza della struttura supersegreta denominata Gladio e di accordi segreti secondo i quali, dal 1948, la Cia era autorizzata a intervenire nella <> contro il comunismo con <>.
Figura di primo piano negli ambienti massonici era quella di Allen Welsh Dulles, durante la guerra capo della missione dei servizi segreti strategici americani (Oss) in Svizzera. Dulles, direttore della Cia dal 1953 al 1961 e avvocato di professione, era noto per aver difeso Lucky Luciano, il boss italo-americano che aveva svolto funzioni di mediazione con la mafia italiana per preparare, nel luglio del 1943, lo sbarco americano in Sicilia al quale collaborarono l’American Committee for Italian Democracy (Comitato americano per la democrazia italiana) - un’associazione di estrema destra creata nel 1942 dall’Oss e da Frank Gigliotti, membro di una loggia massonica californiana - e John Connolly, ministro del Tesoro nell’amministrazione Nixon, amico di Licio Gelli e futuro socio di Michele Sindona. Quest’ultimo sarebbe stato arruolato da Luciano, secondo quanto riferito dallo stesso boss al giornalista Jack L. Begon, per un gruppo di agenti di collegamento dell’Oss con i capi mafiosi dell’isola. Nonostante l’antagonismo venutosi a creare all’interno delle varie logge, grazie all’appoggio di <> la massoneria americana rivestì dal 1948 al 1958 un ruolo di supremazia su quella italiana. Si dice che Licio Gelli fosse entrato in contatto con il Counter Intelligence Corps (Cic) della V Armata americana già nel 1944 e che fosse stato proprio lui a guidare la prima pattuglia statunitense che giunse a Pistoia. “In un vecchio documento dei servizi definito <> (del settembre 1950) veniva […][inoltre]precisato che Gelli, ancora dal 1947, sarebbe stato un agente dei servizi segreti dell’Est. E già a quell’epoca veniva sospettato di traffici di armi e di esplosivo in favore dei paesi dell’Est. La fine dei suoi oscuri rapporti con i comunisti sarebbe coincisa, comunque, nel 1956, con l’inizio del suo lavoro per i servizi segreti italiani. Aveva già stretto rapporti con elementi di estrema destra in Argentina, ove era divenuto amico e consigliere del generale Juan Peròn, senza mancare però di mantenersi in contatto con l’Unione Sovietica attraverso legami con la Romania. In Argentina Gelli acquisì la doppia nazionalità; nel 1972 divenne consigliere economico per quel paese dall’Italia e nel 1973 console onorario. Più tardi, nel 1974, l’ufficio I della Guardia di Finanza lo definì un <> e affermò che proprio attraverso di essa si sarebbero consolidati i suoi rapporti con gli argentini Peròn e Campora. La Finanza dette anche notizia di sospetti collegamenti di Gelli con i paesi arabi, avanzando l’ipotesi che egli svolgesse funzioni di public relations man per i rapporti non palesi e non ufficiali intrattenuti dall’Italia con quei paesi, forse in relazione ai traffici di armi.” Nel 1975, tramite Sindona, Gelli entrò poi in contatto con Calvi il quale si affiliò alla massoneria. Era il periodo in cui Pippo Calò, uno dei tanti mafiosi massoni (altri furono Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade …), si trasferì a Roma e Sindona negli Stati Uniti. Gli uomini collegati al capo della P2, insomma, erano presenti in tutti i paesi, da Est a Ovest, e la stessa P2 prese piede anche tra le file del Commando Nato di Bruxelles. “Nel 1981 alcuni ufficiali del Dipartimento di Sicurezza della Nato ricordano che, almeno dal ’78, avevano cominciato a sospettare che in Italia operasse una struttura ombra, gestita operativamente da ambienti militari, ma con forti interessi nei partiti e nei gruppi economici, che praticava una spregiudicata politica di vendita delle armi, soprattutto nei paesi arabi. Pur di concludere affari, questa lobby offriva in dono agli acquirenti, come allegati, documenti top secret della Nato.”
Ruolo di vertice all’interno della P2 rivestì, infine, Francesco Pazienza, ex affiliato ai Cavalieri dell’Ordine di Malta, in contatto con i servizi segreti francesi e in stretto rapporto con ambienti americani. Ebbe in particolare contatti, a New York, con l’amministrazione dei beni dell’ex scià dell’Iran e con Adnan Khassoggi. Nel 1980, esponenti del partito repubblicano chiesero ai servizi segreti italiani di rendere pubblici i contatti tra Billy Carter, candidato alle elezioni presidenziali, e Gheddafi. In seguito ad un rifiuto dei servizi che non offrirono una collaborazione ufficiale, Pazienza riuscì ad ottenere le informazioni necessarie a screditare Carter e a far quindi eleggere Reagan. Le apparecchiature utili all’operazione furono fornite dal Sismi.

La Massoneria
in Sicilia

Ritorniamo ora al già accennato centro Scontrino, scoperto a Trapani nel 1986 e al cui vertice c’era tale Gianni Grimaudo, ex prete, professore di filosofia. All’interno del centro si nascondevano le logge Iside, Iside 2, Hiram, Ciullo D’Alcamo, Cafiero e Osiride e, stando a quanto si evince da documenti sequestrati, una settima loggia denominata <>. La quale entrò curiosamente in funzione subito dopo la scoperta della lista degli appartenenti alla P2. Le indagini dimostrarono che Iside era in collegamento con un’altra loggia di Palermo, la Armando Diaz, diretta dal Gran Maestro Giuseppe Mandalari, nel 1986 indagato per un traffico di droga tra la Sicilia, Israele, Marsiglia e gli Stati Uniti. Alla loggia Diaz appartenevano i cugini Nino e Ignazio Salvo, l’anziano editore del Giornale di Sicilia Federico Ardizzone, i fratelli Salvatore e Michele Greco, il cognato di Stefano Bontade Giacomo Vitale e il potente avvocato Vito Guarrasi. Importante ricordare che nella sede trapanese del Centro studi fu ritrovata una fotografia di Aldo Moro con alcune iscrizioni massoniche e che tale fotografia scomparve dagli atti del processo. Tornando alle logge trapanesi, è stato accertato che, al loro interno, era presente un certo Pietro Tranchida, personaggio di primissimo piano in seno alla massoneria ufficiale e al quale vennero sequestrate, nel 1986, alcune agende con annotati i nomi del cardinale Parenti e di Licio Gelli. Tranchida spiegò in modo non convincente entrambe le annotazioni e in merito alla prima rivelò di non aver mai interrotto i suoi rapporti con il Vaticano nonostante avesse subìto un processo canonico di inquisizione. <>. Gli investigatori rinvennero poi un documento scritto a mano dallo stesso Tranchida e relativo ad una riunione del 5 maggio 1981 nella quale si sarebbe discusso della costituzione di una loggia segreta, forse proprio la loggia C, la continuazione della P2. In quel periodo “qualcuno ipotizzò che sarebbe stato lo stesso Gelli a far rinvenire la lista di 982 nominativi: per sollevare un polverone, per distrarre gli inquirenti da altri fatti, per continuare a mantenere un altissimo potere di ricatto nei confronti dei <> non compresi nell’elenco.”
E’ curioso notare che solo pochi giorni dopo la fondazione della loggia C si verificò l’attentato al Papa.

La pista degli
attentati al Papa

Un anno dopo la sua condanna all’ergastolo con l’accusa di essere l’autore dell’attentato al Papa del 13 maggio 1981, Ali Agka, integralista islamico, si pente e riferisce agli inquirenti di avere ricevuto l’ordine di sparare al Pontefice dai servizi segreti bulgari e quindi dal Kgb russo. Una tesi che alimenta la tensione tra Occidente e Stati Uniti da una parte e Unione Sovietica dall’altra, ma che, molto presto risulterà non corrispondere al vero. Nella settimana successiva all’attentato i servizi segreti italiani entrano in possesso di una “informativa”, risultata poi essere un falso rapporto del Supersismi di Pazienza volto ad alimentare le tensioni tra Italia e Urss, in cui si dice che l’attentato al Papa era stato organizzato dall’ex ministro sovietico della Difesa Dimitri Ustinov, “per la crescita, sempre più preoccupante per il Cremlino, del sindacato polacco Solidarnosc.” A livello politico la pista bulgara viene immediatamente abbracciata e significativa è la dichiarazione di Craxi secondo cui <>. Anche la Cia cerca di sostenere la pista bulgara e in particolare nelle persone di Kissinger, Brzezinski, Clines ma molte sono le smentite che giungono sia dall’inchiesta di Trento (nel corso degli interrogatori Agka dice di essere stato <> per sembrare più credibile) che dagli stessi ambienti della Cia. Il direttore della Central Intelligence Agency viene accusato di aver comandato ai suoi agenti di “dimostrare” che l’attentato al Papa era opera del Kgb così da giustificare la linea dura del presidente Reagan contro l’Urss. In una lettera inviata all’ambasciata americana a Roma, inoltre, Agka scrive: <>. Se l’attentato al Papa va quindi inquadrato in una convergenza di interessi politici americani e italiani – che tra l’altro trovò particolare favore nella “politica craxiana mirante ad arginare le sinistre e a instaurare rapporti preferenziali con Washington” – non va dimenticato che anche la pista islamica si inserisce alla perfezione all’interno di questo ipotetico accordo occulto. Sia per le origini dell’attentatore, sia per il pericolo costituito dal messaggio di apertura del Pontefice ai paesi dell’Est europeo e a quelli orientali e del sud. Non si può infatti dimenticare che Ali Agka apparteneva ai “Lupi grigi”, il braccio armato del Partito di azione nazionalista turco fondato su ideologie anticomuniste e antioccidentali. Nel 1977 Oral Celik, gerarca della falange armata, arruolò Agka nei servizi segreti turchi i quali all’epoca erano controllati dalla Cia. “E la Cia non intervenne forse per pilotare le dichiarazioni in carcere di Agka e per accreditare la pista bulgara? E dove, allora, potrebbero nascondersi gli oscuri complici di questi centri di potere occulto? Forse, nei loro tradizionali amici, operanti all’Ovest come all’Est, all’ombra di qualche nascosta e ben collaudata loggia massonica, capaci di raccogliere le inconfessabili motivazioni occidentali come anche quelle integraliste orientali, unite da uno stesso comune nemico da abbattere: il Papa.”

I crimini bancari

Tra il 1991 e il 1992 importanti istituti bancari, quali la Bcci, il Banco Ambrosiano o la Banca Nazionale del Lavoro (in particolar modo la filiale di Atlanta) furono al centro di scandali internazionali legati al traffico di armi e ad episodi di terrorismo, stragismo ed eversione. L’Ambrosiano e la Bcci, in particolare, risultarono collegate alla P2 e ad una società produttrice di elicotteri militari di Varese, la Agusta, imputata di traffico di armi e connessi finanziamenti a partiti politici appartenenti principalmente all’area socialista. La figura di Gheddafi, anche in queste vicende, risultò particolarmente rilevante poiché grazie alla sua intercessione si venne a creare una convergenza di interessi italo-arabi nel mercato del petrolio che portò alla conclusione, tramite la Bcci, di un contratto tra l’ente petrolifero italiano Eni e quello arabo Petromin. Nel 1993 Florio Fiorini, direttore finanziario dell’Eni dal 1975 al 1982, collegato alla P2 e al Psi, rivelò che ingenti fondi occulti all’estero permettevano il finanziamento dei partiti, componente fondamentale dell’Ente <>. “Da queste dichiarazioni emerse l’importante ruolo svolto da una banca svizzera, la Banque de Commerce et de Placement (Bcp) che costituì una sorta di trait d’union tra l’Eni italiano, la Bcci pachistana, e l’Ubs (Union des Banques Suisses), uno dei principali istituti di credito elvetici.” A partire dal 1978, quindi, gli affaristi arabi della Bcci si introdussero in Italia tramite l’Eni e, successivamente, tramite il colosso industriale Montedison. Il 1979 fu un anno denso di tragici avvenimenti: il 20 marzo fu assassinato il direttore del periodico OP Carmine Pecorelli; l’11 luglio il liquidatore della Banca privata di Sindona Giorgio Ambrosoli; il 21 luglio il capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano; il 6 agosto il giudice Costa. Il 2 agosto, inoltre, si verificò il viaggio di Sindona in Sicilia e alla fine dello stesso mese quello del boss mafioso americano Johnny Gambino, il quale si incontrò con Stefano Bontade, Salvatore Inzerillo e lo stesso Sindona. Il ’79 fu anche l’anno di una nuova crisi energetica che l’Eni risolse stipulando un accordo con la Petromin e contemporaneamente con la società di Panama Sophilau alla quale il 18 luglio venne versata una quota superiore a 17 milioni di dollari. Nell’autunno dello stesso anno “la stampa portò alla luce lo scandalo del pagamento dei 17 milioni di dollari e della relativa autorizzazione ministeriale. All’interno del Psi si aprì uno scontro durissimo tra le due correnti del partito. Craxi manifestò il sospetto che le tangenti fossero andate a Giulio Andreotti e al proprio vice Claudio Signorile. Contemporaneamente, diversi piduisti presero aperta posizione in difesa del contratto Eni-Petromin, e contro Craxi, di cui, in quel momento, Gelli pronosticava l’imminente fine. Rino Formica, ipercraxiano, ebbe liti furibonde con Umberto Ortolani: secondo Formica, Ortolani si sarebbe mostrato a conoscenza della esistenza delle tangenti e avrebbe in qualche modo fatto intendere che l’operazione serviva per un controllo sull’informazione. Secondo Formica Ortolani avrebbe tentato esplicitamente di ottenere una quota delle tangenti in favore del Psi. Tutto ciò avvenne nel pieno di un contrasto politico tra Andreotti (che aveva approvato il contratto con l’Arabia Saudita) e Craxi, che si proponeva come leader di un rinnovato Psi. All’inizio del 1980, Craxi sconfisse Signorile e ottenne le dimissioni del presidente dell’Eni, Mazzanti. A questo punto, la P2 abbandonò ogni riserva su Craxi. Nel febbraio-marzo (secondo quanto dichiarò Calvi ai magistrati il 2 luglio ’81), il presidente dell’Ambrosiano versò alla Banca uruguayana dell’amico Ortolani 21 milioni di dollari destinati a finanziare il Psi. Il 5 ottobre, Gelli si schierò pubblicamente in favore di una presidenza del Consiglio al Psi di Craxi. Da parte sua, il segretario del partito socialista, nella primavera del 1981, esploso lo scandalo P2, si pronunciò <> che, a suo dire, si era abbattuta sui piduisti”. Solo successivamente le indagini dimostrarono che i 17 milioni di dollari all’origine dello scandalo furono versati per “operazioni di mediazione” presso la Ubs di Lugano. Curiosa, infine, la vicenda legata alle prime due consegne di tangenti versate alla società Sophilau, entrambe dell’ammontare di 3.500 milioni di dollari, subito riversate al Psi di Craxi nel famoso Conto Protezione.


Tra i vari traffici illeciti condotti dalla Bcci non mancò la messa in opera di forniture vietate da embarghi, attività nelle quali svolsero un ruolo determinante la Bnl e la società Agusta, entrambe influenzate dal Psi. Nel corso delle indagini sul crack dell’Ambrosiano era già emerso che la Bnl aveva finanziato tale banca e che era intervenuta in aiuto di Calvi quando questi si trovava in maggiore difficoltà. L’inchiesta sul caso della sua filiale di Atlanta, inoltre, aveva portato alla luce la rete di contatti che Saddam aveva creato non solo con la stessa Bnl ma con tutto il mondo occidentale per rifornirsi di tecnologie militari necessarie a combattere la propria guerra contro l’Iran. E’ certo che l’Italia, considerata la sua estrema necessità di petrolio, si batté per superare la concorrenza francese nelle forniture di armi e tecnologie militari e collaborò al progetto nucleare di Osirak. Anche la già citata società Agusta, operante in Italia su licenza della Bell Americana, risultò essere fornitrice di armi ai paesi arabi oltre che all’Argentina e al Belgio, con il quale vennero instaurati forti rapporti di collaborazione. Per quanto concerne l’Argentina, forniture militari italiane furono concesse allo stato sudamericano nel corso del conflitto per le isole Falkland scoppiato il 2 aprile del 1982 in seguito all’invasione inglese delle isole. La vendita di armamenti, gestita in particolare dalla Misam, una fabbrica in parte controllata dalla Fiat, suscitò la dura reazione dell’Inghilterra e se, in un primo momento, l’Italia aderì all’embargo istituito dalla Cee il 16 aprile 1982 un mese dopo si ricredette. I servizi segreti inglesi, consapevoli che l’Argentina utilizzò armamenti forniti da personaggi legati alla P2, entrarono in contrasto con Roberto Calvi il quale avrebbe pensato di ricattare la Gran Bretagna per entrare nella cerchia dei banchieri inglesi legati ad ambienti potenti: <> (il boss pentito Francesco di Carlo ha dichiarato che il generale Santovito, piduista, dei servizi segreti era suo amico ndr.). Nel maggio del 1982 mentre in Italia veniva scoperta la P2 Gelli era impegnato nella ricerca dei missili Exocet, un’arma micidiale già venduta all’Argentina che sarebbe stata trasportata in Sudamerica via nave, passando per i porti italiani. E per il cui acquisto, secondo quanto rivelato da Francesco Pazienza, sarebbero stati impiegati fondi del Banco Ambrosiano attraverso la Banca Andina del Perù. Anche nella seconda parte del conflitto gli argentini tentarono l’acquisto di altri missili ma cascarono in un tranello teso dai servizi segreti inglesi. I sudamericani persero la guerra e il 17 giugno 1982 Calvi, ufficialmente, si “suicidò”. Secondo Pazienza, però, il liquidatore del Banco Ambrosiano fu assassinato dai membri dei servizi segreti e della massoneria inglesi su richiesta della loggia P2. Come in precedenza accennato altri gruppi di potere aiutarono l’Argentina in quel periodo e in particolare quelli legati alla società Agusta. “… sulla questione Agusta – si legge in una lettera sequestrata nel corso della fase istruttoria del processo trentino – esisteva un contatto tra il partito socialista, o se lei preferisce il sig. Craxi in persona, attraverso uno dei fratelli Macri che qui (in Argentina) rappresentano gli interessi Fiat. Verso febbraio, il sig. Macri offrì genericamente al governo argentino tutta e totale la disponibilità delle imprese italiane nelle forniture per l’occupazione delle Malvine. Fra queste anche quella degli elicotteri. In cambio di questo appoggio politico il governo argentino – gen. Galtieri – si impegnava a dare al Macri e al gruppo che egli rappresenta e continua a rappresentare, la concessione per lo sfruttamento e l’ampliamento della rete della metropolitana di Buenos Aires…>>.

I nuovi traffici

Il traffico di materiale nucleare è sicuramente il nuovo business della criminalità organizzata. L’indagine “cheque to cheque”, condotta dalla Procura di Torre Annunziata (Napoli) ha evidenziato il coinvolgimento nel commercio illegale di materiali radioattivi di personaggi della portata di Vladimir Zirinovskij, leader nazionalista russo, dell’onnipresente Licio Gelli, di soggetti legati allo Ior e di un certo Roger D’Onofrio, ufficiale pagatore della Cia in Europa. Tale mercato illegale è orientato soprattutto verso i paesi islamici attraverso una procedura standard: “i materiali e le armi vengono acquistate, in tutta la Comunità degli Stati indipendenti (Cis), sia direttamente da parte di funzionari dei paesi interessati, sia indirettamente attraverso operatori delle reti del crimine organizzato, avvalendosi di gruppi musulmani. Le organizzazioni russe provvedono alla spedizione delle merci verso aree di deposito dell’Europa occidentale (ciò si è verificato in particolare in Croazia), mentre i campioni e i relativi documenti di vendita vengono invece diretti verso centri finanziari – soprattutto in Germania – ove gli affari sono completati attraverso le procedure di acquisto.” In questi traffici, la mafia siciliana è strettamente legata ad organizzazioni siriane e tale collegamento è emerso già nel 1986 nell’ambito di un’inchiesta nel corso della quale fu sequestrata una nave, chiamata Fidelio, il cui capitano era un membro del clan Cuntrera. A quell’epoca, in cambio di stupefacenti la mafia acquistava dai siriani le armi costruite in Occidente che venivano imbarcate clandestinamente attraverso le reti terroristiche della Palestina.
Anche i gruppi criminali russi, le organizatsiyas, che rivestono ormai un’importanza internazionale sono impegnati nei nuovi canali di traffico della mafia moderna e quindi nei traffici internazionali di stupefacenti, nel commercio di armamenti e in quello di tecnologie sofisticate tra le quali quelle nucleari. La loro posizione centrale nello scenario del crimine orientale ha permesso l’instaurarsi di solidi rapporti con i cartelli della droga dell’America latina e con le famiglie di Cosa Nostra statunitense e italiana. Nella primavera del 1992 si tenne a Praga, una città che divenne ben presto “una sorta di testa di ponte per l’avanzata di Cosa nostra nell’Europa orientale”, una riunione tra esponenti della mafia italiana e dell’ organizatsiya russa. Cosa Nostra avrebbe dovuto istruire i colleghi russi in merito al riciclaggio di denaro sporco e rifornirli di droga; in cambio avrebbe ricevuto materiali radioattivi e armi sofisticate. In seguito ad un altro incontro organizzato a metà del 1992 e al quale parteciparono mafiosi americani, italiani, russi e ucraini l’ex Unione Sovietica divenne il più importante centro per il trasferimento delle sostanze stupefacenti e di altri beni verso l’Europa e gli Usa. Le organizatsiya, naturalmente, hanno continuato e continuano a mantenere saldi i rapporti con la ex Jugoslavia. Nell’estate del 1992, e solo per citare un esempio, indagini dimostrarono che il commercio nucleare, condotto da un gruppo russo composto da ufficiali dell’ex Kgb, passava attraverso la Croazia. Nello stesso anno la polizia tedesca “ha denunciato più di cento casi di traffico di materiali radioattivi con provenienza dai paesi ex sovietici. I casi erano oltre centoventi alla fine dello stesso anno.”
La mafia, insomma, trova nel commercio di armi e materie nucleari un efficace sistema di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di droga e per l’aumento rapido dei profitti del quadro di quella che viene definita la <> (stella), la nuova organizzazione internazionale mafiosa, che opera acquisendo il controllo dei commerci più redditizi, sfruttando le opportunità offerte dai paesi dell’Europa dell’Est. La Star controlla e garantisce le forniture di plutonio, uranio e di materiali sottratti dai depositi dell’ex Unione sovietica”.

La pista serba nelle stragi mafiose

Nel quadro di intrighi internazionali sin qui presentato un approfondimento merita il collegamento tra le organizzazioni criminali italiane e quelle della ex Jugoslavia. La presenza in Italia di organizzazioni terroristiche come la Jamaa Islamya, della quale abbiamo in precedenza trattato, ci obbliga a mantenere la massima attenzione poiché “la pista dei traffici di armi ha sempre costituito una delle principali chiavi di lettura per l’individuazione dei legami internazionali tra le varie organizzazioni criminali.” Stando a quanto riportato in alcune informative americane, gli esplosivi impiegati negli attentati di Capaci e via D’Amelio, ugualmente a quelli utilizzati per le stragi del ’93, sarebbero di provenienza serbo-croata. “Pur con la naturale prudenza imposta dalla natura delle fonti, ancora una volta sembrano ritornare, sulle organizzazioni mafiose, ombre inquietanti – esterne alla Sicilia – che indicherebbero l’esistenza di rapporti ben più complessi rispetto al solo controllo militare del territorio dell’isola”. Esistono, comunque, numerosi riscontri a tale tesi come numerose sono le inchieste della magistratura di Trieste, Gorizia, Udine, La Spezia, Messina, Catania, Reggio Calabria che evidenziano la connessione tra mafia siciliana e traffico di armi provenienti dall’Europa orientale. A Milano, subito dopo la morte di Falcone e Borsellino, vennero rinvenuti armi ed esplosivi di provenienza jugoslava. In questi fatti emerse la partecipazione del clan dei fratelli Fidanzati, da più di vent’anni attivo sull’asse Palermo-Milano e in collegamento con mafia turca e terroristi libanesi. “In questo ricorrente asse … possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche), tutti ruotanti attorno a operazioni bancarie. La riflessione ci riporta alle vicende relative a due conti bancari <> per Giovanni Falcone, come anche per i magistrati di Milano: il <>, sulla banca Ubs di Lugano (che risaliva ai lontani anni 1979-80), e il meno noto Conto <>, sul Banco di Roma, sede di Lugano. Su questi nomi e su questi conti si incentrarono e poi si bloccarono le ricerche di Falcone quando era giudice istruttore a Palermo. Sul Conto Protezione si bloccarono a Milano le indagini del giudice Dell’Osso sul Banco Ambrosiano. Sul Conto rif. Roberto si fermarono Falcone e Borsellino nelle loro inchieste di mafia. Su entrambi i conti, in Svizzera cercò di indagare il magistrato elvetico Carla Del Ponte, che si trovava a Palermo all’Addaura insieme a Falcone nel giorno dell’attentato del 1989”. In quell’anno il giudice palermitano stava indagando su alcuni incontri avvenuti tra il trafficante di droga turco Yasar Musullulu, importanti operatori finanziari internazionali e, sembra, Pippo Calò. Tali colloqui risalirebbero al 17 giugno 1982, poco tempo prima dell’uccisione di Calvi, e si sarebbero tenuti davanti alla Traex, una società collegata alla ditta Las Acacias, i cui uffici si trovavano nello stesso edificio in cui aveva avuto sede il Banco Ambrosiano e in cui aveva abitato Licio Gelli. Interessante inoltre notare che solo un anno prima della sua morte Giovanni Falcone si recò a Buenos Aires per una rogatoria e lì incontro il boss Gaetano Fidanzati, sulla cui cosca aveva indagato, negli anni Ottanta, in merito alle connessioni argentine. Fidanzati lo minacciò di farlo saltare in aria. Tornando a Musullulu, si pensa che questi fosse il fornitore della morfina base della raffineria di Alcamo, scoperta solo un mese dopo l’attentato di Pizzolungo, e che fosse collegato al clan mafioso agrigentino dei Cuntrera e Caruana. Mentre magistrati e investigatori indagavano sulle operazioni bancarie svizzere dei Cuntrera e di Musullulu vennero assassinati il commissario Giuseppe Montana e il vice questore Ninni Cassarà. Nel 1986 venne scoperto il Centro Scontrino e fu consumato l’attentato al giudice Palermo. Nel 1987 Falcone scoprì le tracce di misteriosi versamenti di centinaia di migliaia di dollari sul conto Rif. Roberto del Banco di Roma di Lugano. Quel denaro proveniva dai traffici di stupefacenti effettuati dal clan Cuntrera-Caruana e il Banco di Roma di Lugano era, per il 51%, di proprietà dello Ior, la banca del Vaticano il cui presidente Marcinkus era legato a Roberto Calvi. Ricordiamo ancora che nel 1989 Falcone stava investigando sul Centro Scorpione, creato dalla VII divisione del Sismi collegata a Craxi.e che quando venne trovata la dinamite sugli scogli dell’Addaura (“un segno minaccioso cui non parvero estranee presenze di cellule deviate dei servizi segreti") il giudice si stava occupando di connessioni bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-americani. E, spiega Palermo nel suo libro Il giudice, dall’esame degli incontri che Falcone ha avuto in America “potrebbe emergere la traccia dei mandanti occulti dell’attentato (di Capaci ndr.)… forse su coloro che, nel ’92, dall’esterno, avrebbero potuto avere interesse a ‘confondere’ le acque in Italia in un delicato momento vissuto dal nostro paese: quello del passaggio alla seconda Repubblica. Con quell’attentato, si sarebbe eliminato il ‘testimone’ della prima Repubblica… colui che avrebbe potuto, pericolosamente, comprendere e decifrare fatti decisivi dei mutamenti in atto. In questo passaggio, forse, alcuni personaggi della prima Repubblica avrebbero dovuto essere bruciati, ‘scaricati’ dagli americani. Nello stesso tempo, l’esecuzione militare siciliana dell’attentato, avrebbe dirottato sulla mafia ogni responsabilità ed ogni reazione investigativa. Avrebbe annullato ogni possibilità di scoprire le più occulte chiavi di lettura, più difficili da individuare, ma forse più reali”.

Il “grande gioco”

I fatti sin qui esposti, spunti significativi di un’inchiesta, quella condotta dal giudice Palermo, enormemente più vasta, ci dimostrano che la componente reale nella politica dei governi non sembra essere quella che si manifesta nei suoi atti ufficiali ma piuttosto quella occulta, decisa solo dal massimo livello di potere. Quella che costantemente viola i trattati internazionali, gli accordi di non proliferazione nucleare, gli embarghi militari per salvaguardare interessi e mantenere equilibri. Quella che, non diversamente dal fenomeno mafioso e terroristico, per raggiungere i propri obiettivi non disdegna l’uso di alcuna forma di violenza. Seguendo le indagini di Carlo Palermo viene da chiedersi se nei primi cinquant’anni della nostra Repubblica non abbiano governato in Italia componenti americane e, se così fosse, chi le avrebbe dirette. “Qualcuno probabilmente risponderebbe: il presidente degli Stati Uniti – scrive il giudice -. Sarebbe una risposta sciocca e superficiale. A chi in America gli poneva la stessa domanda William Cloen Skousen, professore della Brigham Young University rispondeva: chi comanda realmente è il Council on Foreign Relations (Cfr), il Consiglio per le relazioni internazionali, una associazione costituita a Parigi nel lontano 1919 da Edward Mandell House (il <> House), un influente uomo d’affari texano, eminenza grigia che accompagnò il presidente Wilson alla Conferenza per la pace, quando nella capitale francese le nazioni vincitrici del primo conflitto mondiale si spartivano il globo. Oggi, questa associazione ha il suo quartier generale ad Harold Pratt House, in un edificio donato dai Rockefeller, sull’elegante Park Avenue: è qui che vengono <> i funzionari e i consiglieri governativi degli Stati Uniti, come Henry Kissinger e Zbignew Brzezinski, per citare i più noti. Il Cfr è la filiazione di una società segreta che, affondando le proprie radici nell’Inghilterra vittoriana e nei gruppi della Round Table, si propone di indirizzare la politica estera del governo statunitense nel senso di una affermazione planetaria della razza anglosassone”. E’ solo un’ipotesi, un’analisi che non pretende di ergersi a verità assoluta ma che è sicuramente supportata, come in parte abbiamo visto, da vari elementi concreti. Mafia, terrorismo, massoneria, integralismo islamico (e bin Laden? E l’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono?), servizi segreti, sistemi bancari sembrano essere soltanto le pedine di quel gioco grande di cui parlava Falcone per mano del quale lo stesso Falcone, e chiunque ne abbia compreso le regole, è stato eliminato. “Per quanto mi riguarda – conclude Carlo Palermo – ho sempre preferito non pensare in termini fisici ai mostri che un giorno pigiarono un tasto per eseguire una sentenza di morte. E tantomeno a chi la pronunciò e a chi vi concorse. Mi sono sempre rifugiato in immagini confuse di corpi senza volto, di fantasmi che vorrei dimenticare. Anche se, purtroppo, queste ombre continuano a inseguirmi, pronte a materializzarsi di nuovo all’improvviso, ricordandomi che vale comunque la pena di continuare a cercare… forse per scrivere un altro capitolo di questa storia senza fine… forse solo per tentare di comprendere perché, a Pizzolungo, quel 2 aprile, giorno del mio attentato, morirono dilaniati due gemelli di sei anni, Giuseppe e Salvatore Asta, e la loro madre, Barbara. Il padre, Nunzio, morì d’infarto qualche tempo dopo. Il caposcorta, Raffaele Di Mercurio, di quarant’anni, morì due anni fa, anche lui d’infarto. Il mio autista Rosario Maggio e agli altri due agenti di scorta, Antonio Ruggirello e Salvatore La Porta, lasciarono il servizio per le lesioni riportate. Io non sono più un giudice”.

N.B.: Ove non vi sia una diversa specificazione il testo compreso tra virgolette è tratto dal libro di Carlo Palermo Il quarto livello, Editori Riuniti, 1996.

Bibliografia:
Il quarto livello, Editori Riuniti, 1996 - Il Papa nel mirino, editori Riuniti, 1998 - Il giudice, Reverdito Edizioni, 1997 – L’attentato, Publiprint, 1993.




ANTIMAFIADuemila N°16

sabato 14 marzo 2009

L'INDAGINE SULLA POLITICA

Cesa Connection

di Marco Lillo

Fondi Ue passati per un'agenzia Onu. E finiti all'Udc attraverso fatture gonfiate. Un pentito di mafia racconta gli affari del segretario. Ora indagato dai pm di Roma

L'ufficio nel quale mafia e politica hanno incrociato i loro destini si trova nel centro di Roma. All'ultimo piano di uno stabile di fronte a Palazzo Chigi, aveva l'ufficio il tesoriere del segretario dell'Udc Lorenzo Cesa. Si chiama Giovanni Randazzo. Questo siciliano di 35 anni, secondo i magistrati della Procura di Roma avrebbe organizzato un giro di fatture gonfiate nei confronti di un'agenzia delle Nazioni Unite per finanziare Cesa e il suo partito, l'Udc. A raccontarlo ai pm romani è stato un suo coetaneo palermitano che ha dichiarato di aver partecipato a quei traffici. Il ragazzo dal bel volto rassicurante che si vedeva spesso nell'ufficio della società di Randazzo, la G&B, si chiama Francesco Campanella. Proprio lui, il super pentito di mafia che ha gestito per anni il riciclaggio di Cosa Nostra, l'uomo che ha fornito la carta di identità a Provenzano. Ora le accuse di Campanella, secondo quanto risulta a 'L'espresso', hanno portato la Procura di Roma a iscrivere Cesa nel registro degli indagati per finanziamento illecito al partito in concorso con Randazzo. Nel palazzo di Largo Chigi ha sede anche 'Der Spiegel', il settimanale tedesco che ha dedicato un'inchiesta alla pioggia di miliardi europei destinati alla Sicilia. Si intitolava 'Bocconi ghiotti per la mafia' e si domandava dove sarebbero finiti tutti quei soldi. Per trovare la risposta i cronisti tedeschi non dovevano andare in Sicilia, ma bussare al vicino. Dietro quel portone verde sul loro stesso pianerottolo c'era il computer usato da Francesco Campanella per scrivere contratti di programma e proposte di finanziamento. Gli affari del cassiere della cosca di Villabate e del tesoriere di Cesa andavano a gonfie vele. Una volta, secondo il pentito, tra un processo per omicidio e un viaggio con Provenzano, a Largo Chigi si è visto anche il boss di Villabate, Nicola Mandalà. Finché un giorno Mandalà viene arrestato. E Campanella decide di pentirsi. Nell'ottobre 2005, dopo aver raccontato tutto sulle cosche, le sale Bingo e gli ipermercati della mafia, butta lì al pm Maurizio De Lucia: "Ah, poi ci sarebbe anche quella storia di Lorenzo Cesa...". Appena comincia a verbalizzare l'incredibile intrigo che coinvolge Onu, ministero degli Esteri, Unione europea e Udc, il pm palermitano lo ferma. Poi il pubblico ministero chiama i colleghi romani Angelantonio Racanelli e Giuseppe De Falco. Ed è davanti ai tre magistrati, il 15 dicembre del 2005, che Campanella racconta la sua verità: ben 120 pagine nelle quali il nome di Cesa compare una quarantina di volte in relazione ai canali di finanziamento dell'Udc. Poche settimane fa i pm hanno notificato a Cesa, difeso dall'avvocato Marcello Melandri, la proroga delle indagini. Secondo l'accusa, le società vicine al leader Udc avrebbero sovrafatturato le loro prestazioni a un'agenzia delle Nazioni Unite per poi finanziare con la differenza la 'struttura politica' di Cesa. Le indagini sono state affidate al Gico della Finanza di Roma. I finanzieri hanno perquisito Randazzo e la Global Media della famiglia Cesa: ora stanno esaminando i computer e quintali di documenti nei quali sono stati trovati alcuni riscontri alle dichiarazioni del pentito. Non è la prima volta che Cesa viene indagato. La Global Media è stata già perquisita nell'ambito di un'inchiesta per truffa su ordine del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. All'inizio degli anni Novanta Cesa è stato addirittura latitante. Quando si consegnò ai pm che lo accusavano per le mazzette Anas, disse: "Voglio vuotare il sacco". Stavolta però è diverso. Cesa è segretario. E ad accusarlo è un pentito di mafia che dice di avere trafficato con i suoi uomini. Pur premettendo di non aver mai conosciuto Cesa, Campanella elenca una serie di circostanze precise sui suoi rapporti con le società di Largo Chigi. Fatti che si svolgono tra il 2003 e il 2005, gli anni del grande ritorno di Cesa sulla scena dopo lo stop per l'inchiesta Anas durante Mani pulite. Campanella conosceva Randazzo sin dai primi anni Novanta, quando avevano collaborato insieme alla campagna di un giovane candidato della Dc: Totò Cuffaro. Secondo il cassiere delle cosche, Giovanni era lo sfigato del gruppo. Campanella, un bel ragazzone con gli occhi chiari, era entrato a Roma dalla porta principale. Alla fine degli anni Novanta è il segretario dei giovani del Ccd e dorme a casa di Cuffaro. Randazzo invece, piccolo, moro e stempiato, fatica a trovare la sua strada nel sottobosco romano e abita dalla nonna. Campanella qualche volta gli paga la cena, poi nel 2003 lo incontra di nuovo. È un'altra persona: Mercedes, begli abiti, casa e ufficio a Largo Chigi, vacanze a Vulcano e gommone da 20 metri. "Giovanni che hai fatto?". Il vecchio amico gli risponde, svelando il nome del suo re Mida: "Lorenzo Cesa mi ha inserito in un sacco di affari. Vuoi diventare il mio uomo in Sicilia?". Campanella accetta: "Randazzo mi disse che Cesa era la mente finanziaria dell'Udc, il factotum, colui che riempiva le casse attraverso questo sistema, che è il sistema di finanziamento dell'Udc". Anche Campanella entra nel 'sistema' per un grande affare. Si chiama Pptie, ed è il Programma di partnerariato territoriale per gli italiani all'estero. Il Fondo sociale europeo aveva stanziato 8 milioni di euro destinati al ministero degli Esteri per agevolare i rapporti con gli emigrati di successo. Per evitare le gare, racconta Campanella, Cesa e i suoi amici riuscirono a far assegnare il programma a un'agenzia dell'Onu, il Cif-Oil di Torino, per poi sovrafatturare il costo dei convegni e restituire una quota alla struttura politica di Cesa. Complessivamente, fino a oggi per il Pptie sono stati spesi circa 5 milioni di euro. La fetta spettante alle società dei Cesa e di Randazzo ammonterebbe a poco meno di 400 mila euro. Campanella si è occupato della parte siciliana del programma che si è conclusa all'Hotel Astoria di Palermo nel gennaio del 2004. Prima del pentimento, nell'ufficio palermitano della sua società Sinergia c'era ancora il cartellone dell'evento. Campanella sostiene di avere incassato, insieme ai suoi soci, 50 mila euro per un lavoro all'acqua di rose. I soldi non uscirono direttamente dalle Nazioni Unite, ma da due società incaricate di gestire la formazione. "Sono tutti per te", gli dice Randazzo, memore della sua vicinanza nei tempi bui. Quando Campanella, sorpreso e incuriosito, chiede: "Ma come fate a creare il nero per il partito?". Randazzo punta il dito sul cocktail organizzato per l'incontro nazionale al Grand Hotel di Roma: "L'abbiamo fatturato 300 mila euro". In realtà sembra che la spesa fatturata si aggiri sui 200 mila euro, comunque per Campanella poteva valere poco più di 50 mila, il resto, secondo quello che gli avrebbe riferito Randazzo, era per Cesa e compagni. I verbali del cassiere dei boss non parlano di mafia, Cesa con quel mondo non ha nulla a che fare. Raccontano invece il retrobottega dell'Udc, i segreti della elezione a segretario propiziata dallo spostamento delle truppe di Cuffaro sul politico laziale. A tessere la tela dell'avvicinamento fu proprio Randazzo. Finché la notte prima dell'elezione Cuffaro sveglia Cesa alle due e gli dice: "Ti devi candidare". Così questo democristiano atipico, a cavallo tra Andreotti e Berlusconi, deve uscire dall'ombra. Cesa nasce ad Arcinazzo, nell'altopiano che guarda la Ciociaria, 55 anni fa. Figlio del sindaco del paese, un andreottiano di ferro morto a 90 anni, alla vigilia della sua elezione a Strasburgo, è sempre stato un uomo di poche parole e tanti voti. Nel 1989 raccoglie a Roma 26 mila preferenze, ma resta defilato. Mentre Follini si mette in mostra in Rai e Casini fa il portavoce di Forlani, lui preferisce la segreteria del ministro dei Lavori pubblici Giovanni Prandini. Tangentopoli lo sorprende con in mano diverse borse piene di mazzette pagate dai costruttori per gli appalti Anas. Lui si difende: erano per il partito. Lo condannano a tre anni e tre mesi, ma la sentenza è annullata per vizi procedurali. Quel giorno del 2003 alla sede dell'Udc si ode un boato: in via Due Macelli spuntano pasticcini e spumante. Si brinda al ritorno sulla scena di 'Lorenzo il munifico'. In quelle stanze, ogni mattina, decine di clientes, imprenditori e questuanti varcano la porta della segreteria. A destra c'è la stanza di Follini, il segretario forbito con la cravatta di Hermès che parla al Tg1. Eppure tutti puntano decisi a sinistra dove c'è l'ufficio di Cesa. Nei verbali di Campanella c'è la descrizione dinamica di questo potere sommerso. Nel 2003, Campanella e Randazzo vanno al ministero delle Attività produttive per parlare di alcune richieste di agevolazione. Campanella rimane impressionato dal trattamento riservato a Randazzo. Il sottosegretario Antonio Galati saluta l'uomo di Cesa, poi Randazzo e Campanella si appartano con il capo di gabinetto e Campanella racconta: "Fu un'esperienza sconvolgente. Continuava a chiedere a Giovanni di intervenire su Lorenzo per far nominare un direttore generale". Tutto sembrava dipendere da Cesa, già allora: un ex consigliere comunale era il vero capo dell'Udc.Il sistema, secondo Campanella, si basa su una serie di società che prendono appalti nel settore del marketing al fine di generare il nero da girare a Cesa e al partito. Il perno del meccanismo, secondo il pentito, sarebbe un'agenzia che organizza tutto: hostess, alberghi, biglietti. Il pentito non ne ricorda il nome. Una sola cosa è certa: il convegno finale del Pptie al Grand Hotel di Roma è stato organizzato da Global Media. La società dei Cesa è nel mirino anche a Catanzaro. Il pm De Magistris indagando sulla malagestione dell'emergenza rifiuti e sul ruolo della ditta Pianimpianti ha scoperto che Global Media ha incassato da questa sigla ben 360 mila euro. Pianimpianti è legatissima all'Udc e in particolare al suo leader calabrese Giuseppe Galati. Il suo vicepresidente è stato l'ex senatore Dc Franco Bonferroni, vecchio amico di Cesa, processato e assolto come lui per le mazzette Anas. Bonferroni è indagato per i suoi rapporti con Pianimpianti e nei giorni scorsi si è fatto interrogare per chiarire la sua posizione. Al pm che gli chiedeva conto di quei 360 mila euro avrebbe detto: non sono a conoscenza di alcun rapporto commerciale che giustifichi quell'esborso. Gli investigatori ora si stanno domandando: perché tutti sono così generosi con la società della famiglia Cesa? Global Media è stata fondata nel 1994 da Lorenzo insieme a un'effervescente operatrice del settore (nel 2001 la signora patteggerà una pena per favoreggiamento della prostituzione: era accusata di offrire belle ragazze a politici e manager di società pubbliche) che venderà le sue quote nel 1995 alla moglie di Cesa. Fattura 6,7 milioni l'anno grazie anche alle commesse di società nelle quali la politica ha un peso: Lottomatica, Enel, Alitalia e l'immancabile Anas. Solo da Finmeccanica, nella quale l'amico Bonferroni è consigliere, Global Media ha preso più di un milione di euro. La società dei Cesa lavora molto anche per l'Udc: tra i suoi clienti sul sito vanta la G&B di Randazzo. Quando Cesa scende in campo alle Europee del 2004, secondo il pentito la potenza di fuoco delle società amiche si fa sentire. Cesa prende 103 mila preferenze, più del doppio di Buttiglione. Randazzo in quelle elezioni è il suo mandatario elettorale, cioè tesoriere e pagatore. Secondo Campanella i fondi accumulati grazie alle fatture gonfiate sarebbero stati usati per cene, alberghi, viaggi e qualche volta anche per noleggiare un aereo privato. Le commesse dell'agenzia Cif-Oil non sarebbero l'unico canale di finanziamento occulto. Il cassiere della mafia di Villabate sostiene di avere lavorato con Randazzo anche nel settore delle agevolazioni alle imprese. Per ogni pratica presentata, Randazzo incassava 500 euro, 80 dei quali andavano a Campanella. Il pentito descrive una catena di montaggio: suo cugino faceva la spola tra Palermo e Roma con un trolley pieno di pratiche. Campanella le compilava e Randazzo le presentava. Al ministero era garantito un trattamento di favore: quando c'era bisogno di chiarimenti, secondo Campanella, non erano loro a muoversi. Un importante collaboratore del sottosegretario Galati prendeva il taxi e andava a Largo Chigi. n

Girandola di società

L'indagine su Cesa trova un ostacolo nella natura del Cif Oil. L'agenzia che ha pagato le società vicine al segretario Udc è un ente sovranazionale e i suoi dipendenti sono funzionari delle Nazioni Unite. I pm romani non possono neanche perquisirli. L'affare del Pptie, descritto dal pentito Campanella, coinvolge quattro soggetti: il ministero degli Esteri assegna i milioni del Fondo sociale europeo al Cif-Oil. L'agenzia Onu dovrebbe svolgere l'incarico senza alcun profitto, nel rispetto di canoni francescani: niente taxi e alberghi di lusso. La realtà descritta da Campanella è diversa: grazie alle entrature di Lorenzo Cesa, Cif-Oil delega l'organizzazione degli eventi alle società amiche che sovrafatturano creando la provvista per il segretario Udc. Quest'ultimo è il passaggio che gli inquirenti devono provare. Il programma Pptie si è svolto realmente e gli accordi di partnerariato sono stati firmati. I pm devono dimostrare che il tourbillon di eventi è stato montato con lo scopo di accantonare fondi. L'affare parte a fine 2003 quando, secondo il pentito, Randazzo gli dice: "Ci sono 8 milioni di euro e Cesa mi ha creato i rapporti per gestirne una parte". Campanella organizza in 15 giorni gli incontri di Palermo e diventa di casa a Largo Chigi: "Entravo e mi sedevo al computer. Stavo per mettere la targa della mia società accanto a quella della G&B di Randazzo. Condividevamo la carta intestata e lui aveva già messo la targa G&B nel mio ufficio siciliano". Il pentimento stronca il gemellaggio. A Largo Chigi non appare la targa di Campanella, ma quella di una società vicina alla famiglia Cesa: la Media & Project. L'affitto? Lo paga Cesa.

IL CRAC DELLA REGGIANA

Nove gli indagati per il fallimento granata

di Tiziano Soresina

REGGIO. A tre anni e mezzo dal fallimento della «vecchia» Reggiana il procuratore capo Italo Materia ha chiuso le indagini sul crac granata mettendo sotto inchiesta nove persone, divaricando però le imputazioni. L’amministratore delegato Ernesto Foglia e i 5 consiglieri d’amministrazione (Federico Spallanzani, Paolo Farri, Claudio Zambelli, Nando De Napoli e Marco Pecoraro Scanio) sono accusati di bancarotta fraudolenta, mentre i 3 componenti del collegio sindacale (Franco Tranquilli, Luca Reverberi e Alfredo Ferrarini) sono indagati per bancarotta semplice. Più grave l’accusa rivolta a Foglia ed ai consiglieri d’a mministrazione rispetto a chi componeva il collegio sindacale. Secondo la procura i sei vertici granata avrebbero innanzitutto violato gli articoli del codice civile relativi alle «false comunicazioni sociali» e «false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori». In che modo? Il pm Materia lo illustra - nel capo d’imputazione - facendo riferimento a due situazioni precise. CREDITO INESISTENTE. In primo luogo patron e consiglieri avrebbero esposto nel bilancio d’esercizio ordinario della vecchia Reggiana - al 30 giugno 2003 e al 30 giugno 2004 - «un inesistente credito di 2 milioni e 5mila euro verso la Tuttogiglio spa (finanziaria costituita per la gestione degli spazi commerciali dello stadio Giglio, ndr), in realtà costituito da un credito verso la controllante Acr Fin srl originatosi da prelevamenti effettuati dall’amministratore delegato e a tale società destinati. In tal modo - prosegue il pm capo - con l’i ntenzione d’ingannare il pubblico e al fine di fare conseguire un ingiusto profitto consistente nell’appropriazione dei 2 milioni e 5mila euro da parte di tale società, occultavano il percepimento della somma in questione mediante impugnazione di un credito verso terzi in contabilità, senza specificare in nota integrativa il soggetto effettivamente debitore, omettendo d’indicare l’effettiva situazione patrimoniale e finanziaria della società ed esponendo fatti materiali non rispondenti al vero, alterando in modo sensibile la situazione patrimoniale ed economica. Ed infatti - rimarca la procura - nel caso in cui fosse stato esposto un credito verso la controllante Acr Fin srl (effettivo destinatario della somma) la società avrebbe dovuto necessariamente svalutare detto credito, tenuto conto dello stato economico finanziario del debitore che gli impediva di restituire tutto o in parte le somme in questione. Tale comportamento ha comportao un danno per i creditori, che hanno conntinuato ad intrattenere rapporti economici e finanziari con la società facendo affidamento su una diversa situazione economica e finanziaria, che indicava maggiori crediti esigibili verso terzi».
LA PLUSVALENZA. In seconda battuta gli inquirenti fanno riferimento al bilancio d’esercizio della «vecchia» Reggiana al 30 giugno 2004 in cui i sei vertici granata avrebbero esposto «una plusvalenza di 5.473.884 euro originatasi da una cessione fittizia della partecipazione Mirabello 2000 spa (finanziaria costituita per la costruzione dello stadio Giglio, ndr) effettuata a società di proprietà dell’amministratore delegato Foglia, con modalità inusuali, quali il pagamento differito nell’a rco di tre anni e rateizzato, concesso ad una società in evidente stato di difficoltà finanziaria, come documentato dal fallimento nell’anno successivo, di tutti i soggetti intervenuti nella transazione (venditore, cessionario e società oggetto della transazione). Tale operazione - indica il pm capo - era effettuata entro il 31 marzo 2004 al solo scopo di far conseguire una plusvalenza alla società solo nominale e permettere l’iscrizione al campionato di calcio dell’eercizio successivo (in serie C1, ndr), ben sapendo gli organizzatori dell’operazione che la vendita non poteva avere effettiva attuazione». CLUB DANNEGGIATO. Ma le accuse non finiscono qui per l’allora «ghota» granata, perché il procuratore Materia ha ravvisato la violazione di altri due articoli del codice civile, cioè «indebita restituzione dei conferimenti» e «infedeltà patrimoniale». Per la procura i sei «senza causa alcuna e sebbene la società fosse in una situazione di oggettivo squilibrio finanziario, versavano la somma di 2 milioni e 5mila euro - tra il marzo e l’aprile 2003 - alla controllante Acr Fin srl, così attuando una restituzione del capitale sociale con azzeramento del patrimonio sociale dell’Ac Reggiana spa. Tale fatto, tenuto conto delle modalità d’attuazione e dell’occultamento in contabilità della dazione alla controllante, imputando quale contropartita della somma uscita dalle banche un credito inesistente verso la Tuttoglio spa, costituisce altresì una ipotesi d’infedeltà patrimoniale perché, nonostante vi fosse un interesse in conflitto con quello della società, veniva compiuto un atto di disposizione dei beni sociali, cagionando un danno rilevante alla società, consistente nel versamento senza titolo apparente alla Acr Fin srl di 2 milioni e 5mila euro».
Sempre il procuratore Materia indica altre infedeltà patrimoniali - escludendo però il consigliere Farri - scrivendo nelle imputazioni che veniva corrisposta «senza titolo la somma complessiva di 2.052.434, 30 euro (al netto della restituzione) a Foglia dal primo luglio 2004 al 30 giugno 2005, nonché la somma di 134mila euro alla Acr Fin srl nel periodo 13 luglio 2004-16 novembre 2004 al fine di far conseguire a costoro un ingiusto profitto così cagionando intenzionalmente un danno patrimoniale alla società». Sempre nell’ambito della bancarotta fraudolenta, il pm capo accusa Foglia, Spallanzani e Zambelli «per avere nell’imminenza del fallimento ed utilizzando parte della somma derivante dall’incasso dell’ultima tranche del credito verso la Tuttogiglio spa, effettuato il pagamento di 455mila euro a favore della Foglia & c. srl (impresa edile, ndr) quale parziale restituzione del credito che la società aveva, allo scopo di favorire tale creditore con danno degli altri creditori sociali». MANCATO CONTROLLO. I tre componenti del collegio sindacale - dal 28 febbraio 2002 al 30 novembre 2004 - vengono invece accusati di bancarotta semplice. Secondo il pm capo «tenevano un comportamento superficiale ed imperito omettendo di effettuare un serio controllo contabile sulle poste creditorie della società e sulle movimentazioni finanziarie e bancarie che avevano comportato atti di depauperamento del patrimonio sociale. Inoltre, con riferimento alla cessione della partecipazione Mirabello 200 spa, avrebbero dovuto imputare la plusvalenza riducendo il credito a lunga e media scadenza dell’improto di 581mila euro (anche per effetto della sola omissione di tale appostazione di bilancio, l’esercizio al 30 giugno 2004 avrebbe chiuso con una perdita di circa 550mila euro in luogo di un utile di 30mila euro e dunque con un’alterazione del risultato economico e della situazione patrimoniale superiore alle soglie di punibilità.

Gazzetta di Reggio
(03 marzo 2009)

I Have a Dream (Io ho un sogno)

Martin Luther King: "I Have a Dream" (Io ho un sogno)

Discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963

... Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice. Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione. E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell'arroganza dell'ingiustizia, colmo dell'arroganza dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e giustizia. Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!. Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l'America vuole essere una grande nazione possa questo accadere. Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà. E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".